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Archive for marzo 2016

Efesto compare nel pantheon greco almeno in età omerica anche se le sue origini sono verosimilmente molto più antiche e rimontano all’ambiente licio o più genericamente microasiatico e sono legate da un lato al ruolo di divinità del fuoco sotterraneo dall’altra a quello di fabbro divino, di domatore del fuoco che va connesso al forte sviluppo avuto dalla metallurgia in Asia minore fin da epoca ittita.

Di contro all’antichità del culto un’affermazione dell’iconografia del Dio è relativamente tarda, specie per quanto riguarda le immagini isolate ma anche nei contesti narrativi nessuna figura sicuramente identificabile precede l’inizio dell’arcaismo quando il tema del ritorno sull’Olimpo compare in primis su isolati prodotti ceramici corinzi, euboici e laconici per poi essere imitato in Etruria. Una svolta è però rappresentata dal Vaso François di Exekias dove si fissa il tipo del Dio che riaccede all’Olimpo a cavallo di un mulo, riccamente vestito e accompagnato dai cortei dei satiri, Efesto è barbuto e impugna come attributo una verga. E’ questo il soggetto più amato dai ceramografi arcaici e spesso riprodotto, tra le variazioni più significative ricordiamo un’hydria a figure nere a Boston dove compaiono per la prima volta il martello e le tenaglie come attributi qualificanti ed alcuni vasi della fase finale dello stile a figure nere in cui compare un nuovo schema iconografico che vede Efesto come un Dio imberbe, quasi efebico destinato a non poco fortuna nelle fasi tarde dell’arcaismo.

Con l’affermarsi dello stile severo ritorna in auge l’immagine del Dio barbato ma l’impostazione della scena è completamente modificata, scompare la cavalcatura dell’asino ed ora Efesto avanza a piedi, spesso barcollante, sorretto dai satiri e se in mano restano gli attributi tradizionali sul capo compare la corona d’edera dei seguaci di Dioniso. Una delle migliori esemplificazioni di questo nuovo schema – che probabilmente deriva dalla fortuna del soggetto nel dramma satiresco – si ha sulla pelike del Pittore di Kleophon a Monaco. Nella seconda metà del V a.C. si assiste ad un nuovo prevalere del tipo imberbe mentre le complesse composizioni della generazione precedente lasciano spazio ad immagine più sintetiche che evocano più che rappresentare la scena con Efesto – sia a piedi sia a cavallo del mulo – accompagnato da un satiro o da una singola menade. Nei crateri di Atene, Spina e Bologna la scena è completata dall’immagine di Hera legata al trovo secondo un schema ricordata da Pausania (I, 20, 3) fra le immagini presenti negli affreschi del tempio ateniese di Dioniso Eleutereo. Le raffigurazioni della scena al di fuori dell’ambiente attico sono note sole dalle fonti mentre a partire da età tardo-classica il soggetto tende a scomparire con l’affermarsi dell’immagine autonoma del Dio.

Forse le più antiche figure stanti – e di certo le prime immagini statuarie sicuramente documentate – sono le rappresentazioni sul frontone e sulle metope del Partenone e poi la statua di culto – oggi perduta – per l’Hephaisteion dell’agorà opera di Alkamenes che stando alle fonti (Cicerone, De nat. Deor. I 30; Valerio Massimo VIII, 11) era riuscito a rendere l’imperfezione fisica della zoppia senza togliere in nulla in fatto di maestosa bellezza. Possibile eco dell’opera è stato riconosciuto nel tipo Chiaramonti per la testa unito ad un torso da Kassel – nota anche da alcune riduzioni in erma – in cui il Dio è barbato, ha il torso nudo e il capo coperto con il pilos degli artigiani. Una variante attestata nelle arti minori lo vede indossare una corta exomis. Nel fregio partenonico non presenta nessun tratto distintivo.

Di un Efesto di Prassitele – forse pertinente all’Ara dei dodici Dei di Megara – si può riconoscere il riflesso in un tipo imberbe e semipanneggiato che si ritrova su un rilievo neoattico ostiense. Più problematica l’identificazione del dio in età ellenistica dove certa solo all’interno di gruppi di divinità – come in un rilievo del Museo Capitolino da Albano – mentre le figure isolate tendono a confondersi con quelle di Ulisse con cui condivide il volto barbuto, il pilos e la exomis specie in mancanza di eventuali attributi.

Altre storie mitiche compaiono nella documentazione figurata. Importanti quelle relative alla nascita di Atena in cui Efesto svolge un ruolo protagonistico. Anche questo tema si afferma relativamente tardi nella ceramografia, solo al passaggio fra lo stile a figure nere e quello a figure rosse; il Dio abitualmente compare barbato nell’atto di avvicinarsi a Zeus o di allontanarsi da lui solo dopo la nascita di Atena; il modulo sarà ripreso sugli specchi etruschi e sulla ceramica ellenistica a rilievo. In ambito scultore la raffigurazione più celebre era ovviamente quella fidiaca sul frontone del Partenone su cui però si possono fare solo congetture.

Il Dio compare frequentemente nelle gigantomachie, l’esempio più antico è sul Tesoro dei Sifni a Delfi dove però non partecipa al combattimento diretto ma è intendo a forgiare in fulmini di Zeus nella sua fucina, più tardi del Partenone (metopa XIII) si servirà degli stessi fulmini come arma afferrandoli con le tenaglie. Nel fregio di Pergamo la lacunosità del settore rende complesso identificarlo anche se appare verosimile identificarlo con la figura nuda con il mantello arrotolato al braccio che compare al fianco di Rea. Lo stesso schema si ritrova sul fregio dell’Hekateion di Lagina imbevuto di cultura artistica pergamena.

Più raramente attestate altre storie divine. Su un cratere apulo del IV a.C. è raffigurato mentre lega Issione alla ruota mentre un anfora da Suessola lo mostra seduto mentre mostra a Teti le armi di Achille. La più completa immagine di quest’ultimo mito la ritroviamo però in un affresco pompeiano (casa di Sirico)  verosimilmente ispirato ad un dipinto tardo-classico o del primo ellenismo. Il Dio, vestito con una corta clamide e con il pilos sul capo, è seduto su un blocco marmoreo e regge con l’aiuto di uno schiavo lo scudo in cui si specchia Teti, seduta di fronte a lui. Un secondo schiavo è intento a cesellare l’elmo mentre le altre armi sono deposte sul pavimento. Versioni ridotte si ritrovano su specchi etruschi di età ellenistica, sulle tabulae iliacae e persino su sarcofagi di età imperiale.

L’aggressione ad Atena e la nascita di Erittonio erano rappresentate sul trono di Amicle ricordato da Pausania mentre alcune immagini sono state riconosciute come relative alla creazione di Pandora. Si tratta di un’anfora da Vivenzio a Londra con il Dio barbato che osserva una figurina ancora informe in una pausa del lavoro di modellatura, una variante è in una coppa a fondo bianco dello stesso museo dove però Efesto ha aspetto giovanile e Pandora è ormai conclusa anche se ancora rigida e priva di vita. E’ invece stato escluso da questo gruppo un cratere da Spina dove la figura è stata riconosciuta come Epimeteo, in ogni caso la mancanza di specifici attributi rende spesso impossibile una precisa identificazione.

Le divinità italiche corrispondenti, per quanto spesso molto diverse come concezione originaria, tendono però ad assumere precocemente forme greche. Una certa autonomia mantiene l’etrusco Sethlans, divinità folgoratrice più che autenticamente legata al fuoco ma comunque identificata con Efesto. Prevale in questo caso il tipo giovanile, senza barba, vestito con una corta clamide e con il martello come attributo caratteristico. Uno specchio da Arezzo lo rappresenta in questo modo mentre assiste Tinia in occasione della nascita di Menrva. Più particolare uno specchio a Dresda di verosimile fattura tarquiniese con la liberazione di Uni legate al trono verso cui avanza Sethlans recandole aiuto. Le immagini più tarde come alcune gemme ellenistiche da Tarquinia adattato totalmente l’iconografia greca.

Vulcano doveva avere un ruolo centrale nella primigenia religione romana, la attestano la presenza di un flamine destinato al suo culto, l’arcaicità dello spazio sacro del Volcanal e l’associazione a divinità di tradizione arcaica come Stata e Maia. Di contro non esistono immagini precedenti la totale ellenizzazione della figura tanto da rendere praticamente impossibile riconoscere tratti di una primigenia originarietà latina. Le immagini più antiche sono alcune monete di età repubblicana con la testa del Dio barbata e con pileo o con i soli attributi del martello e delle tenaglie. La piccola bronzistica di età tardo-repubblicana e imperiale riprodurrò un numero infinito di volte il tipo stante, vestito con corta clamide e con il pileo in capo, diffondendolo in tutto l’impero. Nessuna delle state ufficiali del Dio si è conservata e allo stato attuale è impossibile ricercarne i modelli nelle copie tanto queste riproduco schemi greco-ellenistici che è impossibile associare alle singole immagini ricordate dalle fonti (state presso il Volcanal, statua in bronzo dorato alle pendici del Campidoglio, statua di culto per il tempio eretto nel 215 a.C. presso il Circo Flaminio).

Le immagini attestate nei rilievi neoattici e nell’arte decorativa di età imperiale si limitano a riproporre modelli tardo-classico (come la già citata ara da Ostia) o ellenistici.

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Rientro di Efesto sull’Olimpo. Cratere del Pittore di Kleophrades (500 a.C. circa)

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Efesto rientra nell’Olimpo. Cratere del Pittore di Kleophon (430 a.C. circa).

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Efesto Chiaramonti. Copia romana forse dall’originale di Alkamenes

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Efesto presente a Teti le armi di Achille. Copia romana da Pompei di un originale tardo-classico o proto-ellenistico.

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La nascita di un’autentica oreficeria nell’Europa del nord è un fatto relativamente recente, per quanto l’oro fosse conosciuto e saltuariamente usato fin dall’età del bronzo solo a cavallo fra il I a.C. e gli inizi del secolo successivo si assiste allo sviluppo di un’arte orafa avanzata in cui sono più che evidenti le influenze provenienti dal mondo ellenistico-romano e soprattutto dai centri greci e grecizzati della regione pontica attraverso le steppe dell’Europa orientale. Le più antiche forme dell’oreficeria nord-germanica e scandinava ovvero le perle biconiche e i pendenti piriformi sono di matrice mediterranea tanto nella forma quanto nella decorazione che utilizza i metodi della granulazione e della filigrana secondo procedimenti analoghi a quelli del mondo ellenistico con una dominante prevalenza della filigrana con fili ricavati per martellature successive che resterà in uso in Scandinavia fino agli albori dell’era vichinga quando anche al nord si diffonderà il metodo a trafila. Oggetti come le perle biconiche di Broa nel Gotland svedese e i pendenti di Albäck in Danimarca potrebbero tranquillamente essere scambiati per prodotti italici o ellenistici.

Questa situazione continua fino al II d.C. – ma produzioni parziali restano attive fino ai primi secoli del medioevo – quando si afferma un nuovo tipo di gioiello fatto da collari o bracciali massici, con semplice decorazione punzonata. Lungi da essere un ritorno a modalità barbariche questi nuovi ornamenti sono la conseguenza di un sempre più stretto contatto con il mondo romano e rappresentano una forma di economia proto-monetaria; si tratta infatti di esemplari a pesatura determinata funzionali agli scambi fra comunità e che adottato in modo sistematica le unità ponderali romane.

Particolare fortuna cominciano a godere i medaglioni imperiali romani (le cosiddette sportule” che cominciano a diffondersi sempre più profondamente oltre il limes a partire dalla fine del III d.C. Medaglioni celebrativi o dono fra élite questi esemplari di monete celebrative di alto valore intrinseco ed artistico erano particolarmente amati dalla nobiltà germanica che spesso li trasformava in pendenti con l’aggiunta di una cornice e di un anello di sospensione come nel caso di un esemplare dal tesoro visigoto di Simleul Silvaniei dove 14 medaglioni sono montati a formare un’unica monumentale collana.

La difficoltà d’accesso agli originali portò specie nelle regioni più periferiche ad una produzione imitativa, quello che però più sorprende è che queste popolazioni erano sostanzialmente in grado di leggere e di comprendere i valori simbolici dell’arte ufficiale tardo-antica e di piegarli alle proprie esigenze. I medaglioni di Bredstad in Danimarca e Bohuslän nella Svezia occidentale presentano ritratti che a prima vista sembrerebbero solamente imitazioni rozzamente provinciali di coni di età teodosiana ma alcuni elementi come il grande torques del ritratto danese o l’anello di tipo baltico evidenziato in quello svedese rendono molto probabile che a venir raffigurati sia capi locali che cercavano in qualche modo di far proprio il prestigio connesso alle immagini imperiali romane.

Questo ci introduce a quella che è per molti aspetti la più interessante delle produzioni orafe – e più in generale dell’intera arte figurativa – del mondo nordico, i “bratteati scandinavi”. Prodotti principalmente fra il 400 e il 550 d.C. circa in un’area compresa fra la Danimarca e la Svezia meridionale ma diffusi in tutto il mondo nordico fino alle coste norvegesi rappresentano il caso più emblematico di adozione da parte delle popolazioni norrene del periodo di moduli formali tardo-romani riusati però per esprimere concetti e tradizioni prettamente locali. Se gli esemplari più antichi – fine del IV d.C. – riproducono ancora soggetti romani come in un esemplare da Hov in Norvegia con un ritratto diademato con la tipica acconciatura dell’età teodosiana, gli esemplari subito successivi mostrano l’emergere sempre più chiaro l’elemento locale.

Intorno al 400 d.C. si data il medaglione di Tunalund, lo schema formale è ancora di evidente matrice mediterranea con il busto diademato – anche se reso in modo meno classico dell’esemplare precedente – circondato da un’iscrizione in caratteri imitanti l’alfabeto latino e apparentemente senza significato. Non si può non notare però il busto che si trasforma in un uccello quasi a voler rappresentare i poteri metamorfici della figura rappresentata e nella tradizione mitologica germanica quale noi la conosciamo nella tradizione medioevale quella è una delle peculiarità di Odino. L’immagine dell’imperatore si è trasformata in quella del primo fra gli Dei? Molti elementi sembrano confermarlo. Il primo è relativo ai contesti di ritrovamento, la quasi totalità dei medaglioni proviene da depositi votivi confermando uno stretto legame con la sfera del sacro. Inoltre le iconografie di molti esemplari indirizzano decisamente in quella direzione.

Molti degli esemplari rimandano ad Odino e al suo mondo. Non vi sono dubbi nel riconoscere il Dio nella figura a cavallo – spesso solo la testa posata sulla gruppo – che compare nella più numerosa serie di bratteati. Alcuni esemplari di particolare pregio come quello di Funen in Danimarca non solo emergono per la forza decorativa in cui disegno e iscrizione runica si fondono alla perfezione ma anche per la ricchezza iconografica che associa Odin cavalcante – in questo caso altre alla testa dalla complessa acconciatura ancora derivata da modelli romani dei primi del V d.C. stravolti da rovesciamento prospettico su un unico piano e con la sola treccia come aggiunta locale si identificano chiaramente anche il busto e la mano che regge le redini – il corvo totemico. Altri esemplari associano al Dio il cane o il serpente come nel caso di Røgenes in Norvegia dove la parte inferiore delle zampe del cavallo si trasforma in cani intenti a leccare la coscia dello stesso. Il gesto era ben noto alla medicina antica per le proprietà antisettiche della saliva canina e sembra voler identificare la funzione guaritrice di Odino; non si può escludere che il cane e il serpente siano mutuati dall’Esculapio romano proprio con questo valore a confermare la pluralità di modelli classici acquisiti ed elaborati dagli artigiani norreni. Probabilmente di origine romana è anche il mostro marino che compare sul medaglione di Snorup che reinterpreta secondo il gusto decorativo e lineare locale il ketos delle storie di Giona, interpretato da alcuni Gaimster come raffigurazione della vittoria simbolica di Odino sulla morte potrebbe anche raffigurare il serpente di Miðgarðr con valenze profilattiche analoghe alle immagini mostruose diffuse nel mondo mediterraneo.

Alcuni esemplari mostrano poi più complesso in cui appare un preciso intento narrativo. Un medaglione da Års mostra un guerriero stante con elmo dall’alto cimiero chiaramente derivato dal Marte romano, questo però impugna come arma un’ascia e soprattutto appare trafitto da una grande freccia che partendo dalla sua mano ruota fino a rivolgersi contro di lui, l’immagine si può facilmente leggere come raffigurazione dell’episodio – documentato nell’Edda – del sacrificio volontario di Odino colpito dal suo stesso giavellotto mentre era appeso all’albero sacrificale.

La scena più complessa è però quella che ritroviamo sull’esemplare di Failse con la morte di Baldr caratterizzata da una complessa composizione a tre personaggi. Al centro compare il giovane Dio mortalmente ferito dalla freccia di vischio. Alla sua destra troviamo la figura forse più interessante, si tratta di Loki trasformato in una vecchia per avvicinarsi a Baldr senza dare sospetto. L’artigiano danese si è ispirato per quest’insolita figura alle vittorie che accompagnavano le immagini imperiali che non solo il Dio è alato ma ancora si riconoscono il serto nella mano destra e la sfera su cui sono posati i piedi. Alla sinistra Odino – identificato dal corvo e dalla lancia – assiste alla scena.

I bratteati scandinavi ci danno importanti informazioni, essi mostrano la capacità di recezione e di reinterpretazione dei modelli classici, l’esistenza già nel V-VI d.C. di quella mitologia che conosciamo dalle fonti medioevali e che a questo orizzonte cronologica ci appare già evoluta ed organizzata nelle sue linee essenziali essi inoltre rappresentano una delle pochissime espressioni figurative del pantheon nordico e della necessità di dare a questo una componente visiva contrapposta al tentativo di penetrazione del cristianesimo e del suo linguaggio per immagini

Bracteate_from_Funen,_Denmark_(DR_BR42)

Medaglione bratteato da Funen

001

Ricostruzione grafica dei medaglioni bratteati di Års e Failse

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