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Archive for dicembre 2016

La satrapia di Battriana e Sogdiana viene assegnata nel 329 a.C. al persiano Artabazo, quindi al macedone Clito ; la provincia è tutt’altro che pacificata, e l’insediamento di 3000 colonia greci a Battra , complica ulteriormente la situazione, una seconda rivolta viene repressa duramente da Perdicca. Nel 321 la provincia viene assegna al cipriota Stasanore di Soli , che succede ad un Filippo, ricordato solo da Diodoro .

Con la divisione dell’impero (316 a.C.) la Battriana viene assegnata, come tutte le province orientali a Seleuco, che ne assegna il governo al figlio Antioco; questi respinge numerose offensive portate dai nomadi delle steppe. In questo periodo si assiste ad un notevole sviluppo urbano, con la fondazione di nuove città e il potenziamento delle precedenti, molte delle quali sono dotate dello statuto di polis, si tratta di città a popolamento misto, dove convivo greci ed indigeni . Comincia la coniazione di monete in oro, argento e bronzo, fatto di primaria importanza per un ulteriore sviluppo economico del paese.

Alla metà del III a.C., il satrapo Diodoto, con l’appoggio del parto Andragora, si proclama re della Battriana, ponendo fine al potere dei seleucidi nella regione; i tentativi di riconquista da parte dei dinasti siriani, prima Seleuco II nel 231 a.C., poi Antioco III nel 208-206 a.C., si riveleranno alquanto aleatori.

Il nuovo regno greco-battriano ascenderà in breve tempo al ruolo di potenza locale di primaria importanza. Con Demetrio I (200-185) ed Eucratide I (175-155) vengono annesse la Sogdiana, l’Aracosia, i territori dell’India nord-occidentale. La conoscenza dei sovrani greco-battriani si basa soprattutto sulle emissioni monetarie, è possibile ricostruirne la sequenza in modo quasi continuativo da Diodoto I (250-230) a Eliocle (155-130). Il regno raggiunse il suo apogeo fra la fine del III a.C. e la metà del II a.C., a partire da quella data il potere centrale comincia ad indebolirsi, e si formano vari potentati indipendenti, i cui signori battono moneta a proprio nome (Antimaco, Platone, Menandro, Apollodoto, ecc.…) .

Tra la fine del II a.C. e l’inizio del I a.C. il regno greco-battriano cade sotto i colpi di popolazioni nomadi, ricordate da fonti classiche  e cinesi , che approfittarono della debolezza in cui era caduto il regno dopo quarant’anni di guerra civile (172-132 a.C).

La caduto del regno greco-battriano, non pone però fine alla storia degli stati greci in Asia Centrale, infatti il principato indo-greco, che si era resa autonomo dal regno battriano, non cadde sotto i colpi degli invasori tocari, anzi conobbe a partire dal 130 a.C. una nuova fase di espansione. Menandros il grande (130-110 a.C.) riunì in un unico regno l’intera valle dell’Indo, quindi mosse l’armata greca, con l’appoggio di contingenti indiani, alla conquista di Pataliputra, la capitale di fatto della valle del Gange; per quanto le conquiste nella valle del Gange e sul basso corso dell’Indo si rivelarono effimere, lo stato indo-greco rimase la più importante potenza politica e militare dell’India settentrionale.

Intorno al 70 a.C. un’invasione dei Shaka portò al frantumarsi del regno. Per altri settant’anni lo scontro fra greci e shaka continuò con alterne fortune, finché nel 10 a.C., il sovrano partico della Drangiana, Orthagnes I, attaccò gli esausti contendenti. Per salvare ciò che rimaneva del suo regno, l’ultimo sovrano indo-greco Hermaios, si alleava con Kujala Kadphises, fondatore della dinastia Kusana, che alla morte di Hermaios, prendeva pacificamente possesso della Paropamisadae, ponendo fine alla storia dello stato indo-greco .

La conquista macedone comporta profonde trasformazioni nella vita politica e culturale della regione; se il vecchio sistema persiano delle satrapie resta in vigore nel nuovo impero creato da Alessandro, del resto la né la Grecia delle individualità cittadine né il piccole regno macedone potevano fornire modelli alternativi per una razionale organizzazione di un’entità statale di queste dimensioni; l’organizzazione interna di ciascuna satrapia viene completamente trasformata. Il primo dato significativo è il notevole sviluppo urbano che la Battriana conosce in questo periodo, le fonti sono concordi nell’affermare la nascita di un gran numero di città (poleis o urbs)  alle quali si affiancano un gran numero di insediamenti rurali (katoikiai in greco, coloniae in latino) , nonché un sistema di fortezze ed insediamenti a carattere militare (phoyria, o oppida)  che completano il sistema insediativo della regione. La fondazione di nuovi centri abitati si accompagna allo stanziamento di coloni, veterani dell’esercito e mercenari, principalmente greci e cari. Questi si concentrano nelle città, creando una netta divisione fra queste e le campagna, abitata in gran parte da indigeni , con conseguenti rivolte che riguardarono principalmente il breve regno di Perdicca e diminuirono progressivamente sotto il dominio seleucide, in conseguenza del progressivo fondersi delle due comunità; in tal senso gioca un ruolo importante l’esercito, in cui elementi locali, spesso in numero cospicuo, sono accolti già dallo stesso Alessandro .

 Tra le più significative trasformazioni introdotte a seguito della conquista macedone vi sono certamente quelle riguardanti l’organizzazione militare, che viene reimpostata seconda i principi della strategia ellenistica, pur mantenendo elementi peculiari, che sempre distingueranno gli esercito dell’Asia Centrale ellenizzata rispetto a quelli di più rigorosa tradizione ellenistico-macedone.

La fanteria

 Il nerbo dell’esercito greco-battriano, come di tutti gli eserciti ellenistici è rappresentato dai fanti pesante (pezhetairoi), che formano la falange. Composta in primo tempo da Macedoni e mercenari occidentali, greci e cari, vede con il tempo aumentare il ruolo dell’elemento indigeno; era stato lo stesso Alessandro a creare contingenti di barbari con armamento macedone ; questo fenomeno crebbe esponenzialmente con il passare del tempo. L’istituzione di insediamenti rurali con spiccate caratteristiche militari (katoikiai), in particolare nei territori appartenenti alla corona (chora basiliké), porto allo sviluppo di una classe di contadini soldati (kleroycoi), che fornivano gran parte della fanteria. Con il corso del tempo l’elemento indigeno tende a prevalere su quello greco nella composizione demografica di questi centri, e, consequenzialmente nella fanteria greco-battriana; lo stesso discorso è applicabile ai regni Indo-greci .I pezhetairoi erano privi di corazza, la protezione veniva essenzialmente dalla lunghezza delle sarisse utilizzate (per la descrizione delle armi vedi sotto), che li rendeva inavvicinabili dal nemico; erano dotati di uno scudo circolare e di una spada corta nel caso di combattimenti corpo a corpo, per altro possibili solo se la falange veniva sfondata. 

 La falange, era affiancata da unità di fanteria leggera (peltastes), armate di giavellotti, archi e fionde, che colpivano a distanza il nemico primo che giungesse allo scontro frontale con la falange, inoltre erano necessari come unità di appoggio alla cavalleria pesante negli scontri con i mobilissimi cavalieri delle steppe. Tradizionalmente queste unità erano formate da mercenari barbari, rifiutando i greci, con l’eccezione dei cretesi, il combattimento a distanza. In occidente erano arruolati soprattutto traci e illiri, qui dobbiamo pensare ad una forte presenza di elementi locali, vista anche la grande tradizione orientale nell’uso delle armi leggere.

Le unità montate

Alessandro Magno era ben conscio delle potenzialità della cavalleria, nelle sue armate erano presenti in gran numero sia cavalieri pesanti, i cosiddetti “Compagni” (hateairoi), che formavano il nucleo tradizionale degli eserciti macedoni prima dell’adozione della falange, sia cavalieri con armamento più leggero, in genere ausiliari traci e tessali.

 Alla morte di Alessandro i suoi successori, di contro, trascurano lo sviluppo delle unità montate, basando la loro forza solo sul potenziale d’urto della falange, progressivamente ingrandita, fino a diventare praticamente bloccata sul terreno ; una eccezione è rappresentata proprio dai regni dell’Asia Centrale, che, probabilmente per influenza della cultura locale, attribuirono alla cavalleria una centralità altrove sconosciuta.

La cavallerie pesante macedone indossa una corazza, in genere del tipo a corsetto ed elmo. Alcune unità erano armate di spada (kopis o machaera), altre utilizzavano una lunga lancia, analoga alla sarissa usata dalla fanteria (sarissophoroi). Entrambe le unità sono attestate nei regni greci dell’Asia Centrale.

I sarissophoroi vengono progressivamente a trasformasi, per influenza delle tradizioni militari dei nomadi, in veri e propri cavalieri corazzati , analoghi ai catafratti attestati dalle fonti per il periodo successivo; il ritrovamento di parti di un’armatura da catafratto nell’arsenale” di Ai Khanoum         , prova la loro esistenza già nel periodo ellenistico.

Alessandro Magno, e poi i suoi successori, arruolarono un gran numero di indigeni, probabilmente membri delle élite locali, nelle forze della cavalleria scelta; oltre a unità pesanti vengono arruolati contingenti di arcieri a cavallo .

Gli elefanti da guerra, che i persiani già utilizzavano, vengono adottati anche dagli eserciti ellenistici; il regno greco-battriano e i regni greci dell’India sono fra i primi ad adottarli e quelli che ne fecero un uso più sistematico. Gli elefanti venivano guidati con un uncino, come nella tradizione indiana; cambia, di contro, il loro utilizzo in battaglia, essi infatti vengono dotati di una torretta lignea (thorakion), contenente due o tre uomini, in genere arcieri o fanti armati alla leggera ; pur non essendoci testimonianze in tal senso non si può escludere l’uso di falariche, ampiamente attestate in ambito occidentale.

Le fonti indiane  ricordano l’uso di carri da guerra, secondo l’usanza persiana, per altro ricordata anche presso i Seleucidi . Una quadriga compare sulle monete del re greco-battriano Platone ; potrebbe però trattarsi di un carro da parata, in quanto è probabile che i carri da guerra fossero falcati, come nell’ultimo periodo achemenide .

Il ritrovamento di palle di pietra nella cittadella di Ai Khanoum , conferma l’uso, peraltro ipotizzabile di macchine da guerra simili a catapulte.

Le armi offensive

Se le tecniche di guerra presentano le particolarità sopra esposte, l’armamento risulta strettamente legato a tipologie di matrice greca.

La lancia era sicuramente la principale arma offensiva tanto per la fanteria, quanto per la cavalleria. Le testimonianze iconografiche ci attestano l’utilizzo della sarissa, la lunga lancia macedone, anche da parte della cavalleria; una moneta del re Indo-greco Antimaco II Niceforo , mostra due cavalieri armati di sarissa.

 Questa aveva l’asta formata da più pezzi, uniti fra loro da elementi metallici, punta di dimensioni maggiori del normale (44-51 cm negli esemplari noti), tallone posteriore a punta (come nel nostro caso) o sferico. Le sarisse usate dalla cavalleria potevano raggiungere i 4 m, quelle della fanteria misuravano intorno ai 5,5 m, ma potevano arrivare a 7 m . Venivano inoltre utilizzate lance più corte, derivate da quelle degli opliti di epoca classica (dory o xyston), di una lunghezza confrontabile con l’altezza di un uomo. Esse compaiono fra le mani dei guerrieri raffigurati sulle placchette auree che decoravano una spada trovata a Tillya Tapa, ma risalente non oltre il II a.C, probabilmente sono rappresentati fanti della guardia reale greco-battriana . Erano inoltre utilizzati corti giavellotti, con punta di ferro, destinati alla fanteria leggera  ma usati anche dalla cavalleria .

Le spade, corte, erano usate nel caso di combattimenti corpo a corpo, qualora la falange svenisse sfondata, nonché dalla cavalleria pesante. Se ne conoscono due tipi, uno (xiphos) di tipo rettilineo, con lama leggermente bombata su entrambi i lati con costolatura centrale, doppio taglio, impugnatura fusa con l’elsa; un esemplare, datato però ad un periodo successivo alla caduta del regno greco-battriano, è stato ritrovata a Khalcayan (vedi sotto); inoltre lo si vede rappresentato su una placchetta fittile ritrovata nella cittadella di Kampyr-Tepe , databile alla prima metà del II a.C. Si notino le impugnature che terminano con testa d’aquila o di grifone. Un secondo tipo è la kopis o machaera , una spada a lama curva, ampiamente diffusa in tutto il mondo mediterraneo ed ellenistico; la tradizione la considera di invenzione iberica o celtiberica, ma le più antiche testimonianze si trovano in ambito etrusco-italico .  Caratteristica di questo tipo di spada è l’impugnatura che ripiega all’indietro, avvolgendo la mano. Essa compare al fianco di un guerriero rappresentato su un rython da Nisa ; un’impugnatura in avorio, terminante con protome d’aquila, datata all’inizio del III a.C., è stata ritrovata a Takht-i Sangin .

 I foderi erano particolarmente sontuosi, in pelle rivestita da lamine in metallo prezioso. Emerge per preziosità materica e raffinatezza di esecuzione un puntale in avorio, datato al III a.C., ritrovato nel tempio di Takh-i Sangin , raffigurante il volto di Alessandro Magno incorniciato dalla leonté. 

 L’utilizzo dell’arco, ampiamente attestato, riflette la continuità con la tradizione locale iranica, sopravvissuta alla generale ellenizzazione. Per i greci l’arco era l’arma barbarica per eccellenza; contrapponendo l’eroismo del duello corpo a corpo alla vigliaccheria di quello a distanza consentito dall’arco. Gli archi attestati nella Battriana greca sono di tipo scitico, in genere è presente il gotytos, la tradizionale faretra dei nomadi, in cui veniva deposta anche l’arma. La presenza dell’arco sulle emissione monetarie  prova come il pregiudizio greco nei confronti di quest’arma fosse stato abbandonato dagli stessi immigrati occidentali venuti a contatto con la cultura locale, nella quale l’arco aveva un’importanza, anche simbolica, notevole .

Le punte di freccia erano realizzate in bronzo, le produzioni in ferro, molto limitate nella prima età ellenistica, tendono ad aumentare nel corso del tempo. Sono di tipo scitico a due alette, poi a tre, presentano immanicatura con peduncolo o a cannone. Sono attesta anche frecce in osso o in pietra, molto probabilmente da attribuire a popolazioni locali. I ritrovamenti più significativi sono quelli del cosiddetto “arsenale” di Ai Khanun , e del quartiere dei propilei della stessa città , da cui provengono anche gli esemplari in materiali insoliti a cui si è fatto accenno.

Troviamo anche rappresentazioni di asce da guerra con lunga impugnatura e lama a crescente lunare, simili ad alabarde, e di tridenti. Il simbolo di Poseidone, che in epoca kusana diverrà simbolo reale, probabilmente era già connaturato di valenze simboliche in età ellenistica .

Le armi difensive 

L’armamento di difensivo utilizzato nel regno greco-battriano e nei regni indo-greci non si differenzia quasi in nulla da quella del mondo greco occidentale, solo alcuni elementi tecnologici sono di tradizione orientale, utilizzati però per realizzare assise di tipo greco.

 La corazza vede la compresenza dei due tipi canonici del mondo ellenistico, la corazza a corsetto di tradizione macedone e quella anatomica (torax) che risale invece all’armamento oplitico della Grecia propria. Il primo tipo è formato da un busto, in ferro o bronzo, con larghi spallacci, la parte inferiore era tagliata orizzontalmente alla vita, dove erano fissate le pteryges, le fasce di cuoio sovrapposte che proteggevano l’inguine e le cosce. Questo tipo di corazza è noto soprattutto dal prezioso esemplare ritrovato a Vergina, in Macedonia, appartenuto a Filippo II o Filippo III . È il tipo di corazza con cui viene rappresentato comunemente lo stesso Alessandro . Un’armatura di questo tipo compare sulla placca fittile di Kampyr-tepe .

 Di tipo più evoluto è la corazza di tipo anatomico (torax) evoluzione ellenistica di tipi oplitici di epoca classica. È composta di due valve, in bronzo o ferro, con chiusura laterale. Risulta più aderente al torso, presenta un arrotondamento nella parte inferiore per proteggere l’addome; la corazza poteva presentare superficie liscia o riprodurre la muscolatura sottostante.

Questo è sicuramente il tipo più diffuso nel regno greco-battriano, numerose sono le attestazioni iconografiche sia del tipo a superficie liscia: rhyton in avorio con raffigurazione a rilievo di un guerriero di tipo greco da Nisa ; gemma incisa con raffigurazione di Atena da Tillya Tapa (vedi nota 53); sia del tipo muscolare: placchette auree da Tillya Tapa con soldati della guardia reale battriana (vedi nota 53). La corazza anatomica compare frequentemente nelle emissioni monetali, la stilizzazione della rappresentazioni non permette però di identificarne il tipo .

 Molto significativo è stato il ritrovamento nell’arsenale di Ai Khanoum  di frammenti di una corazza bronzea, di un tipo utilizzato dalla cavalleria pesante, realizzato con una serie di lamine bronzee cucite fra loro, secondo una tecnica di pretta tradizione orientale. Si tratta di un rara testimonianza dell’utilizzo di tecnologie tradizionali, di origine assira o urartea, nell’armamento difensivo greco-battriano. Alcuni frammenti sono pertinenti all’armatura del cavallo, prova archeologica dell’esistenza di una vera cavalleria catafratta in Battriana, già a partire dalla piena età ellenistica.Altri frammenti di corazza, questi pertinenti a un’anatomica di tipo liscio, in bronzo, sono stati ritrovati nella cittadella di Kampyr-Tepe .

L’armatura era completata da schinieri in ferro, di tipo greco, a volte sostituiti da pantaloni, chiusi con lacci di cuoio lungo le gambe (placchette auree da Tillya Tapa). Il catafratto di Ai Khanoum aveva le braccia, e probabilmente le gambe, protette da un’armatura a lamine anulari, secondo un sistema che sarà ampiamente diffuso nel mondo partico e kusano (vedi capitoli successivi).

Sono attestate tutte le molteplici tipologie di elmi diffuse nel mondo greco, prevale il tipo cosiddetto “beotico”, nelle due varianti:

  1. a) quello più comune con ampia calotta ovaleggiante, falda obliqua, ondulata: Falera greco-battriana raffigurante un elefante con torretta ed armati, oggi al museo dell’Ermitage ; monete di Demetrio II con Atena, di Eucratide I con ritratto reale, di Eucratide I con raffigurazione dei Dioscuri, per la Battriana; di Menadros I, di Antalcida, di Aminta, di Philosseno e di Archebio per quanto riguarda i regni Indo-greci .
  2. b) tipo a petaso con calotta emisferica e rigida falda orizzontale: ritratto di Eutimide I, conosciuta da una coppia ritrovata a Magnesia sul Menandro .

Il pilos, con calotta arrotondata e fascia concava, quasi verticale; la kausia, formata da due falde declinanti: Moneta di Antimaco I Theos ; quello cosiddetto “Attico”, con calotta bassa, leggermente schiacciata, visiera e breve paranuca, la parte anteriore è rinforzata da una fascia, decorata o meno, sulla calotta era applicabile una cresta: Moneta del sovrano Indo-greco Apollodoto I (180-160 a.C.) ; testa di guerriero in stucco, scoperta nel 1984 a Nisa .

Vengono inoltre utilizzati elmi tipo “bashlyk”, di tradizione locale, già utilizzati in epoca achemenide; in genere i personaggi che portano questo tipo di elmo presentano tratti iranici, si tratta molto probabilmente di membri dell’élite locale: testa in alabastro da Takh-i Sangin (fine IV a.C.) .

Gli scudi sono in genere di tipo “attico”, circolari, di dimensioni medio-grandi, come l’esemplare in bronzo ritrovato nel tempio di Takht-i Sangin  (diametro 60 cm); un altro esemplare, di dimensioni maggiori (diametro 1,15 m) è stato ritrovato nell’arsenale di Ai Khanoum ; quest’ultimo presenta una decorazione a cerchi concentrici neri, gialli e rossi. A Kampyr-tepe  è stato ritrovato un piccolo scudo circolare di ferro, analogo a quelli usati dai falangiti macedoni.

Sempre nell’arsenale di Ai Khanoum è stato ritrovato uno scudo ovale (altezza 1.30 m, larghezza 0.64 m), in legno, con spina e umbone circolare in ferro, datato intorno al 150 a.C., si tratta di un tipo alquanto insolito nel mondo greco, che trova i risconti più diretti in ambito celtico  o italico.

 

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