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Archive for aprile 2016

Shapur I non è stato solo il primo dei grandi shah sassanidi e di fatto il fondatore dell’impero stabilizzando quanto già fatto da Ardashir I e ampliando significativamente i confini ma fu soprattutto un sovrano colto e illuminato, culture delle arti e delle lettere – face tradurre un gran numero di opere greche e indiane e si interesso alla predicazione di Mani e ai suoi valori universalistici – e instancabile costruttore. Se incerta è l’attribuzione a lui della fondazione di Nishapur nel Korasan (Mustawfi lo considera apertamente il fondatore ma la fortuna della città soprattutto in epoca tarda a fatto propendere molti storici per una fondazione di Shapur II) sicura è quella di Bishapur – la “città bella di Shapur” – nel cuore del Fars, non lontano dall’antica capitale achemenide di Persepolis.

Bishapur doveva presentarsi come una sorta di città palazzo sul modello achemenide, una sorta di grande parco con gli edifici dinastici, i templi e le residenze dell’aristocrazia collocate all’interno di grandi spazi aperti. L’urbanistica è di tipo greco, la pianta è quadrilatera con organizzazione interna di tipo ippodameo, la presa distanza dalle città parthiche a pianta circolare e dalle strade strette e tortuoso non potrebbe essere più marcata. Cuore della città era il grande palazzo – cosiddetto “Palazzo A” – collocato al centro del tessuto urbanistico in stretto rapporto con il tempio del fuoco. Di pianta quadrata si organizzava intorno ad un cortile formato da un corpo centrale anch’esso centrale su cui si aprono quattro iwan – qui il richiamo ai palazzi parthici di Nisa ed Assur è invece presente – che da all’insieme l’aspetto di una croce inserita nel quadrato. Stando alle ricostruzioni il cortile centrale era coperto da una monumentale cupola alta più di 25 m e impostata sulle murature di rinforzo ai lati degli iwan.

Le pareti era riccamente decorate e se la tecnica è prettamente iranica con il ricorso a quello stucco policromo che già tipico della decorazione interna di epoca arsacide sarà portato dai sassanidi al culmine delle sue possibilità estetiche lo schema decorativo si rifà apertamente a modelli occidentali, la parete è scandita da nicchie definite da lesene di tipo dorico con capitello ad alto pulvino reggenti un arco a tutto sesto marginate da un fregio a meandro corrente. Queste sono a loro volta inserite in uno schema analogo di dimensioni maggiori con paraste simili ma trabeazione rettilinea formata da un fregio inferiore a meandro corrente e da uno superiore di viticci e girali d’acanto. Lo stile più secco e schematico tradisce la realizzazione di maestranze locali ma la derivazione da modelli ellenistici è innegabile e ricorda proprio per la contaminazione fra stile e iconografia certe espressioni artistiche del mondo aramaico di confine dove li echi del mondo classico e della Persia si erano fusi in un linguaggio autonomo e originale come ad Hatra e Palmyra.

La parte più interessante è però data dai pavimenti degli iwan che rappresentano un unicum in tutta la storia dell’arte iranica. Essi erano in lastre di pietra circondate da pannelli a mosaico. Il mosaico è tecnica estranea alla tradizione persiana – dove i pavimenti erano di norma non visibili in quanto coperti da tappeti – e la sua derivazione non può che essere l’Oriente romano. Se la leggenda che attribuisce la realizzazione dei pannelli ai legionari fatti prigionieri da Shapur dopo la battaglia di Edessa è priva di fondamento – nonostante l’ottima preparazione ingegneristica dei reparti romani e alquanto improbabile pensare ad una legione di esperti mosaicisti – è sicuramente ai territori sotto il controllo di Roma che bisogna guardare per comprendere la genesi di queste opere.

A parere dello scrivente l’ipotesi più verosimile è attribuire l’opera a botteghe della Siria romana appositamente scritturate da Shapur per la realizzazione dei mosaici. Questi rappresentano un’opera a loro modo unica nella fusione delle tue tradizioni, se infatti romane sono la tecnica e alcuni dettagli stilistici per i quali si possono trovare confronti dell’arte popolare delle province siriane l’iconografia e il gusto dominante sono prettamente iranici. I pannelli mostrano figure femminili sia nude che vestite morbidamente adagiate su cuscini e tappeti alla moda persiane, intente a intrecciare ghirlande o a suonare vari strumenti con cui accompagnare i banchetti reali. Probabilmente si alternano ancelle e musiciste a dame di corte, come sembrano essere quella panneggiata con leggera tunica azzurra arricchita con bracciali d’oro che sembra assistere alla scene mollemente sdraiata su alcuni cuscini ed intenta a rinfrescarsi con un ventaglio o la figura stante in tunica manicata scarlatta e mantello azzurro intenta a recare una ghirlanda e un mazzo di fiori rossi.

Le corporature solide, massicce, fortemente statuarie sono rigorosamente anti-classiche e richiamano le immagini dei rilievi celebrativi e della toreutica sassanide con le sue figure tornite e robuste, pesantemente disposte nello spazio. Iranici sono anche i dettagli antiquari, le vesti, le acconciature – si veda l’arpista quasi nuda con un manto azzurro distrattamente passato sulla spalle e con le chiome ravvivate dai caratteristici nastri svolazzanti che ritroviamo anche nell’iconografia reale del tempo , gli strumenti musicale. Le maestranze impegnate hanno saputo far proprio il mondo iconografico e stilistico dei committenti rendendolo nella propria tecnica di origine. Il risultato è un esempio quasi originalissimo di arte romana-persiana, unico alla stato attuale delle conoscenze ma forse testimonianza di un gusto estetico che poteva essere più diffuso e di cui non restano che troppo limitate tracce.

Già gli scavatori avevano notato certe assonanze fra la composizione dei pavimenti di Bishapur e i tappeti ipotizzando in esso una trasposizione litica di uno di questi, in questo caso dovremmo ipotizzare l’esistenza di modelli diffusi di cui non abbiamo allo stato attuale testimonianza ma non difficili da immaginare in una corte filellena come quella di Shapur I.

Il fregio minore è solo all’apparenza più classico, si tratta di una serie di teste soprattutto di personaggio del corteo dionisiaco: satiri, panischi con corna e orecchie ferine, menadi coronate di edera, un anziano barbuto del tipo del filosofo ma questi soggetti di derivazione greca sono tratti in modo totalmente anticlassico, le teste isolate, prive non solo di busto ma di qualunque accenno di collo non inconcepibili per la mentalità greca mentre si ricollegano al ruolo della maschera nella tradizione iranica che risale alle origini stesse dell’arte di quei popoli, nelle espressioni figurative di Siyalk e del Luristan e che era ritornata in auge nell’arte partica, si pensi alle maschere che decoravano la facciata del Palazzo  reale di Hatra e che confermano l’originalità sincretistica dell’arte di Bishapur.

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Bishapur. Veduta del palazzo

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Bishapur. Pannello in stucco

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Bishapur. Mosaico dagli iwan.

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Bishapur. Mosaico dagli iwan

 

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Bambole

Le bambole sono fra i giocattoli del mondo romano la tipologia più nota e documentata. La bambola ha accompagnato la vita delle bambine fin dalla più remota antichità – archeologicamente gli esemplari più antichi attestati archeologicamente risalgono al Medio-Regno egiziano ma è facilmente immaginabile come esse esistessero già ben prima – e in età romana divengono uno dei giocattoli più curati sul piano artistico e artigianale.

La bambola romana di età tardo-repubblicana e imperiale deriva da quelle del mondo ellenistico in cui le originarie bambole fittili della tradizione greca – già divenute snodabili nel V a.C. – vengono ora realizzate preferibilmente in osso (avorio per gli esemplari di maggior pregio) e sono affiancate da corredi che nulla hanno da invidiare a quelli delle più note bambole moderne.

Nella concezione pedagogica del mondo antico – dove il gioco, ogni gioco aveva un proprio valore educativo – la bambola doveva trasmettere alle bambine non solo – come in ogni cultura – gli elementi fondanti del ruolo femminile in seno alla famiglia ma anche valori di natura sociale e collettiva in primis il rapporto con le Divinità che l’avrebbero accompagnata nel suo percorso umano. Fin dal mondo greco frequente era la prassi di dare alle bambole forma di Divinità specialmente Hera – archetipo della sposa e della domina ideale – ed Afrodite. Questa tradizione continua in età romana ma ad essa si affiancano immagini che potremmo definire più mondane come le bambole che richiamano i ritratti delle imperatrici divenute modello da imitare per le borghesi di tutto l’Impero, è il caso della bambola di Crepereia Tryphena – su cui si tornerà – con fattezze di Faustina Maggiore e di quella della vestale Cossinia a Tivoli dove i tratti sono quelli di Giulia Domna.

Le bambole, specialmente quelle di maggior pregio, non solo dovevano disporre di autentici vestiti e gioielli ma di autentiche “case di bambola” in cui venivano fatte agire. Ad Ostia si è rinvenuto un autentico servizio da tavola in piombo  misura di bambola composto da un vassoio, tre patere, due piattini, una griglia e una brocca e probabilmente analoga funzione dovevano avere i fittili miniaturistici così diffusi in ogni angolo del mondo romano e destinati ad un pubblico più vasto e meno abbiente dei sontuosi modelli romani. Commovente la deposizione del corredino di giochi che accompagna nell’ultimo viaggio la piccola Giulia Grafide di Brescello alla metà del II d.C. dedicati dai suoi domini Q. Giulio Alessandro e Vaccia Giustina. Il correndo è fra i più ricchi documentati, realizzato in piombo e lavorato con raffinatezza comprende sia elementi di servizio (coppe a conchiglia, coppe baccellate, vassoio a due manici, situala, tegame con coperchio, askos) sia mobili miniaturistici (cathedra supina, mensa tripes, mensa delphica, un repositorium, un’arula). Il complesso di Brescello ci da forse il quadro più completo dei giocattoli a disposizione di una bambina della buona borghesia provinciale – in questo caso una piccola schiava allevata come figlia dai domini – alla metà del II d.C. Le stesse tipologie si ritrovano nel cosiddetto Larario Infantile di Pesaro proveniente da una stipe votiva in onore di Venere in cui verosimilmente le ragazze sacrificavano i loro giochi al raggiungimento dell’età adulta.

La più celebre delle bambole romane è quella rinvenuta nel 1889 nella tomba di Crepereia Tryphena cui Pascoli dedicò una poesia latina e conservata al Museo dei Conservatori. Datata intorno al 170 è una bambola di circa 20 cm in avorio con ritratto di Faustina Minore caratterizzata da una mobilità totale – cerniere consentono il movimento alle spalle ai gomiti, alle anche e alle ginocchia; la cura del tratti del volto e della resa dei piedi e delle mani testimonia l’altissimo livello del prodotto, quasi una piccola scultura. Allo stesso orizzonte cronologico si data l’esemplare dalla tomba di Grottarossa (al Museo Nazionale Romano) tipologicamente affine anche se di proporzioni più massicce e mano curata nel dettagli. Una versione lignea è stata rinvenuta in un sarcofago presso S. Sebastiano sull’Appia e attesta la continuità di questa tipologia almeno fino al pieno IV d.C.

Giochi di strada

Se le bambine dedicavano il loro tempo alle bambole i maschietti avevano nella strada il loro spazio di gioco, com’è stato ovunque fino a tempi recenti. Questi giochi però lasciano scarsa documentazione diretta mentre spesso solo le testimonianze indiretta – affreschi, rilievi, mosaici – ne attestano l’esistenza. Si tratta di giochi eterni diffusi in ogni tempo e in ogni luogo molti dei quali non richiedevano nessun giocattolo per essere praticati come la cavallina sulle spalle di un adulto o di un compagno più forte – come in una statuetta del museo di Napoli o a cavallo di un bastone che troviamo citata nei giochi degli amorini nella Casa dei Vetti a Pompei. Sempre lo stesso complesso di affreschi ci da immagine di un altro gioco immortale, il nascondino o “apodidraskinda” come la chiama Polluce praticato con regole che sono sostanzialmente le stesse ancora in uso.

Semplici oggetti entravano poi in tutta un’ampia serie di giochi. Due affreschi da Pompei ed Ercolano ci illustrano il gioco del chiodo, un bambino tiene una corda fissata a terra con un chiodo e deve toccare uno dei compagni che gli ruotano senza lasciare la presa della corda. Palle e cerchi avevano in epoca romana già una lunga tradizione come documentano le immagini greche ma nulla ci è arrivato. Per quanto riguarda i cerchi questi erano già diffusi nel V a.C. – oinochoe del Metropolitan con Ganimede che gioca al cerchio – erano in bronzo e dovevano arrivare al petto del fanciullo. Gli esemplari che compaiono sui sarcofagi di età imperiale non si discostano da quelli greci. I cerchi erano fatti correre aiutandosi con un bastoncino come si vede in graffiti dalle catacombe di Pretestato e Domitilla mentre un sarcofago dal Museo Nazionale Romano ambienta una corsa con i cerchi in uno spazio circense, come fosse un agone ippico.

Ancor più antichi i giochi con la palla attestati fin dal periodo geometrico. Nessuna palle si è conservata, gli esemplari in terracotta del museo di Basilea avevano funzioni votive ma non potevano certe essere utilizzati; mentre difficile è interpretare la funzione di una piccola palla d’avorio ritrovata in una stipe votiva del Kabirion di Tebe. La raffigurazione più celebre è certamente quelle degli affreschi di Via Portuense dove un gruppo di giovani è intento in un gioco che nei gesti può ricordare la pallavolo e i vari antenati medioevali del tennis ma merita di essere ricordata anche la stele di Settimia Spica da Este con un giovinetto intento ad un gioco di abilità con quattro palle roteate sul capo ed una in mano; la palla compare anche fra gli attrezzi utilizzati dalle bagnanti di Piazza Armerina.

Uno dei giocattoli più usati dai bimbi dell’antichità erano le noci talmente popolari da essere citate da Marziale e addirittura oggetto di un trattatello attribuito per tradizione ad Ovidio in cui si descrivono ben sette diversi giochi fatti con questo frutto. Uno dei più diffusi consisteva nel creare una piramide di noci e poi cercare di abbatterla con un colpo preciso, una raffigurazione si trova in un sarcofago della metà del III d.C. ai Musei Vaticani. Una variante delle noci erano gli astragali, ricavati in origine dalle ossa di capra e poi fabbricati in vari materiali dall’oro al marmo fino alla semplice terracotta. Per quanto giocati anche dagli adulti (si pensi al celeberrimo monocromo di Alexandros da Ercolano) gli astragali restavano idealmente legati al mondo infantile e spesso contrapposti in tal senso ai dadi e per questo spesso presenti nei corredi funerari di giovanetti prematuramente scomparsi e con gli astragali giocano ignari del proprio destino i figli di Medea in un affresco pompeiano. Non è attestata a Roma la prassi di dedicare versione scultore degli astragali come doni votivi nei santuari secondo la moda greca – astragalo in bronzo del Dydimaion di Mileto, esemplare in marmo da Olimpia. Astragali decorati in terracotta – esemplari sono stati ritrovati a Colonia – erano usati come sonaglini per i bambi più piccoli.

Due giochi ancor oggi in voga sono meno attestati e solamente in relazione al mondo greco, la pratica in quello romano è comunque facilmente ipotizzabile solo che qui viene a mancare quell’enciclopedia visiva della vita antica che era stata la ceramica figurata; questi non vedono però protagonisti bambini ma piuttosto giovinette. Si tratta dell’aquilone rappresentato su un chous del Museo Nazionale di Napoli e dell’altalena – già attestata in età micenea – che compare in un’hydria campana del Museo teatrale della Scala dove è un erote a spingere la fanciulla seduta su di essa con un accenno delicatamente erotico che anticipa certe note variazioni sul tema della pittura settecentesca.

Carrettini

I carrettini erano fra i giochi più amati dai bambini antichi, la forma più semplice era un semplice bastone con testa di animale come quello che compariva su un cratere apulo oggi perduto; ad Atene per le Antesterie venivano regalati piccoli carrettini formati da un asta con due ruote alla base.

In età romana i bambini più fortunati disponevano di veri piccoli carri trainati da animali domestici – pecore e capre – ad imitazione di quelli degli adulti. Per quanto molte scene di bambini-aurighi vadano intrese in chiave simbolica e non siano per nulla realistiche – come nel mosaico di Cartagine dove le stagioni sono rappresentate d bighe trainate da uccelli – altre hanno sicuramente un legame con la realtà. Nel ciclo degli eroti della casa pompeiana dei Vetti sono due compagni a trainare la biga e il fregio pur trasposto nel mondo magico degli amorini sembra mantenere un forte legame con la realtà.

La maggioranza dei bambini avrò dovuto accontentarsi di carrettini molto più semplici come quello che si vede su un sarcofago di età tetrarchica al Museo Nazionale Romano. Una variante è data dai cavallini su ruote di cui si conoscono riproduzioni votive fittili in vari santuari greci – Corinto, Siracusa, Cheronea – ma che paiono riprodurre modelli realmente usati. La diffusione di questo tipo è attestata dalle frequentissime riproduzioni ridotte di solito dotate di un condotto in cui passare la corda con cui tirare il carretto ridotto, alcuni esemplari come quello del Museo di Colonia sono completati dalla figura del bambino sul carretto.

Figurine in terracotta

I carrettini ci portano al gran massa delle figure fittili animali o umane ovunque diffuse nel mondo romano. Se è vero che una parte ingente di questo materiale aveva funzione votiva e non ludica non si può però negare che le stesse figure servissero anche come gioco per i bambini specie per gli esemplari che presentano fori passanti o sono dotati di ruote. Le specie attestate sono infinite, il cavallo è – come prevedibile – quella più diffusa seguita dalle varie famiglie di animali domestici (pollame, capre, pecore, bovini, gatti, cani, topi) ma sono attestati anche coccodrilli, ricci, cinghiali, orsi, ippopotami. Particolarmente ricche al riguardo le tombe infantili della Renania dove il gusto realistico e narrativo locale crea insiemi di particolare ricchezza e fantasia.

Oltre agli animali esistevano anche figure umane o gruppi di figure, anche in questo caso l’origine pare ricondursi alle statuine di natura votiva o usate per pratiche cultuali. Probabilmente destinate ad un teatrino casalingo, antenato di quelli così tanto in voga fino a non troppi decenni orsono – sono un gruppo di figure conservato al Museo teatrale della Scala. Vi sono un guerriero orientale con gancetti sulla schiena per fissarlo a qualche fondale, un bambino con un cane al guinzaglio, un secondo che cavalca un altro cane che aveva la coda snodata e muovibile con una cordicella, una fanciulla con un gancio dietro la testa che permetteva di muoverla.

Spesso configurati in forma animale erano anche i poppatoi – di solito a forma di maialino – o i piccoli giocattoli che come i moderni sonaglini (cepundia) servivano alla distrazione dei bimbi più piccoli. Erano in genere fittili con all’interno sassolini che facevano rumore scuotendoli.

Trottole e rocchetti

Le trottole erano già note in età omerica anche se i più antichi esemplari noti datano ad età arcaica e provengono da Kabirion di Tebe, per quanto la natura votiva di questi esemplari sia palese – le dimensioni sono talmente miniaturistiche da impedirne un uso pratico – ci forniscono una precisa idea del modello che ritroveremo uguale nelle frequenti raffigurazioni sulla ceramica attica attica e nei pochi esemplari conservati di età classica ed ellenistica. Quelle conservate sono in terracotta – ma i materiali usati dovevano essere molteplici – con punta corpo cilindrico su cui si innestava una parte conica terminante con un puntale di metallo. Il Corpo presenta le scanalature in cui era fatta passare una cordicella con cui imprimere il movimento, la fascia centrale tra le scanalature poteva essere decorata come negli esemplari del Museo Nazionale di Atene. Le trottole di età romana dovevano essere analoghe ma realizzate principalmente in legno bosso (secondo la testimonianza di Plinio) non sono conservate. Fanno eccezione alcuni esemplari da Pompei formati da un corpo verticale terminante a punta su cui era inserito un cerchietto scanalato.

Un principio simile usavano stava alla base dei rocchetti giocattoli più costosi rispetto alle trottole perché fatti per lo più in metallo. Si tratta di due piattini metallici collegati fra loro da un ponte cilindrico cui era fermato uno spago con il quale potevano essere sia lanciati sia usati a modo di yo-yo. I dischi erano decorati esternamente con figure mitologiche e servivano come molti giocattoli antichi ad insegnare ai giovani i miti e la tradizioni della loro patria. Frequentemente raffigurati nella ceramica attica – anche da maestri come i pittori di Pentesilea e Pistoxenos – non sono noti nel mondo romano per il quale è comunque ipotizzabile l’uso considerando l’adozione diffusa dei modelli greci anche nel campo ludico.

Crepereia Tryphaena Snodi

Bambola di Crepereia Tryphena

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Affresco di una tomba di Via Portuense. Gioco con la palla

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Carrettino fittile. (Colonia, Römisch-Germanisches Museum)

 

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