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Archive for febbraio 2017

Ci ha lasciato Nicolai Gedda. A molti è un nome che può no evocare molto ma ci troviamo di fronte a uno dei massimi tenori da quando esiste la possibilità di registrare la voce umana, a parere dello scrivente il più completo, quello più capace di far vivere personaggi e stili, il più grande di tutti. Nato a Stoccolma l’11 luglio 1925 da padre di origini russe da cui prese il cognome Ustinov – lontani parenti del celebre attore britannico – e da madre svedese venendo poi cresciuto dagli zii paterni, famiglia russa di matrice cosacca e tradizione monarchica riparata in Svezia dopo la Rivoluzione. Iniziato agli studi musicali dalla famiglia – il padre era basso prima in un coro di cosacchi e poi in una chiesa ortodossa di Stoccolma – ottenne poi le attenzioni di Carl Martin Öhman – il maggiore tenore svedese del tempo – con cui approfondì la formazione musicale e cominciò un attento studio linguistico che negli anni sarebbe proseguito con tentacolari proliferazioneipermettendogli di cantare con assoluta perfezione linguista in italiano, tedesco, francese, inglese, russo, ceco e latino. Nel 1952 debutta all’Opera Reale di Stoccolma – prima nel “Le postillon de Lonjumeau” di Adam e subito dopo come Tenore italiano in “Der Rosenkavalier” – subito notato da Walter Legge incide la sua prima opera completa nel 1953 (“Faust” diretto da Cluytens) mentre l’anno successivo il Don Narciso al fianco di Maria Callas nel “Turco in Italia” sancisce la sua affermazione internazionale ribadita l’anno successiva quando Karajan lo vuole come Pinkerton nella “Madama Butterfly” discografica ancora al fianco di Maria Callas.

Da quel momento seguire in dettaglio la carriera di Gedda – che nel frattempo si era scelto questo nome d’arte per la sonorità di sapore italiano – vasta e multiforme come poche. Innanzi tutto una carriera lunghissima – l’ultima registrazione discografica è l’”Idomeneo” diretto da David Parry nel 2003 cinquant’anni dal debutto – e distribuita su un repertorio vastissimo dal barocca alla musica del Novecento senza mai perdere quell’assoluta qualità musicale che era la sua cifra più pura. Meglio allora ricordarne alcune tappe, cercare di capire in qualche esempio mirato la grandezza della sua arte.

Un primo lotto è dato da “Les houguenots” viennesi e dalle esecuzioni RAI di “Le prophène” e “Les Troyens”. Gedda – in anticipo sull’evoluzione storica del canto ma con una sensibilità personale che gli permetteva chiaramente di vedere oltre le convenzioni la verità stilistica dei vari autori – fa di colpa piazza pulita delle esecuzioni iper-drammatiche e wagnerianeggianti allora in auge per recuperare un gusto e uno stile autenticamente francesi in cui già si sente palpitare quella dimensione rossiniana e belcantista del Grand-Opera che allora si riusciva appena a intravedere. Una lettura non liricamente zuccherosa bensì autenticamente eroica ma di un eroismo reso con un timbro squillante e luminoso senza inutili ispessimenti vocali, di una perfetta astrazione ancora neoclassica capace all’occorrenza di ripiegarsi nelle infinite dolcezze della melodia francese impossibili per un tenore drammatico tradizionale.

Le stesse doti si ritrovano nell’insuperato Arnold del “Guillaume Tell” rossiniano capace di vibrare di toni autenticamente epici ma anche di sublimarsi nella perfezione di un canto di strumentale purezza o nell’Arturo de “I puritani” di cui forse per primo ha fatto intuire l’innaturale ebrezza di certe tessiture estreme.

Smaltata epicità e assoluta purezza del canto, tecnica esemplare, capacità unica di dare sempre senso alla parola e assoluto controllo della prosodia – in ogni lingua – gli hanno permesso non solo di essere un sommo mozartiano ma di dare nuovo volto a ruoli apparentemente così estranei alla sua tipologia vocale. Ed ecco un Lohengrin finalmente cantato con la morbidezza e la luminosità di un ruolo belcantista, un Pinkerton in cui la simpatia timbrica tutta epidermica si sposa come in nessun’altro con la freddezza interiore, un Lenskij in cui lui solo è riuscito a far rivivere il melanconico incanto dei grandi tenori della scuola russa della prima metà del secolo; un Don José per una volta autenticamente francese e ricondotto all’universo espressivo proprio dell’Opéra-Comique anziché trasformato in un bullo mascagnano, un Adolar la cui cristallina cavalleria lo fa sembrare direttamente uscito dalle pagine del Manesse Codex, un Arrigo appena incontrato di sfuggita in poche recite newyorkesi ma di cui solo a colto l’ambigua natura in cui stile italiano e francese si incontrano e si sostengono a vicenda.

Fortunatamente la discografia di Gedda è molto ricca – e ancor più ricca la messe delle incisioni dal vivo – che permette di scoprire brano dopo brano la grandezza del tenore svedese, apprezzare goccia a goccia la sua arte forse non così abbagliante da subito come quella di altri ma di una profondità e di una ricchezza di chiaroscuri che non ha possibili paragoni nella corta tenorile (e fuori da essa nel solo Fischer-Dieskau). Ma se proprio si vuole proporre un ascolto imprescindibile questo non può che essere una strano edizione di “Un ballo in maschera” verdiano con un Gedda non più giovanissimo – lo spettacolo risale al 1986 quanto il tenore aveva più di sessant’anni – e per di più cantato in svedese eppure penso sia impossibile trovare un’esemplificazione più perfetta di quello che deve essere il vero canto verdiano nella sua essenza più alta.

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