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Archive for the ‘L’arte della guerra’ Category

La satrapia di Battriana e Sogdiana viene assegnata nel 329 a.C. al persiano Artabazo, quindi al macedone Clito ; la provincia è tutt’altro che pacificata, e l’insediamento di 3000 colonia greci a Battra , complica ulteriormente la situazione, una seconda rivolta viene repressa duramente da Perdicca. Nel 321 la provincia viene assegna al cipriota Stasanore di Soli , che succede ad un Filippo, ricordato solo da Diodoro .

Con la divisione dell’impero (316 a.C.) la Battriana viene assegnata, come tutte le province orientali a Seleuco, che ne assegna il governo al figlio Antioco; questi respinge numerose offensive portate dai nomadi delle steppe. In questo periodo si assiste ad un notevole sviluppo urbano, con la fondazione di nuove città e il potenziamento delle precedenti, molte delle quali sono dotate dello statuto di polis, si tratta di città a popolamento misto, dove convivo greci ed indigeni . Comincia la coniazione di monete in oro, argento e bronzo, fatto di primaria importanza per un ulteriore sviluppo economico del paese.

Alla metà del III a.C., il satrapo Diodoto, con l’appoggio del parto Andragora, si proclama re della Battriana, ponendo fine al potere dei seleucidi nella regione; i tentativi di riconquista da parte dei dinasti siriani, prima Seleuco II nel 231 a.C., poi Antioco III nel 208-206 a.C., si riveleranno alquanto aleatori.

Il nuovo regno greco-battriano ascenderà in breve tempo al ruolo di potenza locale di primaria importanza. Con Demetrio I (200-185) ed Eucratide I (175-155) vengono annesse la Sogdiana, l’Aracosia, i territori dell’India nord-occidentale. La conoscenza dei sovrani greco-battriani si basa soprattutto sulle emissioni monetarie, è possibile ricostruirne la sequenza in modo quasi continuativo da Diodoto I (250-230) a Eliocle (155-130). Il regno raggiunse il suo apogeo fra la fine del III a.C. e la metà del II a.C., a partire da quella data il potere centrale comincia ad indebolirsi, e si formano vari potentati indipendenti, i cui signori battono moneta a proprio nome (Antimaco, Platone, Menandro, Apollodoto, ecc.…) .

Tra la fine del II a.C. e l’inizio del I a.C. il regno greco-battriano cade sotto i colpi di popolazioni nomadi, ricordate da fonti classiche  e cinesi , che approfittarono della debolezza in cui era caduto il regno dopo quarant’anni di guerra civile (172-132 a.C).

La caduto del regno greco-battriano, non pone però fine alla storia degli stati greci in Asia Centrale, infatti il principato indo-greco, che si era resa autonomo dal regno battriano, non cadde sotto i colpi degli invasori tocari, anzi conobbe a partire dal 130 a.C. una nuova fase di espansione. Menandros il grande (130-110 a.C.) riunì in un unico regno l’intera valle dell’Indo, quindi mosse l’armata greca, con l’appoggio di contingenti indiani, alla conquista di Pataliputra, la capitale di fatto della valle del Gange; per quanto le conquiste nella valle del Gange e sul basso corso dell’Indo si rivelarono effimere, lo stato indo-greco rimase la più importante potenza politica e militare dell’India settentrionale.

Intorno al 70 a.C. un’invasione dei Shaka portò al frantumarsi del regno. Per altri settant’anni lo scontro fra greci e shaka continuò con alterne fortune, finché nel 10 a.C., il sovrano partico della Drangiana, Orthagnes I, attaccò gli esausti contendenti. Per salvare ciò che rimaneva del suo regno, l’ultimo sovrano indo-greco Hermaios, si alleava con Kujala Kadphises, fondatore della dinastia Kusana, che alla morte di Hermaios, prendeva pacificamente possesso della Paropamisadae, ponendo fine alla storia dello stato indo-greco .

La conquista macedone comporta profonde trasformazioni nella vita politica e culturale della regione; se il vecchio sistema persiano delle satrapie resta in vigore nel nuovo impero creato da Alessandro, del resto la né la Grecia delle individualità cittadine né il piccole regno macedone potevano fornire modelli alternativi per una razionale organizzazione di un’entità statale di queste dimensioni; l’organizzazione interna di ciascuna satrapia viene completamente trasformata. Il primo dato significativo è il notevole sviluppo urbano che la Battriana conosce in questo periodo, le fonti sono concordi nell’affermare la nascita di un gran numero di città (poleis o urbs)  alle quali si affiancano un gran numero di insediamenti rurali (katoikiai in greco, coloniae in latino) , nonché un sistema di fortezze ed insediamenti a carattere militare (phoyria, o oppida)  che completano il sistema insediativo della regione. La fondazione di nuovi centri abitati si accompagna allo stanziamento di coloni, veterani dell’esercito e mercenari, principalmente greci e cari. Questi si concentrano nelle città, creando una netta divisione fra queste e le campagna, abitata in gran parte da indigeni , con conseguenti rivolte che riguardarono principalmente il breve regno di Perdicca e diminuirono progressivamente sotto il dominio seleucide, in conseguenza del progressivo fondersi delle due comunità; in tal senso gioca un ruolo importante l’esercito, in cui elementi locali, spesso in numero cospicuo, sono accolti già dallo stesso Alessandro .

 Tra le più significative trasformazioni introdotte a seguito della conquista macedone vi sono certamente quelle riguardanti l’organizzazione militare, che viene reimpostata seconda i principi della strategia ellenistica, pur mantenendo elementi peculiari, che sempre distingueranno gli esercito dell’Asia Centrale ellenizzata rispetto a quelli di più rigorosa tradizione ellenistico-macedone.

La fanteria

 Il nerbo dell’esercito greco-battriano, come di tutti gli eserciti ellenistici è rappresentato dai fanti pesante (pezhetairoi), che formano la falange. Composta in primo tempo da Macedoni e mercenari occidentali, greci e cari, vede con il tempo aumentare il ruolo dell’elemento indigeno; era stato lo stesso Alessandro a creare contingenti di barbari con armamento macedone ; questo fenomeno crebbe esponenzialmente con il passare del tempo. L’istituzione di insediamenti rurali con spiccate caratteristiche militari (katoikiai), in particolare nei territori appartenenti alla corona (chora basiliké), porto allo sviluppo di una classe di contadini soldati (kleroycoi), che fornivano gran parte della fanteria. Con il corso del tempo l’elemento indigeno tende a prevalere su quello greco nella composizione demografica di questi centri, e, consequenzialmente nella fanteria greco-battriana; lo stesso discorso è applicabile ai regni Indo-greci .I pezhetairoi erano privi di corazza, la protezione veniva essenzialmente dalla lunghezza delle sarisse utilizzate (per la descrizione delle armi vedi sotto), che li rendeva inavvicinabili dal nemico; erano dotati di uno scudo circolare e di una spada corta nel caso di combattimenti corpo a corpo, per altro possibili solo se la falange veniva sfondata. 

 La falange, era affiancata da unità di fanteria leggera (peltastes), armate di giavellotti, archi e fionde, che colpivano a distanza il nemico primo che giungesse allo scontro frontale con la falange, inoltre erano necessari come unità di appoggio alla cavalleria pesante negli scontri con i mobilissimi cavalieri delle steppe. Tradizionalmente queste unità erano formate da mercenari barbari, rifiutando i greci, con l’eccezione dei cretesi, il combattimento a distanza. In occidente erano arruolati soprattutto traci e illiri, qui dobbiamo pensare ad una forte presenza di elementi locali, vista anche la grande tradizione orientale nell’uso delle armi leggere.

Le unità montate

Alessandro Magno era ben conscio delle potenzialità della cavalleria, nelle sue armate erano presenti in gran numero sia cavalieri pesanti, i cosiddetti “Compagni” (hateairoi), che formavano il nucleo tradizionale degli eserciti macedoni prima dell’adozione della falange, sia cavalieri con armamento più leggero, in genere ausiliari traci e tessali.

 Alla morte di Alessandro i suoi successori, di contro, trascurano lo sviluppo delle unità montate, basando la loro forza solo sul potenziale d’urto della falange, progressivamente ingrandita, fino a diventare praticamente bloccata sul terreno ; una eccezione è rappresentata proprio dai regni dell’Asia Centrale, che, probabilmente per influenza della cultura locale, attribuirono alla cavalleria una centralità altrove sconosciuta.

La cavallerie pesante macedone indossa una corazza, in genere del tipo a corsetto ed elmo. Alcune unità erano armate di spada (kopis o machaera), altre utilizzavano una lunga lancia, analoga alla sarissa usata dalla fanteria (sarissophoroi). Entrambe le unità sono attestate nei regni greci dell’Asia Centrale.

I sarissophoroi vengono progressivamente a trasformasi, per influenza delle tradizioni militari dei nomadi, in veri e propri cavalieri corazzati , analoghi ai catafratti attestati dalle fonti per il periodo successivo; il ritrovamento di parti di un’armatura da catafratto nell’arsenale” di Ai Khanoum         , prova la loro esistenza già nel periodo ellenistico.

Alessandro Magno, e poi i suoi successori, arruolarono un gran numero di indigeni, probabilmente membri delle élite locali, nelle forze della cavalleria scelta; oltre a unità pesanti vengono arruolati contingenti di arcieri a cavallo .

Gli elefanti da guerra, che i persiani già utilizzavano, vengono adottati anche dagli eserciti ellenistici; il regno greco-battriano e i regni greci dell’India sono fra i primi ad adottarli e quelli che ne fecero un uso più sistematico. Gli elefanti venivano guidati con un uncino, come nella tradizione indiana; cambia, di contro, il loro utilizzo in battaglia, essi infatti vengono dotati di una torretta lignea (thorakion), contenente due o tre uomini, in genere arcieri o fanti armati alla leggera ; pur non essendoci testimonianze in tal senso non si può escludere l’uso di falariche, ampiamente attestate in ambito occidentale.

Le fonti indiane  ricordano l’uso di carri da guerra, secondo l’usanza persiana, per altro ricordata anche presso i Seleucidi . Una quadriga compare sulle monete del re greco-battriano Platone ; potrebbe però trattarsi di un carro da parata, in quanto è probabile che i carri da guerra fossero falcati, come nell’ultimo periodo achemenide .

Il ritrovamento di palle di pietra nella cittadella di Ai Khanoum , conferma l’uso, peraltro ipotizzabile di macchine da guerra simili a catapulte.

Le armi offensive

Se le tecniche di guerra presentano le particolarità sopra esposte, l’armamento risulta strettamente legato a tipologie di matrice greca.

La lancia era sicuramente la principale arma offensiva tanto per la fanteria, quanto per la cavalleria. Le testimonianze iconografiche ci attestano l’utilizzo della sarissa, la lunga lancia macedone, anche da parte della cavalleria; una moneta del re Indo-greco Antimaco II Niceforo , mostra due cavalieri armati di sarissa.

 Questa aveva l’asta formata da più pezzi, uniti fra loro da elementi metallici, punta di dimensioni maggiori del normale (44-51 cm negli esemplari noti), tallone posteriore a punta (come nel nostro caso) o sferico. Le sarisse usate dalla cavalleria potevano raggiungere i 4 m, quelle della fanteria misuravano intorno ai 5,5 m, ma potevano arrivare a 7 m . Venivano inoltre utilizzate lance più corte, derivate da quelle degli opliti di epoca classica (dory o xyston), di una lunghezza confrontabile con l’altezza di un uomo. Esse compaiono fra le mani dei guerrieri raffigurati sulle placchette auree che decoravano una spada trovata a Tillya Tapa, ma risalente non oltre il II a.C, probabilmente sono rappresentati fanti della guardia reale greco-battriana . Erano inoltre utilizzati corti giavellotti, con punta di ferro, destinati alla fanteria leggera  ma usati anche dalla cavalleria .

Le spade, corte, erano usate nel caso di combattimenti corpo a corpo, qualora la falange svenisse sfondata, nonché dalla cavalleria pesante. Se ne conoscono due tipi, uno (xiphos) di tipo rettilineo, con lama leggermente bombata su entrambi i lati con costolatura centrale, doppio taglio, impugnatura fusa con l’elsa; un esemplare, datato però ad un periodo successivo alla caduta del regno greco-battriano, è stato ritrovata a Khalcayan (vedi sotto); inoltre lo si vede rappresentato su una placchetta fittile ritrovata nella cittadella di Kampyr-Tepe , databile alla prima metà del II a.C. Si notino le impugnature che terminano con testa d’aquila o di grifone. Un secondo tipo è la kopis o machaera , una spada a lama curva, ampiamente diffusa in tutto il mondo mediterraneo ed ellenistico; la tradizione la considera di invenzione iberica o celtiberica, ma le più antiche testimonianze si trovano in ambito etrusco-italico .  Caratteristica di questo tipo di spada è l’impugnatura che ripiega all’indietro, avvolgendo la mano. Essa compare al fianco di un guerriero rappresentato su un rython da Nisa ; un’impugnatura in avorio, terminante con protome d’aquila, datata all’inizio del III a.C., è stata ritrovata a Takht-i Sangin .

 I foderi erano particolarmente sontuosi, in pelle rivestita da lamine in metallo prezioso. Emerge per preziosità materica e raffinatezza di esecuzione un puntale in avorio, datato al III a.C., ritrovato nel tempio di Takh-i Sangin , raffigurante il volto di Alessandro Magno incorniciato dalla leonté. 

 L’utilizzo dell’arco, ampiamente attestato, riflette la continuità con la tradizione locale iranica, sopravvissuta alla generale ellenizzazione. Per i greci l’arco era l’arma barbarica per eccellenza; contrapponendo l’eroismo del duello corpo a corpo alla vigliaccheria di quello a distanza consentito dall’arco. Gli archi attestati nella Battriana greca sono di tipo scitico, in genere è presente il gotytos, la tradizionale faretra dei nomadi, in cui veniva deposta anche l’arma. La presenza dell’arco sulle emissione monetarie  prova come il pregiudizio greco nei confronti di quest’arma fosse stato abbandonato dagli stessi immigrati occidentali venuti a contatto con la cultura locale, nella quale l’arco aveva un’importanza, anche simbolica, notevole .

Le punte di freccia erano realizzate in bronzo, le produzioni in ferro, molto limitate nella prima età ellenistica, tendono ad aumentare nel corso del tempo. Sono di tipo scitico a due alette, poi a tre, presentano immanicatura con peduncolo o a cannone. Sono attesta anche frecce in osso o in pietra, molto probabilmente da attribuire a popolazioni locali. I ritrovamenti più significativi sono quelli del cosiddetto “arsenale” di Ai Khanun , e del quartiere dei propilei della stessa città , da cui provengono anche gli esemplari in materiali insoliti a cui si è fatto accenno.

Troviamo anche rappresentazioni di asce da guerra con lunga impugnatura e lama a crescente lunare, simili ad alabarde, e di tridenti. Il simbolo di Poseidone, che in epoca kusana diverrà simbolo reale, probabilmente era già connaturato di valenze simboliche in età ellenistica .

Le armi difensive 

L’armamento di difensivo utilizzato nel regno greco-battriano e nei regni indo-greci non si differenzia quasi in nulla da quella del mondo greco occidentale, solo alcuni elementi tecnologici sono di tradizione orientale, utilizzati però per realizzare assise di tipo greco.

 La corazza vede la compresenza dei due tipi canonici del mondo ellenistico, la corazza a corsetto di tradizione macedone e quella anatomica (torax) che risale invece all’armamento oplitico della Grecia propria. Il primo tipo è formato da un busto, in ferro o bronzo, con larghi spallacci, la parte inferiore era tagliata orizzontalmente alla vita, dove erano fissate le pteryges, le fasce di cuoio sovrapposte che proteggevano l’inguine e le cosce. Questo tipo di corazza è noto soprattutto dal prezioso esemplare ritrovato a Vergina, in Macedonia, appartenuto a Filippo II o Filippo III . È il tipo di corazza con cui viene rappresentato comunemente lo stesso Alessandro . Un’armatura di questo tipo compare sulla placca fittile di Kampyr-tepe .

 Di tipo più evoluto è la corazza di tipo anatomico (torax) evoluzione ellenistica di tipi oplitici di epoca classica. È composta di due valve, in bronzo o ferro, con chiusura laterale. Risulta più aderente al torso, presenta un arrotondamento nella parte inferiore per proteggere l’addome; la corazza poteva presentare superficie liscia o riprodurre la muscolatura sottostante.

Questo è sicuramente il tipo più diffuso nel regno greco-battriano, numerose sono le attestazioni iconografiche sia del tipo a superficie liscia: rhyton in avorio con raffigurazione a rilievo di un guerriero di tipo greco da Nisa ; gemma incisa con raffigurazione di Atena da Tillya Tapa (vedi nota 53); sia del tipo muscolare: placchette auree da Tillya Tapa con soldati della guardia reale battriana (vedi nota 53). La corazza anatomica compare frequentemente nelle emissioni monetali, la stilizzazione della rappresentazioni non permette però di identificarne il tipo .

 Molto significativo è stato il ritrovamento nell’arsenale di Ai Khanoum  di frammenti di una corazza bronzea, di un tipo utilizzato dalla cavalleria pesante, realizzato con una serie di lamine bronzee cucite fra loro, secondo una tecnica di pretta tradizione orientale. Si tratta di un rara testimonianza dell’utilizzo di tecnologie tradizionali, di origine assira o urartea, nell’armamento difensivo greco-battriano. Alcuni frammenti sono pertinenti all’armatura del cavallo, prova archeologica dell’esistenza di una vera cavalleria catafratta in Battriana, già a partire dalla piena età ellenistica.Altri frammenti di corazza, questi pertinenti a un’anatomica di tipo liscio, in bronzo, sono stati ritrovati nella cittadella di Kampyr-Tepe .

L’armatura era completata da schinieri in ferro, di tipo greco, a volte sostituiti da pantaloni, chiusi con lacci di cuoio lungo le gambe (placchette auree da Tillya Tapa). Il catafratto di Ai Khanoum aveva le braccia, e probabilmente le gambe, protette da un’armatura a lamine anulari, secondo un sistema che sarà ampiamente diffuso nel mondo partico e kusano (vedi capitoli successivi).

Sono attestate tutte le molteplici tipologie di elmi diffuse nel mondo greco, prevale il tipo cosiddetto “beotico”, nelle due varianti:

  1. a) quello più comune con ampia calotta ovaleggiante, falda obliqua, ondulata: Falera greco-battriana raffigurante un elefante con torretta ed armati, oggi al museo dell’Ermitage ; monete di Demetrio II con Atena, di Eucratide I con ritratto reale, di Eucratide I con raffigurazione dei Dioscuri, per la Battriana; di Menadros I, di Antalcida, di Aminta, di Philosseno e di Archebio per quanto riguarda i regni Indo-greci .
  2. b) tipo a petaso con calotta emisferica e rigida falda orizzontale: ritratto di Eutimide I, conosciuta da una coppia ritrovata a Magnesia sul Menandro .

Il pilos, con calotta arrotondata e fascia concava, quasi verticale; la kausia, formata da due falde declinanti: Moneta di Antimaco I Theos ; quello cosiddetto “Attico”, con calotta bassa, leggermente schiacciata, visiera e breve paranuca, la parte anteriore è rinforzata da una fascia, decorata o meno, sulla calotta era applicabile una cresta: Moneta del sovrano Indo-greco Apollodoto I (180-160 a.C.) ; testa di guerriero in stucco, scoperta nel 1984 a Nisa .

Vengono inoltre utilizzati elmi tipo “bashlyk”, di tradizione locale, già utilizzati in epoca achemenide; in genere i personaggi che portano questo tipo di elmo presentano tratti iranici, si tratta molto probabilmente di membri dell’élite locale: testa in alabastro da Takh-i Sangin (fine IV a.C.) .

Gli scudi sono in genere di tipo “attico”, circolari, di dimensioni medio-grandi, come l’esemplare in bronzo ritrovato nel tempio di Takht-i Sangin  (diametro 60 cm); un altro esemplare, di dimensioni maggiori (diametro 1,15 m) è stato ritrovato nell’arsenale di Ai Khanoum ; quest’ultimo presenta una decorazione a cerchi concentrici neri, gialli e rossi. A Kampyr-tepe  è stato ritrovato un piccolo scudo circolare di ferro, analogo a quelli usati dai falangiti macedoni.

Sempre nell’arsenale di Ai Khanoum è stato ritrovato uno scudo ovale (altezza 1.30 m, larghezza 0.64 m), in legno, con spina e umbone circolare in ferro, datato intorno al 150 a.C., si tratta di un tipo alquanto insolito nel mondo greco, che trova i risconti più diretti in ambito celtico  o italico.

 

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 All’inizio degli anni 50 del VI secolo l’Italia era in ginocchio dopo quasi vent’anni di guerra e la soluzione del conflitto sembrava lontana; i successi riportati da Belisario all’inizio delle operazioni militari erano ormai lontani e la seconda spedizione del 544 aveva ottenuti scarsi risultati visto le limitate truppe messe a disposizione da Giustiniano più preoccupato alla stabilità delle frontiere persiane rispetto alle vicende del fronte italiano. Di questa situazione avevano tratto giovamento i goti che con il nuovo re Totila avevano ripreso il controllo di quasi tutta la penisola riducendo la presenza imperiale a poche sacche perennemente minacciate. A partir dal 550 la situazione sembra però poter cambiare, deciso a risolvere definitivamente il ginepraio italiano Giustiniano affida al nuovo comandante in capo Narsete un esercito all’altezza delle richieste.

  L’esercito che sbarca a Ravenna conta diverse decine di migliaia di soldati scelti greci, armeni e delle province orientali dell’Impero oltre a imponenti contingenti di ausiliari barbari fra 5000 longobardi e 3000 eruli oltre a bulgari, gepidi, unni e disertori persiani. Aggirata la roccaforte ostrogota di Rimini Narsete punta rapidamente verso Roma ma la marcia è rallentata dall’impossibilità di usare la Flaminia controllata in ogni tratto dai goti, per cui si scegli di usare itinerari minori, più lenti ma più sicuri.

   Preso alla sprovvista Totila tenta di reagire, ordina alle truppe di stanza a Roma di muovere verso nord e invia ambasciatori per ottenere più tempo per organizzarsi. Le due armate si incontrano nei pressi del villaggio di Tagina vicino all’odierna Gualdo Tadino dove vengono posti gli accampamenti: i goti nel citato villaggio, le forze imperiali scostate verso Sassoferrato in un luogo chiamato Busta Gallorum in cui ancora si vedevano le sepolture dei galli sbaragliati da Camillo, quel segno di una vittoria romana sui barbari deve essere sembrato di buon auspicio a Narsete. Nei giorni seguenti Totila continua a giocare d’astuzia, manda ambasciatori ai romani fingendo di avere bisogno di almeno otto giorni per prepararsi ma si prepara per colpire a sorpresa, Narsete non si lascia però ingannare e prepara le contromosse.

  Non conosciamo la data esatta della battaglia se non che questo avvenne nel giugno del 552; il campo era dominato da una piccola collina – circa 250 m – che permetteva di dominare il campo e che poteva rivelarsi decisiva per le sorti dello scontro, con un’azione notturna degna di un moderno commando un manipolo di uomini della fanteria scelta romana – circa cinquanta uomini – scala il colle di notte senza essere vista; al mattino quando i goti vedono l’accaduto hanno un ben triste risveglio.

   Costretto dalle necessità Totila prende l’iniziativa e quando il sole comincia ad illuminare la valle i due eserciti si schierano uno di fronte all’altro. Narsete schiera le proprie forze scelte sulla sinistra insieme a quelle di Giovanni e coperte dai bucellarii a cavallo e dalla cavalleria catafratta, sul lato opposto con analoga formazione sono disposti i corpi che fanno capo a Valeriano, Giovanni detto il mangione e Dagisteo; accanto ad entrambe le formazioni sono posti due squadroni di 4000 arcieri ciascuno mentre al centro gli ausiliari barbari sono fatti smontare e combattere a piedi, evidentemente Narsete non si fidava molto e preferiva limitarne la mobilità in caso di fuga. Più semplice lo schieramento goto con in prima fila la cavalleria pesante, tradizionale punto di forza degli eserciti ostrogoti e alle spalle la fanteria chiamata a aprirsi per proteggere i cavalieri dando loro il tempo di riorganizzarsi dopo ogni carica.

Una lunga serie di preliminari anticipa però lo scontro come se entrambi gli eserciti non avessero premura di cominciare, se per Totila ogni minuto e prezioso Narsete vuole lasciare l’iniziativa al nemico e non commettere passi falsi. Prima dell’inizio dello scontro Coca, un disertore passato al servizio dei goti si portò davanti alle truppe sfidando un campione nemico, la provocazione venne raccolta dall’armeno Anzala che riuscì a prevalere rapidamente sul rivale. A quel punto fu lo stesso Totila a farsi avanti, sfolgorante nella sua armatura dorata per eseguire la dscherid, la tradizionale prova di bravura dei popoli della steppa che i goti avevano fatta propria nella lunga permanenza nell’Europa orientale.

   Il tempo passava senza fatti di maggior interesse tanto che Narsete lasciò i suoi uomini consumare un breve pasto. Poi nelle prime ore del pomeriggio i goti decidono di prendere l’iniziativa lanciando la cavalleria all’attacco in due direzioni. Un gruppo fu inviato contro la collina alla destra del campo per sloggiarvi il manipolo di incursori romani ma questi resistettero eroicamente, sfruttando il pendio che rallentava i cavalli abbattevano i cavalieri goti a colpi di freccia per poi tagliare con le spade le lance di quanti stavano per giungere sulla cima, nonostante le gravi perdite i romani riuscirono a tenere saldamente il caposaldo tanto da spingere i goti a rinunciare all’impresa. L’attacco principale veniva invece risolto al centro dello schieramento romano, qui all’inizio dello scontro Narsete aveva modificato parzialmente le formazioni, le linee scelte della fanteria legionaria si erano sistemate di fronte e alle spalle degli inaffidabili ausiliari costringendoli a combattere fino all’ultimo uomo inoltre la formazione si era disposta a semicerchio facendo avanzare sulle ali gli arcieri che avevano una linea di attacco più vasta e soprattutto potevano colpire ai fianchi la cavalleria nemica. La strategia si rivelò vincente, la cavalleria gota ad ogni carica veniva falcidiata dagli arcieri orientali e la resistenza della fanteria legionaria respinse ogni offensiva del nemico. Solo verso sera quanto ormai le truppe ostrogote erano sull’orlo del tracollo Narsete ordinò l’attacco, la controffensiva romana spezzo rapidamente le linee gote, la cavalleria germanica in fuga travolse la propria stessa fanteria su cui poi piombarono i cavalieri romani compiendo un’autentica strage mentre la veloce cavalleria ausiliaria, composta principalmente da unni e bulgari si lanciava all’insediamento della cavalleria pesante gota ormai allo sbando. Sul campo restarono oltre 6000 uomini fra cui lo stesso Totila anche se le fonti danno aneddoti discordanti sulla morte del re. Per quanto i goti resistettero ancora alcuni anni la battaglia di Tagina questa segnò la fine del regno ostrogoto come potenza militare dando il via alla riannessione dell’Italia nell’orbita imperiale.

   La battaglia di Tagina è in qualche modo posta sullo spartiacque fra due mondi, ultima battaglia dell’antichità e prima del medioevo. Dal punto di vista strategico rappresenta per certi aspetti la nemesi di Adrianopoli, il ritorno trionfante di una fanteria professionale disciplinata e compatta, erede delle armate legionarie dell’antica Roma sui popoli di tradizione equestre ed in questo appare come uno degli ultimi colpi di coda dell’antichità mentre il futuro sarebbe stato delle cavallerie, al contempo segnando la definitiva caduta del regno ostrogoto che era stata parte integrante della civilitas romana tardo-antica apriva le porte a nuove invasione come quella longobarda che avrebbero traghettato definitivamente la penisola nel medioevo. In qualche modo la battaglia sembra emergere come simbolo stesso del difficile trapasso fra i due momenti storici vissuto dalla penisola italiana, incapace di uscire

totalmente dall’antichità come di entrare a pieno titolo nel medioevo.

Schema della battaglia di Tagina

Schema della battaglia di Tagina

 

Ricostruzione grafica della cavalleria tardo-romana

Ricostruzione grafica della cavalleria tardo-romana

totalmente dall’antichità come di entrare a pieno titolo nel medioevo.

 

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  Il mondo miceneo ha dimostrato nel corso della sua storia una capacità di assorbimento e di aggiornamento delle proprie strutture quasi straordinaria nel panorama del Mediterraneo antico anche in un settore come quello delle armi e delle tecniche militari in genere fortemente conservativo per la valenza simbolica prima che pratica che le armi rivestono per molte culture. Non si vuole ovviamente dare qui un quadro completo di queste problematiche ma fornire qualche dato su alcuni elementi di particolare interesse per una corretta idea di quello che doveva essere il guerriero greco al tempo della guerra di Troia.

  Uno degli elementi caratterizzanti – almeno in quasi tutte le immagini di battaglie di questo periodo – è il grande scudo a torre o a otto che protegge completamente il guerriero. Le due tipologie non sembrano per altro distinguersi dal punto di vista sociale o funzionale e tendono a convivere per gran parte della loro storia anche se il tipo a otto sembra avere una fortuna più duratura. Stando alle raffigurazioni si tratta di un grande scudo con armatura in legno rivestito da pelli bovine sovrapposte, il tipo a torre aveva forma rettangolare con un semicerchio superiore sporgente a protezione del viso, quello ad otto come dice il nome stesso l’aspetto di due scudi rotondi sovrapposti e collegati fra loro da una strozzatura centrale. La tradizione epica ci fornisce anche indicazione sul nome di questa particolare tipologia, Omero lo chiama σάκος nel VII canto dell’Iliade descrivendo lo scudo di Aiace Telamonio che appartiene a questa categoria mentre Esiodo nell’Aspis, chiama φερεςσακής il guerriero che lo utilizza.

   Lo scudo veniva normalmente sorretto con una striscia di cuoio – il telamon – portata attorno al petto e lasciato ricadere sul fianco sinistro in atteggiamento da battaglia o appeso dietro la schiena in marcia; l’immagine dello scudo appeso davanti in modo da proteggere il torso lasciando entrambe le mani libere che è stata evocata per la scena in cui Aiace scaglia massi sui troiani non è impossibile ma appare un uso secondario legato a situazioni particolari. Nel ricco repertorio iconografico esso è sempre portato sul lato o sulla schiena mentre la posizione frontale compare solo su un rython da Micene dove viene così utilizzato da alcuni difensori che proteggono compagni in azione. La modalità di utilizzo principale doveva essere quella con lo scudo appeso sul fianco e usato in associazione con una lancia pesante usata a due mani come si vede su un affresco della West House di Thera e che trova conferma in apprestamenti difensivi dell’epoca a cominciare dalla Porta dei leoni dove appaiono chiari le posizioni che permettevano ai difensori di concentrare l’attacco sul fianco destro ovvero quello che restava scoperto.

   Molto probabilmente questi scudi presentavano anche una maniglia che permetteva al guerriero di controllarne meglio il movimento e all’occasione in impugnarlo come avverrà poi per gli scudi di epoca storica. Un anello in oro dalla tomba IV di Micene mostra su uno di questi scudi un quadrato cucito al centro facilmente interpretabile come la cucitura della maniglia di supporto nel punto dove in futuro sarà collocato l’umbone. Alcuni affreschi di Cnosso testimoniano come questi scudi potessero essere rinforzati al centro da una struttura fusiforme, probabilmente lignea che svolgeva esattamente le funzioni di un umbone.

   Quest’ultimo elemento ha permesso di identificare l’unica traccia archeologica certa di questa tipologia di scudo. La tomba III del New Hospital Cemetry di Cnosso ha infatti restituito una serie di graffette metalliche disposte esattamente nella posizione e nella forma che hanno i rinforzi di scudo negli affreschi dando certa testimonianza della presenza di un sakos in questa sepoltura. L’utilizzo di graffette metalliche doveva essere abbastanza eccezionale per il costo delle stesse e verosimilmente questi rinforzi erano fermati di prassi con legacci in materiale deperibile – strisce di cuoio – che non hanno lasciato traccia nella documentazione archeologica. In realtà recenti riletture di numerose sepolture hanno riscontrato particolarità di deposizione che farebbero pensare alla presenza di sakoi al loro interno. Già Evans aveva notato incomprensibili spazi vuoti in sepolture di guerriere nelle necropoli di Zapher Papoura e del New Hospital a Cnosso tanto da ipotizzare per queste lacune asportazioni parziali non altrimenti chiarite, recenti analisi hanno invece notato la corrispondenza dimensionale fra questi spazi vuoti e la presenza di grandi scudi che verosimilmente erano li collocati ma non hanno lasciato traccia causa la totale distruzione del materiale in cui erano costruiti e le limitate capacità diagnostiche esistenti all’epoca degli scavi. Un ulteriore indizio archeologico viene dall’analisi osteologica di alcuni scheletri di guerrieri micenei – per l’esattezza un individuo da Asine ed uno dal circolo B di Micene – che presentano significati processi infiammatori a carico delle ossa della spalla compatibili con la posizione del telamon; il guerriero di Asine presenta anche tracce di irritazione alla tibia dovuto al battere dello scudo sulla gamba durante la marcia.

   Per quanto riguarda l’armamento offensivo del feressakes questo sembra composto principalmente dalla lancia pesante che compare in tutte le raffigurazioni mentre manca qualunque indizio sull’uso di giavellotti o lance leggere pur documentate dai ritrovamenti dell’epoca. Si trattava di una lancia lunga forse più di tre metri, dotata di una grande punta affilata su entrambi i lati in modo da poter essere utilizzata sia come arma da affondo sia da taglio, per questioni statiche doveva avere un contrappeso metallico nella parte inferiore. Questa veniva portata obliqua durante la marcia con la punta rivolta verso l’alto ed orizzontale sopra la testa in fase di carica, lo scudo ad otto permetteva di tenere la lancia sottobraccio scoprendo il corpo in misura minore e questo potrebbe spiegarne la più lunga fortuna.

   Non va generalizzato il passo dell’Iliade (XV 674-685) in cui Aiace respinge l’assalto troiano con una lancia navale decritta di ventidue cubiti e formata di pezzi separati uniti da anelli. Si tratta verosimilmente di una di quelle armi costruite per occasioni particolari, prive di un proprio statuto ufficiale e molto variabili nella forma e nel modo di costruzione attestate in tutte le epoche specie nelle battaglie navali in quanto destinate a tagliare il sartiame delle navi nemiche per ostacolarne le manovre – il caso più celebre è quello dei falcetti fermati su lunghissime pertiche usati da Cesare per annullare la capacità di movimento della flotta gallica nella battaglia del Sinus Veneticus del 56 a.C.

  Non pare attestata invece l’associazione fra il sakos e la spada e la cosa non stupisce considerando le particolarità delle spade micenee. Questa rappresentano infatti quasi un unicum nella storia delle armi da taglio antiche. Queste erano molto allungate e con cordoli poco resistenti e sarebbero risultate molto fragili se usate di taglio, il loro uso primario deve essere quindi stato quello di armi da affondo pensate per affondare rapidamente di punta analogamente alle spade dette appunto “da stocco” usate in Europa a partire dal XVI secolo. Considerando che la tipologia di un’arma influenza inevitabilmente lo svolgersi di un combattimento appare verosimile immaginare un combattimento fra due spadaccini minoici o micenei molto simile ad un duello alla spada del XVII o XVIII secolo. Questo tipo di scherma è fatto di movimenti rapidi e veloci e si basa in gran parte sulla capacità di schivare i colpi dell’avversario; ovviamente il pesante sakos sarebbe risultato semplicemente di imbroglio in questo tipo di combattimento così come le pesanti armature che dovevano portare i feressakes, i “chitoni di bronzo” della tradizione epica di cui resta documentazione archeologica ad esempio nella panoplia di Dendra. Non è forse casuale che nell’iconografia dell’epoca non sia mai il feressakes ad usare la spada mentre sia comune – forse come generica immagine di eroismo – la figura dello spadaccino armato alla leggera che prevale sul pesante avversario infliggendole una fulminea stoccata alla gola, uno dei pochi posti lasciati scoperti dalle armature pesanti dell’epoca. Soltanto un castone da Micene – tomba 11126 – mostra due feressakes armati di spada combattersi fra loro, con lo scudo portato sulla schiena in modo da avere le braccia libere, probabilmente queste unità disponevano di una spada come arma di riserva cui ricorrere eccezionalmente nel caso di rottura della lancia secondo una modalità rimasta nell’oplitismo greco di epoca storica.

   Una caratteristica propria del feressakes attestata tanto dall’iconografia quanto dalla tradizione epica è la pratica del combattimento doppio che in Omero caratterizza le figure dei due Aiaci – o di Aiace Telamonio con Teucro ma questa non è la sede per analizzare i complessi problemi filologici relativi ad Aiace Oileo – ed Idomeneo e Merione. Lo schema sembra quello di due guerrieri che combattono in associazione usando armamenti e tecniche complementari di cu uno è il feressakes e l’altro è quello che la tradizione epica definisce οπάων termine che in greco classico significa scudiero ma che qui sembra indicare piuttosto il secondo membro della coppia di combattimento senza un giudizio sociale negativo – tanto Teucro quanto Merione sono aristocratici di alto lignaggio. Le funzioni all’interno del duo non erano necessariamente fisse anche se è facile immaginare che il più robusto ed aitante svolgesse abitualmente il ruolo di feressakes mentre quello più leggero e agile le finzioni di opaon.

  L’associazione più comune è quella che affianca al feressakes un arciere; nel mondo miceneo l’arco non è oggetto dei pregiudizi che lo caratterizzeranno in età classica come arma barbarica e orientale ma apparteneva a pieno titolo al’armamento eroico – si pensi solo al caso di Odisseo. Alcune immagini da Micene testimoniano il funzionamento di questo schema, il feressakes crea una barriera protettiva con lo scudo – forse anche fermandolo a terra come avveniva per i grandi pavesi medioevali – e l’arciere rimaneva accucciato dietro lo scudo per poi uscire, colpire e rientrare subito dietro la protezione approfittando della mobilità che gli permetteva la leggerezza delle sue vesti – solitamente gli arcieri indossano solo elmo e perizoma, più raramente una corazza di lino. Le immagini dei sigilli micenei corrispondono esattamente alla descrizione dell’attacco congiunto di Aiace e Teucro descritto in Omero.

   In alcune immagini – ad esempio un cratere a rilievo da Micene – l’opaon è armato di una lancia analoga a quella del compagno e la grande varietà di tipologie di ferri relativi anche a modelli più leggeri e manovrabili attestati negli scavi archeologici lascia aperta l’ipotesi che anch’essi potessero essere utilizzati proprio dagli opaon il cui armamento appare quindi meno standardizzato rispetto a quello del feressakes. Nel XV canto dell’Iliade Teucro dopo aver rotto la corda dell’arco torna alla tenda per munirsi di una lancia confermando che questa rientrava nell’armamento di queste unità. La scarsa caratterizzazione dell’opaon lanciere in Omero è probabilmente dovuta ad una sovrapposizione fra le metodologie belliche micenee raccontate e quelle alto arcaiche coeve alla composizione dei poemi e ormai segnata dal nascente oplitismo che può aver generato al riguardo confuse sovrapposizioni.

  Questa strategia basica poteva ampliarsi in un vero e proprio combattimento per formazioni, in Iliade XIII 710-721 è descritto un combattimento in cui due Aiaci si schierano in battaglia affiancati da un gruppo di guerrieri locresi armati di sole armi da tiro che si riparano dietro gli scudi dei compagni per poi uscire e far piovere sui troiani una pioggia di frecce che li costringe alla ritirata. L’episodio attesta tanto la possibilità di scambio dei ruoli fra le parti, l’Oileo che regolarmente combatte come opaon qui funge da feressakes nonché la possibilità di adattare lo schema a forze multiple. Un rython da Micene attesta una situazione analoga con due feressakeis affiancati da un manipolo di arcieri e frombolieri intenti ad attaccare il nemico.

   Per quanto teoricamente non impossibile non vi sono attestazioni dell’associazione fra feressakes e guerriero armato di spada tanto che allo stato attuale delle conoscenze si può escludere l’esistenza di questa associazione.

Ricostruzione di guerriero miceneo in armatura pesante - panoplia di Dendra

Ricostruzione di guerriero miceneo in armatura pesante – panoplia di Dendra

Affresco da Cnosso con scudo a otto

Affresco da Cnosso con scudo a otto

Rhyton da Micene con scene di battaglia

Rhyton da Micene con scene di battaglia

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L’inizio della guerra e le operazioni nell’inverno del 45-46 a.C.

  Morto Pompeo e ottenuto l’appoggio dell’Egitto, Cesare torna a Roma nell’ottobre del 47 a.C., intenzionato a sanare i contrasti scoppiati con Antonio e a sedare il malcontento delle legioni, che pretendevano la celebrazione del trionfo, e le conseguenti retribuzioni per i soldati.

   Le forze repubblicane si stavano nel frattempo riorganizzando in Africa, provincia in mani pompeiane fin dallo scoppio della guerra, doppiamente importante per le strategie delle fazioni in lotta. La provincia era, infatti, uno dei granai dell’impero ed era abbastanza vicina all’Italia, ed ancor più alla Sicilia, altro fondamentale produttore di derrate alimentari, per servire da base per attacchi al cuore del sistema romano.

  Cesare era conscio del pericolo, ed una volta placate le legioni organizzò un immediato contrattacco, nel dicembre del 47 a.C. furono concentrate a Lilibeo, punta estrema della Sicilia occidentale e imbarco naturale verso l’Africa, 17 legioni e 2600 cavalieri. Il 25 dicembre, in piena cattiva stagione e con il vento contrario Cesare diede l’ordine di salpare sfidando le cattive condizioni del mare in modo da prendere di sorpresa i nemici, che non potevano immaginarsi questa accelerazione. Sapendo che il grosso delle forze repubblicane era accampato ad Utica (nella baia di Tunisi) Cesare fece rotta verso sud, puntando verso Hadrumentum (Sousse), la flotta cesariana fu però sorpresa da una tempesta al largo di Cap Bon e dispersa. Cesare sbarca ad Hadrumentum con circa 5000 uomini e si trincera fuori le mura delle città, aspettando rinforzi mentre distaccamenti di soldati occupano pacificamente Ruspina (Monastir) dove Cesare pone il quartier generale e Leptis Minus (Lampta). La guerra lampo progettata si trasforma in una guerra di posizione, con il trinceramento delle posizioni acquisite in attesa del sopraggiungere dei rinforzi.

   Le forze repubblicane schierate nella provincia rappresentavano un avversario temibile per Cesare, mentre il dittatore era alle prese con i re fanciulli di Alessandria, l’Africa era stata trasformata in un enorme campo trincerato forte di dieci legioni e 14000 cavalieri, anche se l’esperienza e l’addestramento dei soldati lasciava ancora molto a desiderare, cui si aggiungevano le forze inviate da re di Numidia Giuba, quattro legioni, 60 elefanti ed un’agguerrita fanteria leggera. Al comando delle forze repubblicane era Quinto Metello Scipione, suocero di Pompeo, generale di limitate capacità personali ma affiancato da ottimi comandanti operativi, Catone, Gneo Pompeo iunior, Labieno, Afranio, Varo, Petreio; in oltre il nome di Scipione aveva un notevole effetto psicologico in occasione di una guerra africana.

  All’alba del 3 gennaio 46 a.C. le navi disperse della flotta cesariana comparivano al largo della penisola di Monastir, a quel punto il dittatore poteva riorganizzare la difesa dei campi trincerati e passare al contrattacco. Il giorno successivo Cesare sostiene la prima battaglia; durante una requisizione di vettovaglie un distaccamento con a capo lo stesso Cesare venne attaccato e circondato da 10000 cavalieri galli e numidi comandati da Labieno e soltanto la tenacia e l’intuito permisero a Cesare di evitare l’accerchiamento.

   La strategia cesariana rimane attendista, manda a chiamare nuovi rinforzi in Italia e cerca appoggi fra le forze repubblicane, particolarmente fra gli ausiliari numidi e getuli rimasti fedeli al ricordo di Mario che disertarono in massa passando dalla parte del nipote dell’antico benefattore. Il 22 gennaio Caio Crispo Sallustio, il futuro storico, sbarca a Ruspina con due legioni, 800 cavalieri e 1000 arcieri. Cesare può prendere finalmente in mano l’iniziativa.  Le prime iniziative sono rivolte a portare soccorso a Leptis Minus ed Acholla (Botria) assediate dalle forze repubblicane, mentre Tysdrus (El Jem) centro nevralgico per gli approvvigionamenti di Scipione si schiera con Cesare ed i mauri invadono la Numidia, imponendo a Giuba di ritirare parte delle forze schierate con i repubblicani.

L’offensiva cesariana e le operazioni tra febbraio e marzo del 46 a.C.

  Il 27 gennaio Cesare riunisce le proprie forze e marcia verso Uzitta, difesa dalle legioni di Scipione, e comincia l’assedio della città. Il giorno successivo fa avanzare l’esercito fino a circa mille passi dalle mura giungendo a distanza ravvicinata dalle legioni repubblicane, i due eserciti si schierano uno di fronte all’altro aspettando la prima mossa del nemico, alla fine Scipione decide di rinunciare allo scontro e si ritira, una situazione che si ripeterà numerose volte nello svolgimento della campagna.

   Le settimane seguenti vedono numerose schermaglie fra i due eserciti, con Cesare messo spesso in difficoltà dagli attacchi congiunti della cavalleria e della fanteria leggera africana, contro i quali le legioni appaiono impotenti. I due eserciti fortificano i campi intorno ad Uzitta, l’iniziativa di Cesare subisce un ulteriore rallentamento, il maltempo colpisce pesantemente le truppe cesariane prive di equipaggiamento invernale ed il dittatore è costretto a riaddestrare le truppe per contenere la fanteria leggera numida. Nel frattempo dopo alcune difficoltà seguite ad un’offensiva dei repubblicani nel porto di Leptis Minus, la flotta cesariana riprende il controllo del mare infliggendo una pesante sconfitta alla marineria repubblicana guidata da Varo.

   I due eserciti vivono un momento di difficoltà, le truppe di Cesare soffrono per la scarsità dei rifornimenti e sono impegnate quasi esclusivamente in rastrellamenti di vettovaglie mentre le diserzioni colpiscono pesantemente l’esercito repubblicano. Conscio delle difficoltà Cesare cambia improvvisamente strategia e rinunciando a prendere Uzitta si limita a lasciare un presidio ad assediare la città e punta verso le città di Aggar, Zeta e Sarsura, dove erano concentrati i rifornimenti di Scipione.         

   Il primo obbiettivo è la città di Aggar, presso la quale viene posto un accampamento che serviva come base per la ricerca di vettovaglie, Cesare venne informato della consuetudine africana di scavare buche sotto terra per deporvi il frumento, permettendogli di recuperare buone quantità di orzo, olio, vino e frutta. A quel punto mosse verso la città di la città di Zeta, nei pressi della città venne assalito dalle truppe leggere di Scipione che vennero rapidamente respinte. Occupata senza combattere la città Cesare fu rallentato nelle operazioni dalle continue scaramucce contro la cavalleria e la fanteria leggera numida, contro la quale le legioni erano inutili e tutto il pesa della difesa pesava solo sulla cavalleria ausiliaria gallica. Nel frattempo la città di Vaga, il cui territorio confinava con quello di Zeta invio ambasciatori a Cesare offrendo alleanza in cambio di un presidio.

   Inviato un manipolo di uomini a presidiare Vaga, il 22 marzo Cesare muove in forze verso Sarsura, il principale obbiettivo di questa fase delle operazioni. La città ospitava gran parte dei rifornimenti delle forze repubblicane, e la sua conquista avrebbe ribaltato gli equilibri di forze con Cesare in possesso di abbondanti risorse ed i repubblicani privati delle loro riserve alimentari. La città era difesa da un presidio comandato da P. Cornelio, vecchio compagno d’armi di Scipione richiamato in servizio allo scoppio della guerra civile, rinforzato dalla mobilissima cavalleria ausiliaria di Labieno, che seguiva le colonne cesariane in marcia tormentandole con continui assalti.   Labieno, resosi conto dell’obbiettivo di Cesare, comincio ad attaccare la retroguardia di Cesare con cavalieri ed armati alla leggera, riuscendo ad intercettare e ad imprigionare i vivandieri con i loro bagagli. Rincuorato dai successi ottenuti tentò un ulteriore attacco, cadendo nella trappola tesagli da Cesare, la cavalleria numida si avvicinò troppo alle legioni convinto che la fanteria pesante cesariana, gravata dal peso degli zaini da marcia, non potesse reagire. Ma Cesare, che si aspettava questa manovra, aveva ordinato che trecento soldati di ogni legioni marciassero senza carico, in tal modo quando la cavalleria repubblicana attaccò questi contrattaccarono immediatamente mandando in rotta le forze di Labieno che subirono pesanti perdite. Da quel momento la cavalleria repubblicana continuo a seguire le forze di Cesare, mantenendosi però a distanza di sicurezza.

   A quel punto le legioni si lanciarono all’assalto della città, il presidio difensivo comandato da Cornelio si batte con valore, ma circondato dalla moltitudine delle forze cesariane venne sterminato sotto gli occhi della cavalleria alleata, che ancor scossa dagli scontri precedenti non portò nessun aiuto ai compagni. Cesare si impossessò in tal modo di fondamentali rifornimenti alimentari che ora gli permettevano di dare una svolta decisiva alla guerra.

La fine della guerra africana e la guerra di Spagna

   Cesare rinunciò a rioccupare Tysdrus, riconquista dai repubblicani e difesa da un forte presidio e da una coorte di gladiatori sotto la guida di Considio e punto verso nord in modo da ricongiungersi con le truppe rimaste ad Aggar. Scipione provo a sbarrare la strada a Cesare presso una città di nome Tegea, ma la cavalleria di Labieno fu respinta da quella cesariana, rafforzata da arcieri e frombolieri, mentre Scipione evito nuovamente lo scontro ritirandosi con le legioni.

  Il 4 aprile lasciato il campo di Aggar Cesare mosse verso Tapso fortificandosi in un angusto campo di saline fra la città e il mare. Il giorno successivo Scipione schierò il suo esercito di fronte al campo di Cesare, che non attendendo altro, il dittatore uscì alla testa delle sue truppe in assetto da guerra. Questa volta, bloccato fra le mura cittadine e le trincee del campo di Cesare, Scipione fu costretto ad attaccare battaglia. Scipione si sentiva sicuro per la posizione favorevole, ma Cesare anticipò le mosse dell’avversario attaccando sul tempo e prendendo in mano con sicurezza le sorti della battaglia, per i repubblicani fu un autentica disfatta, le legioni di Scipione furono annientate, lasciando sul campo circa 10000 uomini.

  Per i repubblicani la guerra era persa, le popolazioni locali si ribellarono in massa passando dalla parte di Cesare e le spietate repressioni messe in atto dai generali di Scipione accelerarono il fenomeno. La stesso Utica, ultimo caposaldo della resistenza vedeva Catone di fatto assediato dalla popolazione, in gran parte favorevole a Cesare nonostante le espulsioni di massa di mauri e numidi, sospettati per l’antica fedeltà a Mario.

  La successiva strage dei capi repubblicani sancì la vittoria decisiva di Cesare. Scipione tentando di fuggire dall’Africa con alcune navi fu sorpreso dalla flotta cesariana al largo di Ippona e morì annegato durante la battaglia navale che scaturì fra le due flotte; Giuba, cacciato dal suo regno dai numidi in rivolta, e Petreio si uccisero reciprocamente in duello rendendosi conto di non aver più scampo, Catone si suicidò prima di veder Utica occupata dal nemico.

   A quel punto Cesare poté ritornare finalmente in Italia dove il 25 luglio del 46 a.C. celebrò ben quattro trionfi (sul Ponto, sulla Gallia, sull’Egitto e sulla Numidia). Nel frattempo Gneo Pompeo Iunior riorganizzava in Spagna le ultime forze repubblicane. Cesare fu costretto a ripartire per la Spagna e il 17 marzo del 45 a.C. a Munda si combatte lo scontro decisivo, fu la battaglia più dura sostenuta da Cesare in tutte le sue campagne, tanto che a metà giornata le forze pompeiane sembravano inarrestabili e Cesare valutava di darsi la morte; solo una disperata azione salvo il dittatore dalla disfatta permettendogli di ottenere la vittoria finale. La guerra civile era finita ma il costo di quella giornata era stato terribile, sul campo erano rimasti circa 32000 pompeiani e 1000 soldati di Cesare, una cifra spaventosa se si calcola che nelle battaglie antiche il grosso delle perdite si verificava al momento della rotta e riguardava solamente l’esercito sconfitto, per fare un raffronto a Tapso Cesare perse non più di un centinaio di uomini. Cesare era il solo padrone dell’impero e lo sarebbe stato per sei mesi, fino alle idi di marzo del 44 a.C., quando venne assassinato all’entrata del Senato.

Appendice: l’armamento dell’esercito romano al tempo di Cesare

  L’esercito romano del tempo di Cesare è la diretta conseguenza delle riforme mariane che hanno trasformato il cittadino-soldato della tradizione repubblicana in soldato di professione, pagato per il proprio lavoro e legato da un rapporto di fedeltà personale al proprio comandante, che di fatto sostituisce il vincolo con lo stato ed è tra le cause che hanno portato al fenomeno delle guerre civili.   L’armamento utilizzato si caratterizza come una transizione fra quello di tradizione italica usato nell’età delle guerre puniche e quello di età imperiale, che seleziona i migliori elementi della panoplia dei nemici affrontati da Roma nel corso dei secoli, fondendoli in una delle migliori dotazioni militari di tutta la storia.

   L’esercito romano nella seconda metà del I d.C. è costituito fondamentalmente da legionari, fanti pesanti ottimamente addestrata e organizzata su formazioni medio-piccole, centurie e manipoli, capaci di combattere autonomamente dando all’esercito romano una mobilità sconosciuta alle poderose ma lente e macchinose formazioni falangitiche ellenistiche. Questa impostazione della legione romana deriva da modelli africani, particolarmente dall’esercito cartaginese riformato da Annibale la cui mobilità era risultata devastate per l’esercito romano, ancora organizzato alla greca, nel corso della seconda guerra punica (219-202 a.C.). L’invincibilità delle legioni romane della tarda repubblica e del primo impero deriva direttamente dalle geniali intuizioni di Annibale, insieme ad Alessandro di Macedonia il maggior genio militare della storia, progressivamente migliorate dai generali romani come conseguenza delle diverse esperienze sul campo.

  Il legionario presentava una corazza di anelli di maglia (lorica hamata) derivata da quelle in uso presso i celti della Provenza, lunga circa a metà coscia e priva di maniche. L’elmo più usato è il cosiddetto “tipo montefortino” anch’esso di derivazione celtica ed adottato ai tempi delle guerre puniche, la maggior modifica riguarda la decorazione, il cimiero a tre piume descritto da Polibio è ormai completamente sostituito da uno in crine di cavallo rosso. In età cesariana cominciano ad essere utilizzati elmi più protettivi, anch’essi derivati da prototipi celtici (elmo tipo “Coolus E” e “Gallico G”) che diventeranno di uso corrente in età imperiale.

   Lo scudo (scutum) alto circa 1,20 m è pesante una decina di chili, formato da due strati di legno incollati fra loro e dotato di un umbone di ferro per proteggere la mano; la superficie esterna era dipinta con l’insegna della legione, pratica che sembra essersi diffuso proprio durante le guerre civili. Si tratta di uno scudo di origine celtica che dal II d.C. sostituisce lo scudo rotondo di tradizione greco-etrusca.

   L’armamento offensivo si basa sull’associazione pilum – gladium, quasi il simbolo stesso del legionario. Il primo è un giavellotto pesante con impugnatura in legno e punta in ferro dolce, in modo da piegarsi quando tocca terra e non poter essere riutilizzata dal nemico, serviva per decimare le linee nemiche in avvicinamento. Nello scontro frontale si usava il gladium, una spada a lama corta e larga (circa 70 cm lunghezza per 10-15 di larghezza) derivata dai celti di Spagna ed entrata in dotazione all’esercito romano a partire dal II d.C., veniva usata principalmente come arma da stocco, i legionari erano addestrati a pugnalare il nemico piuttosto che a sciabolarlo, sapendo che una ferita di punta profonda 4 o 5 cm era quasi sicuramente mortale e poteva essere inflitta ridicendo al minimo il consumo di energie.  

  Le legioni erano affiancate da piccoli squadroni di cavalleria (turnae), questa non essendo dotata di staffe era impossibilitata a caricare la fanteria, le sue funzioni erano fondamentalmente di ricognizione di inseguimento delle forze nemiche in rotta o di contrapposizione a forze nemiche montate. L’armamento difensivo e analogo a quello della fanteria legionaria, cambia solamente la forma dello scudo, ovale anziché rettangolare. Molto diverso è invece quello offensivo che consta di una lancia con manico ligneo e punta metallica a foglia e di una lunga spada (spatha); in origine si usavano spade più leggere, di tipo macedone, utili principalmente di stocco, mentre a partire dall’età cesariana entrano in dotazione tipi più pesanti, derivati da modelli celtici o germanici.

  Le macchine da guerra erano utilizzate soprattutto negli assedi, ma cominciavano a trovare applicazione anche sui campi di battaglia, in età cesariana il modello più utilizzata è la cosiddetta “catapulta greca”, una sorta di grossa balestra lanciadardi funzionante con un sistema di corde in tensione. Usata fin dai tempi delle guerre puniche è l’antenata degli “scorpioni” e delle cheiroballista di età imperiale, dalle quali si differenzia perché caratterizzata da un’armatura portante ancora lignea e non metallica come nei modelli più recenti. Macchine di questo tipo potevano essere di dimensioni molto variabili, dai tipi leggeri, da campo, per le quali erano sufficienti due uomini a tipi molto pesanti, capaci di scagliare massi pesanti oltre 30 kg. Durante gli assedi, quando si rendeva necessario aumentare la potenza di fuoco, si procedeva alla costruzione degli “onagri”, macchine destinate a lanciare sassi, antenate delle catapulte medioevali, meno efficaci dei tipi a due assi erano però facili da costruire e non richiedevano particolari competenze per essere utilizzate.

   La guerra africana di Cesare, come tutte le guerre provinciali, vede la massiccia partecipazione di elementi indigeni, in Africa l’unità più caratteristica è data dalla cavalleria leggera, numida o maura, particolarmente temuta in tutta l’antichità. Questi cavalieri, privi di armatura, indossavano solo una corta tunica senza maniche,  si muovevano freneticamente intorno alle truppe nemiche, provandole fisicamente e moralmente con il continuo getto di giavellotti, facendo affidamento sulla propria velocità per mettersi in salvo dalla reazione delle forze nemiche. Ampiamente usati dai cartaginesi questi cavalieri furono integrati nell’esercito romano, compaiono con posizioni di rilievo nella colonna traiana, e non scomparvero con la fine dell’antichità.

   Nel corso del medioevo truppe montate analoghe a queste formarono il nerbo dell’esercito arabo che sotto la guida di Tariq ibn Ziyad invase la Spagna nel 711 d.C. – 89 dell’egira sconfiggendo nella battaglia di Guadalete il re visigoto Roderigo e dando inizio alla conquista islamica della Spagna. Queste truppe (in spagnolo Jinete) rimasero il nerbo degli eserciti spagnoli, sia mussulmani che cristiani, fino all’affermazione di più efficaci armi da tiro (archi lunghi e balestre) nel corso del XIV secolo d.C. e poi delle armi da fuoco.

   La cavalleria leggera era affiancata nelle sue operazioni di disturbo da una fanteria leggera, molto mobile, armata analogamente alla cavalleria, che agiva in associazione con quest’ultima. I principali limiti di queste unità erano nell’assenza di armamento difensivo, se la loro velocità li salvano da scontri corpo a corpo erano però facilmente vittima degli arcieri

Appendice II: L’immagine dei protagonisti

   L’aspetto di molti protagonisti di questa fase della guerra civile ci sfugge completamente, la tradizione repubblicana portava ad evitare l’esposizione della propria immagine in monumenti ufficiali in oltre i ritratti degli sconfitti venivano difficilmente conservati, anche in assenza di un’autentica damnatio memoriae, la decisione da parte del Senato di cancellare anche il ricordo di una persona ritenuta indegna, distruggendone tutte le immagini. Solo di due personaggi, Cesare e Giuba, conosciamo con certezza l’immagine, mentre di un terzo, Catone, si hanno ritratti di non sicura identificazione .

Cesare

   L’aspetto fisico di Cesare è ben noto da numerose testimonianze letterarie, un passo di Svetonio (Divus Iulius, 4, 17) ci da l’immagine più fedele che possediamo del dittatore: “Dicono fosse di alta statura, di colorito chiaro, di forte membratura; il volto pieno, gli occhi neri e vivaci; di buona salute, solo in età avanzata ebbe qualche svenimento ed incubi nel sonno. Due volte fu colto da epilessia nel disbrigo degli affari. Meticolosissimo nella cura del corpo, non solo si faceva radere e tagliare i capelli con grande accuratezza, ma anche depilare, per questo era biasimato da alcuni. Sopportava di mal voglia le calvizie, perciò cercava di riportare dal vertice del cranio i pochi capelli sulla fronte, e tra tutti gli onoro tributatigli dal Senato e dal popolo più volentieri accettò e ritenne quello di portare sempre una corona di alloro”.

   L’immagine ci è tramandata con precisione da alcune emissioni monetarie comprese fra il 46 ed il 44 a.C., mentre quelle successive presentano un rapido deterioramento della veridicità dei tratti. I ritratti a tutto tondo sono abbastanza numerosi, ma si tratta in gran parte di produzioni di età imperiale, raffigurante un’immagine molto idealizzata di Cesare, lontanissima dal vero, in cui ciò che conta è il simbolo più che l’immagine, mentre lo stile, richiamandosi a modelli classici del V a.C. è ormai lontanissimo dal patetismo tardo ellenistico dell’età cesariana.

   Il ritratto più fedele va riconosciuto in un esemplare da Tuscolo, oggi a Torino (Museo di Antichità) confrontabile con le emissioni monetaria del 44 a.C. e da mettere in relazione con il decreto, emesso quell’anno dal Senato, di erigere statue in onore del dittatore. Purtroppo il pezzo, già di qualità non elevatissima, presenta uno stato di conservazione alquanto precario, che non permette una precisa caratterizzazione fisionomica.  Alla stessa tradizione si collega un esemplare dei Musei Vaticani (braccio nuovo), databile alla prima età augustea, dove nonostante un maggior pulizia formale si riconosce un forte elemento realistico. Le produzioni successive (Musei Vaticani-Museo Chiaramonti e Camposanto di Pisa) sono prodotti tipici del pieno classicismo augusteo. Totalmente spersonalizzata l’immagine di Cesare divinizzato che compare su un rilievo da Ravenna, riproducente le statue di culto del tempio romano di Marte Ultore, nonché i ritratti del Museo Capitolino e del Museo Nazionale di Napoli, datati all’inizio del II d.C.

   Un secondo filone, risalente alla permanenza di Cesare presso la corte tolemaica presenta il ritratto reinterpretato secondo moduli stilistici greco-egizi, che si manifestano nell’espressione ieratica del volto ottenuta attraverso una ripartizione simmetrica del volumi del viso e nella levigatezza delle superfici. Questa iconografia formatasi ad Alessandria, dove sappiamo era una cappella di asilo in onore di Cesare, ornata da un suo ritratto e fatta costruire da Cleopatra (Cassio Dione, LI, 15), trova la migliore attestazione in un busto in basalto nero, di provenienza egiziana, oggi conservato a Berlino.

Giuba I

   L’immagine del re di Numidia, alleato dei repubblicani, ci è nota con sicurezza da una serie di monete d’argento emesse durante tutto il corso del suo regno. Presenta una folta capigliatura costituita da riccioli elicoidali molto fitti (cosiddetta “parrucca libica”), cinta dalla fascia reale, barba appuntita, naso dritto e regolare, zigomi alti. Il confronto con le emissioni monetarie ha permesso di identificare Giuba I in un ritratto in marmo da Jol-Cesarea (Cherchel), oggi al Louvre.

   Si tratta di un ritratto idealizzato, eseguito alla fine del I a.C. è probabilmente parte di una galleria di ritratti dinastici fatta eseguire da Giuba II, il figlio di Giuba I rimesso sul trono di Numidia da Augusto nel 19 a.C.. I tratti del sovrano sono riconoscibili ma lo schema generale delle testa richiama un tipo di divinità barbuta elaborato in Grecia nel corso del IV a.C., un modello di derivazione classica che ben si inserisce nella raffinata cultura ellenizzante di Giuba II.

Catone

   L’immagine di Catone l’Uticense, pronipote di Catone il Censore, risulta a tutt’oggi problematica, sappiamo che esistevano suo immagini (Tacito, Ann. III, 76; Plinio il Giovane, Epist. I, 17, 3), di cui non resta però nessuna traccia materiale.

L’unica immagine di Catone a noi pervenuta è forse identificabile in un busto in bronzo da Volubilis, in Marocco, presentante un iscrizione (CATO) in lettere d’argento incrostato. Gli studiosi dibattono sulla possibile identificazione, secondo alcuni la forma allungata del busto richiamerebbe modelli di età traianea o adrianea, e propendono l’attribuzione a Catone il Censore, ipotizzando il ritratto destinato alla decorazione di una biblioteca.

Secondo altri, elementi di realismo deciso e stringato ricollegherebbero il ritratto alla tarda età cesariana, facendo propendere l’interpretazione per l’uticense. Essendo improbabile la realizzazione di un ritratto del secondo Catone poco dopo la sua morte è più probabile considerare il ritratto di Volubilis una realizzazione della prima metà del I d.C., in tal senso va interpretata la finezza accademica dei particolari che richiama la ritrattistica postuma di Cesare. In quanto immagine postuma potrebbe raffigurare indifferentemente uno dei due Catoni.

Caio Giulio Cesare

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  Il sole splendeva su Parigi nella mattina del 31 marzo 1814, quando gli eserciti alleati entravano nella capitale francesi accolti da due ali di folla festante in cui i realisti si mischiavano alla gente comune, esausta del clima di guerra permanente che Napoleone aveva imposto al popolo francese.

  Nei giorni seguenti lo Zar Alessandro distribuì le onorificenze ai soldati che si erano maggiormente distinti in quell’interminabile serie di campagne che a partire dal 1812 avevano portato alla liberazione della Russia e alla pacificazione dell’Europa. Fra i privilegiati che si videro premiare in quel giorno vi era il giovane capitano Aleksander Andreevič Aleksandrov del reggimento ulano Konno-Polskij. Questi aveva combattuto nella campagna del 1812 e dopo grave ferita era tornata a servire nell’estate del 1813 contribuendo prima alla ricostruzione dell’armata con una meritoria opera nella riorganizzazione del reggimento occupandosi con non comune sensibilità dei cavalli duramente provati dalle fatiche dei mesi precedenti e successivamente aveva combattuto con valore in Germania.  

   Fin a questo punto sembra una storia come tante, senza particolare interesse. In realtà il nostro capitano nascondeva un segreto, non si chiamava infatti Aleksandrov ma Durova, per l’esattezza Nadezhda Ivanovna Durova, e il suo è l’unico caso noto di una donna che abbia servito come ufficiale durante l’intera epopea delle guerre napoleoniche.

  Nadezhda era nata il 17 settembre 1783 a Kiev da una famiglia di tradizione militare. La madre era una ricca possidente della Piccola Russia e il padre un ufficiale degli ussari. Autentica “figlia del reggimento” Nadja crebbe allevata dagli uomini di suo padre, imparando da loro l’amore per i cavalli e la spregiudicata passione per l’avventura che era propria degli ussari. Importante per la sua formazione fu il rapporto con il capitano Astakhov, un vecchio ussaro che si prese cura di lei nel periodo successivo ad un grave incidente occorso al padre e che divenne per lei una sorta di secondo genitore mentre i rapporti con la madre si deterioravano progressivamente. Appena dodicenne riesce a domare un cavallo circasso che nessun cavaliere era riuscito a controllare e che gli venne donato come premio dal padre, quel cavallo sarà a lungo il compagno di giochi e di vita della giovane amazzone.

  Nel 1801 sposò – probabilmente per imposizione della famiglia – V. S. Chernov da cui ebbe un bambino. Devo essere stati anni infelici in cui la Durova si trovava costretta ad un modo di vita che non le apparteneva e che trovava opprimente. La svolta decisiva nella vita della giovane avvenne nel 1806 quando decise di dare un taglio netto con il passato. Abbandonati figlio e marito e accompagnata solo del fedele destriere Alkid si arruolò in un reggimento cosacco con il falso nome di Aleksander Sokolov.

  La prima occasione per distinguersi gli venne dell’intervento militare in aiuto ai prussiani nel 1806-07, Nadezhda combatte valorosamente a Gutschadt, Geilsberg, Friedland; in una delle battaglie riuscì a salvare la vita ad un alto ufficiale affrontando da sola tre dragoni francesi. Per l’impresa gli venne concessa la Croce di San Giorgio, la più prestigiosa onorificenza dell’impero russo e ottenne la promozione a tenente con il trasferimento al reggimento Mariupol degli ussari della guardia.

  Nel frattempo la notizia di un’amazzone che combatteva nell’esercito russo sotto falsa identità cominciò a diffondersi e venne aperta un’inchiesta. Non sappiamo come andarono le cose – secondo una versione la sua natura venne scoperta e segnalata alla Zar che però la autorizzò a continuare a servire nell’armata per il valore dimostrato. In ogni caso la Durova continua a militare nel proprio reggimento, di stanza nella sua natia ucraina, sotto il nuovo pseudonimo di Aleksander Andreevič Aleksandrov, secondo la leggenda scelto dallo Zar in persona ed in ogni caso scelto in onore del sovrano.

  Messa in congedo temporaneo nel 1810 con la smobilitazione dell’armata di Prussia fu richiamata alle armi con l’inizio dell’invasione francese nel 1812 e distaccato presso il reggimento di lancieri lituani Konno-Polskij. Fu impegnata in prima linea a Smolensk e a Borodino faceva parte della guardia incaricata di proteggere Kutuzov. Nella tragica e gloriosa giornata del 7 settembre la Durova fu ferita da un colpo di artiglieria e trasferita nel campo di Chernigov destinato a fornire soccorso ai feriti e quindi rimandata a casa con una licenza speciale per il periodo di convalescenza.

  Come già accennato nella primavera dell’anno successivo la Durova era di nuovo attiva. Come tutti i rientrati dalla convalescenza fu destinata al’armata di riserva di stanza a Slonim dove la sua esperienza con i cavalli fu di grande importanza per la cura degli animali come afferma con orgoglio la stessa Durova in una pagina del suo diario.

  Tornata operativa a tutti gli effetti in occasione della campagna di liberazione della Germania face parte degli squadroni di cavalleria che sotto la guida di Černyšev il 29 settembre riuscirono con un colpo di mano a togliere Amburgo ai francesi.

  Terminata la guerra la Durova fu congedata e pensionata nel 1816 con il grado di Rotmistr (equivalente di capitano per le unità della cavalleria cosacca e lituana). Tornata alla vita civile si stabilì nelle case di famiglia a Sarapul e Yelabuga dedicandosi all’allevamento di cavalli e mettendosi in evidenza per il suo stile di vita anticonvenzionale.

  La vita della Durova riservava però ancora una sorpresa. Alcuni anni dopo fece conoscenza con Puškhin, di passaggio nella regione. Il poeta saputo che la donna aveva tenuto un dettagliato diario durante tutto il corso della Guerra Patriottica la spinse a pubblicare l’opera che venne data alle stampe nel 1836 con l’aggiunta di una parte sull’infanzia e sugli anni precedenti la guerra dove però è sistematicamente taciuta l’infelice parentesi del matrimonio.

   La Durova si spense il 21 marzo 1866 a Yelabuga. Il funerale venne celebrato secondo le sue volontà a nome di Aleksander Andreevič Aleksandrov, il nome di battaglia che aveva continuato ad utilizzare durante tutta la vita. Gli furono concessi i massimi onori militari e il diritto di essere seppellita con la croce di San Giorgio sul petto.

   Il caso di Nadezhda Durova è sicuramente un unicum non solo nella storia dell’esercito russo ma in quella di tutte le guerre napoleoniche e non solo. La sua storia può però rappresentare simbolicamente quella di tante donne e ragazze che di fronte all’invasione contribuirono nei modi più diversi alla resistenza anti-francese e alla guerra di popolo dando un contributo anonimo ma di certo non trascurabile alla liberazione della Russia e alla conseguente caduta del regime bonapartista e a cui va il grato ricordo di tutti i popoli dell’Europa risorta libera dalla follia napoleonica. 

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   Il 6 settembre 1812 il comando generale dell’esercito della Zar decise di dare battaglia ai francesi, nonostante le posizioni non favorevoli. Le settimane precedenti avevano visto l’abbandono – praticamente senza combattere – non solo delle regioni bielorusse e lituane ma anche della Russia occidentale compreso il doloroso sacrificio di Smolensk. I vertici dello stato maggiore – specie Barclay de Tolly e Kutuzov – erano consci che il solo modo di vincere il nemico fosse quello di fiaccarlo in un disperato inseguimento nelle infinite distanze della terra russa ma ora le pressioni si facevano sempre più forti, la ritirata affossava il morale dei soldati e l’abbandono di Mosca senza combattere era quasi improponibile. In questi condizioni attaccare battaglia diveniva inevitabile anche se la piana di Borodino non era terreno ideale per una difesa ad oltranza, priva com’è di difese naturali specie sul fianco sinistro dove si snodava la strada maestra verso Mosca.

   I primi giorni di settembre furono destinati ad organizzare precarie difese da campo mentre il 5 settembre a Ševardino le truppe del principe Bagration riusciva a coprire la ritirata e a respingere i francesi pur subendo pesanti perdite.

   L’alba del 7 settembre la piana di Borodino si stava preparando a cambiare la storia. Numericamente i due eserciti erano abbastanza simili (circa 130.000 russi contro 125.000 francesi) ma Napoleone poteva contare sulla maggior esperienza dei propri soldati – le truppe russe erano in gran parte inesperte e un contingente non trascurabile era costituito da miliziani (almeno 31.000 uomini) spesso armati solo di picche e asce – e sulla devastante potenza di fuoco dei sui 587 cannoni affidati ai più esperti artiglieri d’Europa. I russi consci di questi limiti si andavano preparando per una battaglia di logoramento che sarebbe costata pesantissime perdite ma che pareva essere l’unico modo per arginare la forza d’attacco francese. Gli zappatori russi aveva agito con assoluta abilità nel costruire trincee temporanee – superiori al riguardo ad ogni altro esercito del tempo – ma allo scoppio della battaglia erano pronte solo quelle del fronte settentrionale intorno al villaggio di Gorki dove gli scontri risulteranno minimi mentre ancora arretrati erano i lavori alle “frecce di Bargation” e al “ridotto Raevskij” dove si concentreranno gli scontri più violenti.

   All’alba del 7 settembre i francesi attaccarono protetti dalla nebbia e approfittando della cattiva disposizione delle truppe russe dovuta alle troppe rivalità dello stato maggiore che Kutuzov e Barclay de Toly non erano riusciti a placate – tanto che gli interi continenti di Ostermann e Baggohufvudt schierati oltre Gorki raggiunsero il campo di battaglia solo nel pomeriggio avanzato.

  L’attacco francese fu preceduto dallo spaventoso fuoco di almeno 400 cannoni contro le frecce che spazzò via i granatieri del conto Voroncov smantellando la posizione più avanzata, affiancato dall’attacco snervante degli schermagliatori. I russi dimostrano un coraggio fuori dal comune ma con l’intero comando decapitato – nel giro di tre ore erano stati gravemente feriti lo stesso Bargation (il principe comandante in capo della 2° armata, discendente degli antichi re di Georgia nella cui vene scorreva il sangue imperiale dei Sassanidi), il capo di stato maggiore Saint-Priest e Mikhail Borozdin., furono costretti a indietreggiare oltre il torrente Semenovskij.Nel frattempo pur con forze preponderanti i polacchi del principe Poniatowski venivano bloccati per alcune ore dagli uomini Nikolaj Tučkov intorno al villaggio di Utica e di fatto tagliandoli fuori dal fronte principale.

   Il grosso dell’attacco francese si stava concentrando contro il ridotto centrale dove le forze russe di Nikolaj Raevskij opponeva strenua resistenza nonostante parte degli effettivi fosse stata distaccata in sostegno a Bargation. Il tempestivo arrivo dei distaccamenti della 2° armata di Ermolov permise ai russi di riconquistare la posizione ma durante il contrattacco venne ucciso Aleksander Kutajsov il miglior ingegnere dell’artiglieri russa che durante lo scontro si dimostrerà impari a quella francese proprio per mancanza di esperienza e a respingere la prima controffensiva francese. Fortunatamente per i russi all’attacco di Morand non seguì l’intervento dell’intera armata di Beauharnais in quanto con un’azione autonoma e improvvisata i cosacchi di Platov avevano attaccato le salmerie francesi costringendo il principe Eugenio a rientrare in difesa e dando tempo al 4° corpo di Aleksander Ostermann-Tolstoj di raggiungere e tenere il ridotto pur sotto l’incessante fuoco delle batterie francesi.

   La situazione era altrettanto grave sul Semenovskij dove la guardia imperiale era sottoposta ad uno spetato cannoneggiamento alternato alle cariche della cavalleria di Davout e Ney. La resistenza delle guardie dello Zar sfiorò l’incredibile. Nonostante la violenza dell’assalto e il numero spaventoso di perdite i reggimenti Izmajlovskij, Lituania e Finlandia e il 4° corpo di cavalleria di Carl Sievers riuscirono a mantenere le posizioni e ad arrestare l’offensiva. Sul campo restarono almeno 1600 uomini (senza contare gli artiglieri) e l’intera catena di comando del Lituania fu spazzata via compresi tutti i maggiori e i colonnelli. Nonostante questo nel tardo pomeriggio i reggimenti erano arretrati di poche centinaia di metri e continuavano a combattere disciplinatamente mentre Napoleone era costretto a inviare continue forze di riserva a sostegno dell’attacco di Ney.

   Nel tardo pomeriggio la battaglia sembrava impantanarsi come avevano sempre desiderato i russi mentre i francesi cominciavano a perdere carica propulsiva nelle azioni di attacco tanto più che Napoleone era restio a sacrificare la Guardia, conscio del’importanza di quei veterani per il prosieguo della campagna. L’unico assalto significativo fu quello nuovamente tentato da Eugenio di Beauharnais contro il “Ridotto Raevskij” e affidato in modo alquanto anticanonico alla cavalleria pesante sorretta dai circa 20.000 fanti che ancora restavano al principe. A quell’ora – circa le 15:00 – l’artiglieria aveva ridotto le trincee ad ammassi di rovine e i difensori del 4° corpo di Ostermann-Tolstoj erano più che decimati. Nonostante questo i russi offrirono una disperata resistenza finché l’ultimo uomo cadde ferito o ucciso sotto le sciabole dei corazzieri francesi.

   L’altura del ridotto era un’essenziale posizione per l’artiglieri e non poteva essere lasciata al nemico in quanto avrebbe permesso di falciare le truppe in ritirata, con una dimostrazione di coraggio e acume non comuni il maresciallo Barclay de Tolly lancio un ultimo disperato attacco per impedire l’avanzamento dell’artiglieri francese. Considerando le gravi perdite subite dalla cavalleria nemica nella conquista del fortino il generale lettone riunì tutta la cavalleria a disposizione lanciandola all’attacco e al sacrificio compresi i corpi d’élite dei chevaliers gardes e della cavalleria della guardia pur di coprire il grosso dell’esercito. L’assalto ebbe successo e di fatto segnò la fine della battaglia in quanto Napoleone rifiutò ancora l’invio della Vieille Garde per la riconquista del ridotto mentre gli ultimi fuochi si andavano spegnendo sugli altri fronti del campo.

   A quel punto Kutuzov ordinò la ritirata, i russi per la prima volta si trovarono in difficoltà nel loro campo migliore in quanto la retroguardia affidata ai cosacchi di Platov scarseggiava di disciplina e rischiava di compromettere l’ordine complessivo, il rapido invio Mihail Miloradovič risolse però brillantemente la situazione riorganizzando la schermaglia per arrestare i francesi e permettendo alle colonne di raggiungere con relativa tranquillità i sobborghi di Mosca.

   La battaglia era costata ai russi un numero spaventoso di perdine, fra Ševardino e Borodino erano caduti almeno 45-50.000 uomini (contro i circa 35.000 francesi), la seconda armata era praticamente distrutta, lo stato maggiore più che decimato (a titolo esemplificativo alla fine della giornata l’ufficiale di più alto grado rimasto nel reggimento Izmailovskij era un capitano e gli schermagliatori dello stesso erano comandati da un alfiere) eppure qualche cosa era cambiato. Napoleone aveva ottenuto la battaglia campale che tanto cercava ma questa non era stata per nulla risolutiva, anzi per la prima volta dopo due decenni l’invincibile macchina da guerra dell’armée imperial era stata fermata e per di più da un esercito apparentemente raffazzonata dove anche i corpi scelti avevano scarsa esperienza e dove coscritti e miliziani rappresentavano il grosso delle truppe. Ma forse proprio quella era la forza dell’esercito di Kutuzov, una forza che Napoleone non aveva saputo comprendere, la forza di un popolo che combatte per la propria terra e che per essa è pronto a sacrificare ogni cosa.

   La guerra sarebbe stata ancora lunga e i sacrifici a cui la Russia si troverà costretta se possibile ancor più dolorosi a cominciare dalla decisione di abbandonare Mosca al nemico presa il successivo 13 settembre. Ma Borodino rappresentava un punto di volta, l’inizio della parabola che avrebbe portato non solo alla cacciata dell’invasore francese dalla Russia ma nel corso degli anni successi della liberazione dell’Europa dalla follia bonapartista e al ritorno della pace sul continente. Obbiettivi che costeranno un incalcolabile prezzo in vite umane all’esercito e al popolo russo cui dovrebbe andare il sincero ringraziamento di tutti i popoli liberi del vecchio continente.

  Il sangue dei caduti di Borodino si sarebbe rivelato il seme della nuova libertà dell’Europa.  

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   Possiamo immaginare il cielo in una mattina di primavera sulle prime pendici montuose della Campania meridionale, dove il Sele si scava la via fra le creste rocciose dei Monti Picentini prima di vedersi aprire di fronte la fertile pianura pestana. Possiamo immaginare l’aria riempirsi dei profumi contrastanti dei monti e del mare che il vento faceva incrociare fra loro; eppure ben pochi fra le decine di migliaia di uomini che affollavano quei prati nei giorni di un lontano aprile del71 a.C. avranno posto attenzione alle dolcezze che Kore faceva sbocciare intorno a loro.

  Quella che si andava compiendo in quei giorni era la parabola finale di una storia eroica e sanguinaria che nei due anni precedenti aveva attraversato da un capo all’altro l’Italia. Lo scontro disperato di un manipolo di schiavi contro la più grande potenza militare di tutti i tempi; l’impresa di un uomo che con la razionalità di uno stratega e il carisma di un mistico aveva fatto tremare i padroni del mondo.

   In quel giorno si sarebbe deciso il destino di questo scontro epico e impossibile ormai divenuto un duello mortale fra due uomini. Per Spartaco e Crasso quel giorno rappresentava tutto, forse non per Roma pronta ad inviare un nuovo comandante ma tanto per i ribelli quanto per il comandante delle forze romane da quel campo tutto doveva venire: vita o morte per i primi; gloria o infamia per il secondo.

   Spartaco aveva a lungo tenuto in scacco le legioni romane, aveva imposto la “sua guerra” ai pretori mandati ad affrontarlo; con Crasso le cose erano cambiate ma il trace era comunque riuscito a mettere alle strette anche il nuovo comandante è la forzatura del blocco romano sul Dossone della Melia lo dimostrava. Ma ora Crasso cercava la sua rivincita e non poteva attendere ancora, l’arrivo dei rinforzi guidati da Pompeo rischiava di oscurare i suoi risultati, doveva vincere e vincere subito. Messo con  le spalle al muro Spartaco non ha alternative, anche per lui non c’è più tempo da perdere perché l’unione delle forze di Crasso, Pompeo e Lucullo (che risaliva da Brundisium) significavano disfatta certa. Per quanto avesse sempre cercato di portare il confronto su forme di guerra non convenzionale ora era il momento di accettare battaglia e se bisognava farlo meglio le strette gole dell’alto Sele dove le manovre di aggiramento della fanteria romana – superiore per numero oltre che per armamento e addestramento – sarebbero risultate impraticabili.

   Crasso fedele alla sua strategia – e all’idea romana che le guerre si vincono la pala e l’ascia da carpentiere prima che con la spada – mise subito i suoi uomini all’opera per scavare trincee ed erigere terrapieni in modo da contenere la superiorità dei cavalieri traci e celti di Spartaco e per garantire una protezione ai propri schermagliatori. Cogliendo immediatamente il pericolo della manovra Spartaco lancia i suoi cavalieri contro i fossori nemici probabilmente sfondando la prima linea romana ma senza ottenere risultati definitivi, i veterani di Crasso non erano le reclute affrontata nei primi scontri e non bastava certo così poco a creare il panico fra i legionari.

   Ora la battaglia era iniziata. I due eserciti dovevano dare uno spettacolo alquanto diverso. I legionari romani appena tolte le armi dalle guaine protettive dovevano apparire al solo come un muro d’argento mentre le file ribelli risultavano certo meno omogenee con le armi tolte ai nemici in precedenti battaglie e quelle di fortuna fabbricate nel tempo. Ad accomunare i due schieramenti era il frastuono terribile che si levava da essi: da un lato l’assordante squillare delle trombe, dall’altro le grida ingiuriose che i celti riversavano sul nemico e il titanismos dei traci cui sarebbe presto seguito il furioso cozzare degli scudi.

   Spartaco ebbe il tempo per un ultimo atto, ad un tempo teatrale e profondamente religioso, scese da cavallo e abbatte l’animale con un colpo di spada sacrificandolo; secondo la tradizione trace ricordata anche da Floro era la forma più solenne di sacrificio e sottintendeva il voto sacrificale della propria vita in quanto comportava il caso di vittoria il sacrificio del comandante nemico e in caso di sconfitta il voto di combattere fino alla morte. Il gesto sicuramente contribuì non poco a rafforzare il morale degli uomini.

   Entrata nel vivo la pugna Spartaco mise in atto il suo piano disperato ma necessario, sapeva che vincere la battaglia in condizioni normali era impossibile e l’unica possibilità era decapitare l’esercito romano uccidendo Crasso e sperare nel crollo psicologico dei legionari. Il trace accompagnato da una scolta di fedelissimo si getto “nel folto della mischia, ove cadevano più numerosi i feriti, in cerca di Crasso” (Plutarco, Vita di Crasso, 11 9). Spartaco e i suoi uomini combatterono con eroico valore, Plutarco racconta come due centurioni cercarono di sbarrargli la strada cadendo sotto i colpi della sua spada. Ma il destino era in agguato e un giavellotto lo colpì ad una gamba. I peggiori incubi si realizzarono, nonostante l’iniziale carica la fanteria leggera romana non era stata totalmente scompaginata e la micidiale efficacia di quei tiratori decideva in quel momento anni di guerra. Circondato dai nemici e protetto dai fedeli compagni Spartaco lottò ancora come un leone ma alla fine venne sopraffatto (Appiano, I 120).

   La battaglia continuò ancora ma nonostante l’eroica resistenza – si calcola che lo scontro costò oltre 1000 vittime fra i legionari – il destino dei ribelli era segnato. Privi del loro capo vennero progressivamente sopraffatti. Non sappiamo in quanti trovarono la morte, i 60000 caduti indicati da Orosio sono inverosimili e stime più prudenti ipotizzano intorno alle 10000 vittime su 30-40000 uomini. Verosimilmente molti si tolsero la vita piuttosto che cadere prigionieri, altri riuscirono a salvarsi e a continuare una guerriglia sempre più prossima al brigantaggio sulle montagne del Bruzio dove sarebbero stati sbaragliati solo nel60 a.C. i più sventurati furono i prigionieri serbati al macabro e spettacolare trionfo di Crasso, destinati a venir crocefissi in massa sulle vie che collegano Capua a Roma. Se il numero di 6000 crocefissioni va preso con il beneficio di inventario comunque è innegabile che migliaia di sventurati trovarono la morte su quelle croci in cui è evidente il gusto per l’eccesso ad ogni costo che accompagnò Crasso in ogni situazione della sua vita.

   Il corpo di Spartaco non venne mai ritrovato, verosimilmente gettato in una fosse comune insieme a centinaia di corpi senza nome. Ma se l’uomo era morto il mito stava nascendo. Già Sallustio – coevo ai fatti – vede in Spartaco un eroe, una figura nobile e tragica degna della massima ammirazione aprendo un percorso di mitizzazione della figura del ribelle trace destinata a perdurare nei secoli.

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I nomadi centroasiatici che pongono fine al regno greco-battriano, utilizzano le tecniche di combattimento tradizionali dei popoli delle steppe, le loro armate si caratterizzano per l’assoluta prevalenza della cavalleria leggera, armata di arco, affiancata dalla forza d’urto della cavalleria pesante, armata di lancia e di spada, quest’ultima usata solo negli sconti corpo a corpo. La fanteria, nerbo degli eserciti occidentali, compreso quello del regno greco di Battriana, era praticamente assente; essa ritornerà ad assumere un ruolo più significativo solo dopo lo stanziamento nello regione, per influenza dei popoli sedentari, ma rimarrà sempre in posizione subalterna rispetto alla cavalleria.

   Gli arcieri a cavallo (hippotoxotai), con armamento leggero, costituivano il nerbo delle armate nomadiche, con evidente esagerazione le fonti cinesi parlano di 100.000 o addirittura di 200.000 arcieri nelle forze degli Yüeh-chin al momento dell’invasione della Battriana; più probabile il riferimento a 100.000 arcieri scelti a cavallo nell’esercito kusano al momento della massima espansione.  L’aspetto di questi arcieri è documentato da numerose testimonianze artistiche, mentre i ritrovamenti archeologici sono più significativi per quanto riguarda le tipologie di archi i frecce utilizzati.

  Le piastrine d’avorio incise ritrovate nel tempio di Takh-i-Sagin nella valle dell’Oxus, datate a cavallo fra I a.C. e I d.C. ci presentano una dettagliata immagine di questi cavalieri. Indossano una veste formata da una specie di camicia o da un corto caffettano, aperto sul davanti e decorata con un fregio lungo l’apertura, fermato in vita da una cintura e ampi pantaloni, molli, lasciati liberi al fondo. Non portano corazze, solo uno a la testa riparata da un copricapo, probabilmente un elmo leggero in cuoio o feltro, di un tipo diffuso in Battriana prima della conquista seleucide, analogo a quello che compare sulle monete del sovrano indo-scita Vakhshuvar. Ben due arcieri su tre sono rappresentati mentre scoccano una freccia voltati all’indietro, secondo una tattica ben nota agli autori classici; gli archi sono di tipo cosiddetto “sasanide”, perché frequentemente rappresentato nella toreutica di età sasanide.

   Lo stesso tipo di cavaliere si ritrova in un pannello del fregio fittile di Khalcayan, in cui tre arcieri a cavallo, di cui quello all’estrema destra intento a stoccare la freccia voltato all’indietro, sono accompagnati da un cavaliere con armatura pesante.

  Gli archi utilizzati sono di tipo composito, distinguibili in due tipi detti convenzionalmente “scitico” e “sasanide”. Il primo è il tradizionale arco dei nomadi delle steppe, a riposo presenta una curva unica, accompagnato dal gorytos, in cui veniva riposto insieme alle frecce. Il secondo detto “sasanide” è un arco a doppia curvatura, di probabile origine siberiana, ma ampliamento diffuso in tutta l’Asia centrale; la definizione di “sasanide” deriva dalla frequenza con cui esso è rappresentato su prodotti della toreutica sasanide, in particolare esso è presente sui piatti raffiguranti la caccia reale. L’uso di questo tipo di arco comincia all’inizio del I d.C., e diventa pressoché esclusivo a partire dall’epoca kusana.

            La struttura di detti archi è ben nota dal ritrovamento di un’esemplare quasi integro a Boguz, nei pressi di Doura Europos, in una necropoli in uso fra il I a.C. e il III d.C.; l’arco va probabilmente datato fra II e III d.C.; da quello rinvenuto nel palazzo di Toprakkalin in Corasmia (III d.C.); e dai quattro, datati al I d.C., di una tomba della necropoli di Karabulaka.

  Questi archi presentavano gli elementi dell’armatura realizzati con sottili lamelle di legno (3 –3,50 mm) di ottima qualità incollate fra loro, le spalle erano in corno per aumentarne la resistenza, mentre i tendini garantivano allo strumento una notevole elasticità.

Sull’armatura lignea erano inseriti gli elementi in corno modellati a caldo, e poi raffreddati rapidamente in acqua fredda. La struttura era rivestita di pelle, nei punti di tensione erano inserite piastrine cornee per aumentarne la resistenza. Una volta assemblato, l’arco veniva legato con gli estremi tesi all’indietro, a questo punto venivano incollati i tendini. In fine l’arco, teso al massimo, era legato ad un anello e lasciato in questa posizione fino al raggiungimento della forma desiderata. Dette tecniche di realizzazione sono state in uso per gli archi turanici fino al XIX secolo.

Le frecce avevano asticelle di canna o di legno leggero, le punte erano in bronzo o in ferro, il cui uso tende a diventare esclusivo con il trascorrere del tempo, prevale il tipo a tre alette, più efficace rispetto a quello a due usato in ambiente scitico.

   La tattica bellica dei nomadi dell’Asia Centrale prevedeva al fianco degli arcieri a cavallo, con armamento leggero, la presenza di una cavalleria pesante, corazzata, che agiva in collaborazione con i primi.  La presenza di cataphracti, è ben documentata dalle fonti. Il termine compare per la prima volta in Plutarco, che così definisce la cavalleria pesante partica in occasione della battaglia di Carre del53 a.C., quando l’azione congiunta degli arcieri a cavallo e della cavalleria pesante guidata da Surenas ebbe ragione delle legioni romane.

  La diffusione della cavalleria catafratta in Asia Centrale si deve molto probabilmente ai Saci, per quanto forze di cavalleria pesante fossero già presenti nell’esercito greco-battriano. Gli Yuezhi al momento dell’invasione della Battriana non dovevano disporne, dopo la conquista della regione essi entreranno a far parte delle loro unità militari, acquisendo sempre maggior importanza. Il Mahabarata ricorda più volte le potenza dei cavalieri Shaka e Tukhara.

   Nella composizione degli eserciti battriani di epoca tocara i catafratti rappresentavano di certo unità d’elite, il cui numero doveva essere molto inferiore a quello degli arcieri a cavallo, che continuavano a costituire il grosso dell’esercito, come per altro anche nell’impero arsacide. Dal punto di vista sociale i cavalieri catafratti dovevano provenire dalla nobiltà mentre gli arcieri a cavallo erano i componenti delle tribù.

   L’immagine di questi cavalieri ci è tramandata da numerose fonti iconografiche, che peraltro testimoniano la tendenziale unità dell’armamento della nobiltà battriana con quello degli indo-sciti e successivamente dei nobili kusani.

   La più importante testimonianza ci è data sicuramente da una scultura fittile, pur frammentaria, ritrovata a Khalcayan. Dai frammenti della scultura è possibile ricostruire con notevole precisione l’armatura di questi cavalieri. Indossavano un corpetto, probabilmente di cuoio, rivestito di placche rettangolari, in ferro o bronzo. Un guerriero stante presenta un’alta gorgiera, anch’essa rivestita da placche metalliche. Al di sotto della cintura il corpetto forma una corta gonna, leggermente svasata, che presenta la struttura sopra descritta. Braccia e gambe sono protette da una serie di lamine anulari in metallo, uniti fra loro a formare una struttura tubolare. Solo l’interno delle cosce non era protetto, in quanto per mantenere l’equilibrio in assenza di staffe, il cavaliere doveva fare pressione con le gambe contro il corpo dell’animale.

  La testa, ritrovata staccata dal corpo, presenta un elmo di un tipo non altrimenti attestato, si tratta di un tipo a calotta rialzata, formato da fasce metalliche unite fra loro tramite chiodatura; un evoluzione di questo tipo di elmo passerà, tramite i nomadi delle steppe ai Goti e da questi agli altri popoli germanici, dove viene trasformato nel cosiddetto “Spangenhelm” degli archeologi medioevali. Rispetto al tipo più noto l’esemplare ritrovato a Khalcayan presenta ampi guanciali di protezione, probabilmente in cuoio imbottito, e una ancor più insolita visiera.

Un secondo cavaliere presenta un armatura analogo, manca la gorgiera ma può essere andata semplicemente distrutta; si è però ritrovata la testa del cavallo a lui pertinente. Presenta una maschera metallica, con scaglie circolari rivolte verso l’alto, che lascia scoperti solo gli occhi.

   Il collo è protetto da una corazza formata da grandi scaglie metalliche, probabilmente cucite su una struttura in cuoi o feltro, non è chiaro se la criniera sia quella del cavallo, o una in metallo, in questo caso i fermagli sarebbero stati sotto il collo, nel primo nella parte superiore, lasciando scoperta la criniera. Nel punto di articolazione della gamba anteriore è una grossa falera.

   La principale arma d’offesa era una pesante lancia (contus), che poteva essere impugnata dal cavaliere o avere le estremità fermate sul dorso del cavallo, questa informazione viene confermata dal ritrovamento di un sistema composto da bande di cuoio e da un anello di legno da applicare alla parte posteriore del cavallo ritrovato a Doura Europos. L’invenzione di questa lancia viene attribuita ai sarmati, in realtà è molto più probabile ipotizzarla come evoluzione delle sarisse della cavalleria macedone.

   La corazza si divide in una parte superiore, busto e spalle, a scaglie e una inferiore, destinata a proteggere l’addome, formata da lamelle rettangolari disposte verticalmente. Bracciali e gambiere sono del tipo a lamine anulari; utilizzate anche in ambito sacico e kusano. Ad ambito occidentale rimandano le scaglie della parte superiore della corazzo, il graffito rappresenta chiaramente squame di piccole dimensioni, molte più simili a quelle della lorica plumata romana piuttosto che alle grandi scaglie che formavano le corazze dei cavalieri delle steppe euro-asiatiche.

   Il cavallo è protetto da una gualdrappa rivestita di scaglie, di dimensioni maggiori rispetto a quelle della corazza del cavaliere, che scende fino alle ginocchia. L’arma offensiva è data da una lunga lancia (contus), al fianco sinistro è sospesa una spada di cui si vede solamente l’elsa.

   Gualdrappe analoghe a quella qui raffigurata sono state ritrovate nella stessa Doura Europos. Esse sono formate da una fodera in feltro, con un vano centrale in concomitanza del punto in cui era inserita la sella, ad essa erano cucite le scaglie metalliche, queste presentano buchi sia nella parte inferiore, per cucirle alla gualdrappa, sia ai lati in modo da poter essere cucite fra loro. Strisce di cuoio, in buona parte conservate, collocate fra la gualdrappa e le scaglie, rafforzavano il sistema, ad esse erano ulteriormente fermate le file di scaglie.

   Armature per molti aspetti assimilabili alle precedenti sono visibili nei rilievi di Firuzabad, raffiguranti la vittoria del sasanide Ardašir I sul sovrano arsacide Artabano V (224 d.C.). Tanto quest’ultimo, quanto il suo gran Vizir (disarcionata dal principe ereditario Šabuhr), indossano un costume analogo a quello di Doura Europos; rispetto al graffito si distinguono la corazza liscia, probabilmente in cuoio, l’elmo che lascia scoperto il viso, l’assenza di protezioni per i cavalli. I cavalieri sasanidi presentano un corpetto di maglia di ferro, a maniche lunghe, con sovrapposto un corpetto liscio.

    Questo tipo di cavaliere passerà con poche modifiche, gambali in cotta di maglia anziché a lamine anulari, arco affiancato alla lancia come arma d’offesa, elmi più protettivi, agli eserciti sasanidi, e quindi a quelli tardo-romani e bizantini. Le fonti antiche per definire la cavalleria pesante alternano i termini di cataphractus con quello di clibanarius (dal medio persiano grivban, corazza; o dal greco kliba/noj, forno di metallo); una precisa definizione dei due termini non è ancora stata raggiunta. 

  Le armi di offesa, oltre all’arco e alla lancia precedentemente descritti, sono rappresentate essenzialmente da spade, pugnali e asce. Le spade sono in genere di dimensioni ridotte, simili all’akinàkes degli sciti, diffuso in Asia Centrale durante l’età del ferro. Al fianco di queste forme tradizionali compaiono spade di tipo greco, come l’esemplare ritrovato nella sala del tesoro di Khalcayan, lunga 54 cm (la lama misura 30 cm), a doppio taglio, ed elsa fusa in un solo blocco con la lama. Questa spada è tipologicamente assimilabile agli xiphos degli opliti greci, e potrebbe attestare la presenza presso i principi tochari di Khalcayan di unità di fanteria armate alla greca. Spade greche e scite sono state trovate in associazione nel tesoro del tempio di Takht-i Sangin, nella valle dell’Oxus.

  Le spade con lama lunga a doppio taglio, pur meno diffuse, sono anch’esse testimoniate. Un esemplare di particolare lunghezza è stato ritrovato a Tagisken, nella vicina Chorasmia; una spada di questo tipo era nelle mani della statua di Heraos a Khalcayan. Dette spade presentavano foderi in cuoi o legno, riccamente decorati; sul lato frontale era applicato un dispositivo che permetteva il passaggio della cintura a cui la spada era appesa; questo sistema, diffusosi nel I a.C. rimase in uso fino ad epoca altomedioevale.

   I pugnali sono noti soprattutto da testimonianze iconografiche, un’esemplare ritrovato ad Ai Khanoun, presenta lama in ferro a doppio taglio, poco appuntita, con l’armatura dell’impugnatura fusa in un solo blocco con la lama, probabilmente ricoperta di legno; si tratta di una tipologia ampiamente diffusa nella regioni e ben testimoniata dai numerosi pugnali shaka ritrovati nelle sepolture del Pamir. Un posto a sé occupa lo splendido pugnale ritrovato in una tomba principesca a Tillya Tapa , lungo37,5 cm, con lama sottile, a doppio taglio, priva di costolatura centrale, si distingue per la ricchezza fuori dal comune dell’impugnatura e del fodero. La prima è in oro massiccio con decorazione zoomorfa arricchita di lapislazzuli; l’elsa termina con un anello chiuso, occupato dalla raffigurazione di un orso. Il fodero in legno e cuoio placcati d’oro, con decorazione analoga a quella dell’impugnatura, è fiancheggiato da quattro lobi traforati che servivano a sospendere l’arma alla cintura fissandola nel contempo all’estremità inferiore della gamba. Il pugnale era accompagnato da una cote, con un rivestimento aureo analogo a quello del pugnale.

  L’uso dell’ascia da guerra (sagaris) presso i nomadi è ricordato dalle fonti classiche, Erodoto ne attribuisce l’uso ai Massageti e ai Saci. In Battriana, a questo livello cronologico, ne è attestata un’insolita tipologia (klevets), in cui la lama è sostituita da una punta, simile a quella di un’alabarda; oltre a comparire nelle emissioni monetarie è nota da un esemplare, riccamente decorato, ritrovato a Kampyr-Tepe. Era impegnata anche la mazza, probabilmente del tipo sarmatico, caratterizzato da molte protuberanze, simile alla varza descritta nell’Avesta.

  Ad Ai Khanum, ma anche in Margiana, sono state ritrovati proiettili di terracotta di notevole peso (da3 a12 kg), chiaramente destinati a catapulte o macchine simile.

   Le armi difensive, escluse le armature pesanti sopra descritte, sono meno scarsamente attestate. Gli scudi sono praticamente assenti nella documentazione archeologica; possiamo ipotizzare l’utilizzo di scudi in materiale deperibile, analoghi a quelli ritrovati nel Pamir orientale e nell’Altai. Questi erano costruiti da canne o fascette di legno unite in alto e in basso da asticelle orizzontali, il tutto era rivestito di cuoio.

    Gli elmi vedono la presenza, al fianco degli elmi conici a fasce sovrapposte di tipi più tradizionali. Al mondo nomadico rimanda l’elmo detto “Kubano”, in realtà originario della Siberia orientale; generalmente in bronzo, a calotta , con tagli in corrispondenza delle sopracciglia , fascia in rilievo al margine e protezione per il naso. Di tradizione greco ellenistica è invece l’elmo “beotico”, con ampia calotta ovaleggiante e larga fascia, spesso ondulata, in alcuni casi può trasformarsi in un vero elmo a petaso. Questo tipo di elmo è attestato in tutta la regione fino all’epoca kusana, compare in una statua fittile di una divinità femminile, probabilmente locale, assimilata ad Atena rinvenuta a Khalcayan, nonché sulle monete dei re Indo-greci ed Indo-sciti, e ancora alla metà del II d.C.

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Il mondo non aveva mai visto nulla di paragonabile a quanto sfilava ad Abido, sulle rive dell’Ellesponto in onore e a futura gloria di Serse, Re dei Re, padrone di gran parte delle terre conosciute. Non c’era popolo dall’Egeo all’Indo, dal Rodope alle cateratte del Nilo che non avesse inviato i propri soldati e le proprie navi per la gloria dell’impero; ogni tipo di armi, di vesti, di insegne passavano fianco a fianco finché il bronzo si confondeva con il lino, la seta con le pelli di leopardo. Eppure un dettaglio colpiva anche in quel turbinio di colori, di forme, di lingue; la guerra si è sempre detto non è cosa per donne e fra tutte le forme di guerra ancor meno lo è quella di mare eppure una figura femminile si stagliava sulla prova di una trireme pari per fermezza ed ambizione ai migliori capitani di Fenicia o di Jonia. Il suo nome è Artemisia, regina e vedova di re, a scelto di guidare personalmente la piccola flotta che i Cari di Alicarnasso hanno apprestato alle richieste di Serse, pronta a distinguersi in battaglia se la sorte ne darà occasione. Nulla sappiamo del suo aspetto, possiamo provare ad immaginarla con lunghi capelli bruni che escono dall’elmo e con la carnagione olivastra delle genti egee, resa più brunita dal sole nelle parti lasciate scoperte dell’armatura. Certo è solo una suggestione ma forse non lontana dal vero per questa figlia di una cretese e di un dinasta indigeno d’Anatolia, più avvezza ai campi di battaglia che alle opere muliebri. Artemisia non era certa venuta in Grecia per giocare un ruolo da comprimaria. Aveva ben chiaro il suo scopo, quello di attirare la benevolenza del Gran Re sulla sua città ed era disposta a tutto pur di riuscirvi. A suo favore aveva due armi che si sarebbero rivelate vincenti: l’essere una donna gli consentiva una spregiudicatezza ed una libertà di parola che pochi si sarebbero permessi con il padrone del mondo e il suo sangue ad un tempo cario e cretese la rendeva naturalmente portata a leggere le operazioni sul mare con una lucidità sconosciuta agli strateghi persiani che per tutta la guerra continuarono ad intendere le battaglie navali come proiezione acquatica di quelle terrestri ponendo le basi per l’inevitabile disastro. Lunghe ombre dovevano allungarsi sul campo persiano la sera del 23 settembre quando gli ultimi fuochi d’un incendio sacrilego ancora non si erano ancora spenti sull’Acropoli e le maglie delle tele di Temistocle si serravano invisibile per trascinare nel precipizio i sogni di gloria di Serse. Il consiglio di guerra fu una gara di plausi alla scelta di Re di accettare battaglia a Salamina, solo una voce si levò a contrastare la proposta, a mettere in discussione le decisioni regali: quella di Artemisia. La Regina si oppose alla battaglia, da esperta di mare sapeva che in quelle condizioni i Greci partivano favoriti e che messi alle strette avrebbero combattuto come leoni mentre una parte consistente della flotta persiana non era all’altezza dello scontro (accusando apertamente al riguardo Egiziani, Ciprioti, Cilici e Panfilii) inoltre fece notare che una disfatta navale avrebbe compromesso le possibilità di successo anche per l’esercito di terra. Meglio marciare in forze sull’Istmo e lasciare che la penuria di viveri costringesse i Greci a lasciar Salamina. Serse ringraziò Artemisia dei consigli ma decise comunque di combattere per mare, se ne sarebbe amaramente pentito (il discorso di Artemisia è immaginato da Erodoto, VIII 68 ma appare verosimile specie considerando che lo storico era nativo di Alicarnasso e potrebbe aver avuto accesso a fonti dirette sul tema). Artemisia ricompare sulla scena della storia nel pomeriggio del 25 settembre, la battaglia di Salamina è al culmine della sua violenza e i Persiani sono ormai sul punto di andare in rotta. I Cari si sono trovati schierati al centro dello schieramento contrapposti alle flotte peloponnesiache ed hanno eroicamente resistito ma il sopraggiungere di ateniesi ed egineti già vittoriosi sulle squadre fenicie aveva costretto anche loro a ripiegare. Il tentativo di disimpegno era reso complesso dal continuo giungere di nuove navi persiane che bloccavano il canale permettendo ai greci di colpire con facilità. Nel cuore della mischia l’ammiraglia di Artemisia è puntata da una trireme ateniese, quella di Aminia che secondo una tradizione aveva abbordato la prima nave nemica all’inizio della battaglia. Sentendosi minacciata la regina compie un gesto ardito ed imprevisto ordinando al suo equipaggio di attaccare la prima nave alleata a vista e la sorte porta a tiro dei rematori l’ammiraglia di Damasitimo, re di Calinda altra città stato della Caria storicamente rivale di Alicarnasso. I marinai di Artemisia caricano e speronano la nave alleata mentre con verosimiglianza i fanti di marina si lanciano all’assalto massacrando l’equipaggio – in modo da evitar la presenza di scomodi testimoni – mentre i pochi superstiti saranno stati facile preda degli ateniesi che nel furore di vendicare le violenze subite non erano certo interessati a far prigionieri. Aminia pensando ad un voltafaccia della nave nemica – i cari usavano armi e armature di tipo greco e gli ateniesi confidavano nel possibile tradimento di qualche equipaggio jonico o cicladico – rinunciò all’inseguimento ma contro ogni attesa l’azzardo di Artemisia giocò a suo favore anche presso Serse. Nello sfacelo completo della flotta persiano il colpo della regina venne notato dagli ufficiali che seguivano l’avanzamento delle operazioni ma riferirono al re che Artemisia aveva colpito una nave nemica, unico successo persiano in quella fase di fuga scomposta. Non sappiamo se per errore – possibile nella confusione – o più probabilmente per timore- i cortigiani avranno cercato di nascondere a Serse la consistenza del disastro se non alto per evitare di scontare personalmente l’ira del Gran Re – ma la notizia di un successo seppur parziale poteva sicuramente far gioco al riguardo. Al riguardo può aver giocato un ruolo importante Ariarmamne capo del partito filojonico e profondamente ostile ai fenici il quale aveva tutto l’interesse ad esaltare il valore della nave caria rispetto all’indegno comportamento delle flotte levantine che già da tempo si erano ritirate dalla battaglia. Alla fine della battaglia Artemisia era fra i pochi capitani che poteva presentarsi con dignità di fronte al Re. Non solo si era comportata con valore ma era stata l’unica a consigliare giustamente di non tentare la sorte in una battaglia navale e non casualmente solo ad Artemisia venne concessa una conversazione privata con il Re dopo che questi ebbe congedati tutti gli alti ufficiali del suo esercito. Non sappiamo come si svolse il dialogo fra i due ma è certo che Artemisia fu onorata con l’omaggio di un’armatura greca (la scelta di una panoplia greca anziché di tipo persiano com’era prassi va verosimilmente spiegato con la totale adozione dell’armamento greco da parte dei Cari) mentre ad un ammiraglio capo della flotta – verosimilmente Megabazo che era al comando delle squadre fenicie – furono inviati per scherno un fuso e una conocchia. Nei mesi seguenti le tracce di Artemisia tendono a perdersi, sappiamo che ottenne da Serse l’incarico – di estremo onore – di scortare i figli illegittimi del Gran Re fino ad Efeso mentre lo stesso rientrava in Asia via terra e sicuramente Artemisia non era fra le vittime dell’attacco greco a Pepareto dove furono coinvolte navi carie. Dopo il 480 Artemisia scompare definitivamente dalla scena, appare verosimile immaginarla a regnare su Alicarnasso lontana dal disastro in cui si era ormai trasformata la campagna greca di Serse. La dinastia che Artemisia aveva promosso e valorizzato con la sua partecipazione alla guerra continuò a regnare su Alicarnasso, un suo discendente – forse un nipote – Ligdami è attestato da un’epigrafe intorno al 460 a.C. ma soprattutto continuò una tradizione di regine e guerriere che con Artemisia II e Ada reggerà le sorti di Alicarnasso fino agli albori dell’età ellenistica.

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  La notte si allunga inquietante in uno scenario spettrale, foreste sempre più fitte impediscono agl’ultimi raggi di sole di penetrare fino al suolo; il riflesso verdognolo, spettrale delle muffe sembra trasformare i bianchi tronchi delle betulle in lemuri usciti dalle tombe; ove il bosco si apre è solo per lasciar spazio ad acquitrini torbidi, da cui si levano vapori di metano dall’aspetto tombale mentre i lontani ululati dei lupi risuonano per l’aria fra gli scrosci di una pioggia incessante.

  Se esiste un luogo al mondo in cui la paura si fa spazio fisico quello sono le foreste della Germania profonda, o almeno tali dovevano sembrare ai legionari di Lucio Quintilio Varo che le attraversano nella piovosa notte del 9 settembre del 9 d.C. dirette a reprimere una rivolta neppure ben chiara in qualche villaggio a nord. Un paesaggio di tregenda, una sorta di strada verso gli inferi e presto l’inferno avrebbe aperto davvero le sue porte scatenando sui soldati di Roma orde di demoni assetati di sangue.

  Forse in quelle ore un sospetto aleggiava nella mente di Varo, rendendo il tutto ancora più inquietante. Nulla si sapeva degli ausiliari germani di Arminio partiti in avanscoperta e come ingoiati dalle tenebre, forse gli risuonavano in mente le parole di molti capi germanici che lo avevano messo in guardia sul principe dei Cheruschi e sulla sua fedeltà alla causa romana.

  Le legioni avanzavano a stento impantanandosi nel fango ad ogni passo, allungando la colonna per diversi chilometri mentre i cavalli stentavano a reggersi in piedi e carriaggi e artiglieria si perdevano lungo il percorso nell’impossibilità di avanzare.

  All’improvviso un sibilo spaventose scosse l’aria umida e migliaia di giavellotti si abbatterono sulla colonna, forieri di morte per i legionari. In quel momento i peggiori incubi di Varo prendevano corpo e il tradimento di Vero di palesava in tutta la sua chiarezza; ma ormai non sembrava esserci modo di sfuggirvi se non avanzando pressato dalla colonna in marcia alle sue spalle. Alla fine il generale riuscì comunque a riorganizzarsi e sacrificate definitivamente le salmerie a forzare il passo e ad accamparsi su un altura.

  Il giorno seguente Varo si rimise in marcia con i suoi uomini cercando di procedere verso il Reno dove gli ausiliari di Asprenate, stanziati ai Castra Vetera, avrebbero potuto aiutarli. Consci ormai dal pericolo i romani cercavano di marciare in formazione compatta ma i continui attacchi dei germani e la pioggia costante rendevano quasi proibitivo mantenere l’ordine di battaglia. Fra foreste e paludi la superiorità delle legioni era annullata e i barbari sfruttavano le loro superiore conoscenza del territorio portando rapidi attacchi e scomparendo nelle foreste.

  Il calare della sera materializzava gli incubi peggiori, se di giorno almeno i nemici si vedevano comparire sui crinali e si poteva cercare riparo sotto gli scudi di notte anche questa minima difesa diveniva inutile. Spettri usciti dal tartaro gli skaduganganz seminavano morte senza neppure essere visti. Truppe scelte dei germani occidentali questi fanti leggeri combattevano praticamente nudi con il corpo e le armi dipinte di nero, solo il bianco degli occhi compariva fra le tenebre a segnalarne la presenza ma in genere troppo tardi per sfuggire alla morte.

  Ormai le legioni erano decimate, una parte significativa dei 20000 legionari e 5000 ausiliari partiti due giorni prima era rimasta uccisa durante la marcia mentre il vento e la pioggia sempre più forti impedivano perfino di erigere un campo per la notte. Con il passare delle ore anche la speranza abbandonava i soldati dell’impero.

  Il terzo giorno finalmente la foresta cominciava ad essere meno fitta e una radura apparve di fronte agli occhi dei legionari, ma si trattava di fallace speranze. Arminio aveva condotto i romani esattamente dove voleva, uno stretto pianoro sul fianco della collina di Kalkriese largo in certi punti non più di 80-120 m costeggiato da un lato da un crinale boscoso dove si era nascosto l’esercito germanico e dall’altro da impraticabili acquitrini. Ma le sorprese per i romani non erano finite, mentre l’esercito di Varo e probabilmente più che dimezzato quello di Arminio cresceva di ora in ora con il giungere di continui rinforzi dai villaggi vicini trascinati dalla speranza dell’imminente vittoria.

  All’improvviso l’implacabilità del destino di morte comparve di fronte a Varo e ai suoi uomini. Un muro di terra alto circa 3 m sbarrava la strada alle legioni; Arminio rivoltava contro i romani la loro stessa tecnologia bloccandoli con un fortificazione a lisca di pesce come quelle che difendevano i castra. La loro struttura imponeva di rompere i ranghi per scalarla ed inoltre permetteva di colpire i nemici da almeno due fronti.

  In quel momento 20000 guerrieri germanici assetati di sangue irrompevano dai boschi dando vita alla carneficina. Varo per evitare di venir fatto prigioniero si toglieva la vita con la propria spada, per gli altri il destino era segnato. I più fortunati incontravano la punta di una lancia o la lama di ascia per gli altri si apriva un cammino di orrori infiniti; ai prigionieri strapparono gli occhi, ad altri tagliarono le mani, di uno fu cucita la bocca dopo avergli tagliato la lingua.. (Floro, Epitome II 36-37)”, per fuggire ai supplizi un ufficiale romano Caldo Celio compì un gesto straordinario. Afferrate le catene che lo tenevano legato, se le diede sulla testa con tale violenza da morire velocemente per la fuoriuscita di copioso sangue e delle cervella… (Velleio Patercolo, II 120, 6)”.

  Solo a pochi prigionieri fu salvata la vita per essere scambiati con prigionieri germani, la gran parte vennero sacrificati agli Dei germanici. L’orrore di quel santuario di morte apparve con tutta la sua evidenza a Germanico che raggiunse quei luoghi nel 15 d.C. “nel mezzo del campo biancheggiavano le ossa ammucchiate e disperse… sparsi intorno… sui tronchi degli alberi erano conficcati teschi umani. Nei vicini boschi sacri si vedevano altari su cui i germani avevano sacrificato i tribuni ed i principali centurioni… (Tacito, Annales I, 61).

  Quel massacro era il trionfo di Armino e del suo genio militare che aveva permesso ad un’accozzaglia di bande tribali di Sigambri, Marsi, Camavi, Agrivari e Catti di sconfiggere l’esercito più perfetto di tutti i tempi. Quei giorni cambiarono inoltre la storia in modo permanente, Roma non tentò più di sottomettere le foreste della Germania e la linea del Reno rimase il confine di due mondi, fra due anime di quell’Europa che si sarebbe costruita nei secoli a venire.  

  

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