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Archive for the ‘L’arte della guerra’ Category

 

 Raramente nella storia gli sconfitti salgono agli onori della gloria più dei vincitori, in alcuni casi non sarebbe però errato celebrare il genio, la grandezza di un vinto più della fortuna di un vincitore. Un caso è in tal senso emblematico su tutti: Zama.

  Quella campale giornata sul riarso suolo africano fu uno scontro di titani, un confronti di disperati eroismi e dedizioni assolute, l’ultima e più alta dimostrazione del genio annibalico. Bloccato su un colle privo di risorse, impossibilitato a bloccare l’unione delle forze di Scipione con quelle di Massinissa, Annibale si trovò costretto ad accettare una battaglia fino a quel tempo accuratamente evitata, conscio dei limiti della sua armata. Limiti non tanto numerici, le forze in campo erano simili a riguardo, quanto tattici – per una volta l’arma montata così decisiva per la sua strategia è decisamente sbilanciata a favore del nemico – sia soprattutto di preparazione.

  L’esercito di Scipione non era nato sotto benigna stella ma il generale romano lo aveva plasmato, trasformato fin nella fibra più recondita. Gli anni della guerra in Spagna gli hanno permesso di mettere in pratico lo studio di una vita condotto sullo stesso Animale, modello quasi ossessivo per il giovane romane, mentre la permanenza in Sicilia e la prima fase della guerra in Africa gli hanno permesso di trasformare gli sbandati delle Legioni Cannensi e dei Volones di Gracco nella miglior macchina da guerra mai avuta dalla Repubblica. Sconfitti da Annibale ma ancor di più umiliati dal proprio paese quei disperati hanno ritrovato dignità e orgoglio nel seguire Scipione e per lui sono pronti ad ogni cosa. Ai Campi Magni la loro spaventosa determinazione ha dimostrato in pieno le proprie capacità.  

  Annibale è conscio di questo e ancor di più del fatto che in pochi mesi non ha potuto forgiare come avrebbe voluto il suo esercito ancora troppo composito. I mercenari Liguri e Celti che Magone è riuscito ad inviare a costo del sacrificio supremo sono guerrieri straordinari individualmente ma la loro furia può risultare autodistruttiva. Le leve di Cartagine e dei centri africani, arruolate sull’impeto della disperazione non sono ancora addestrate nemmeno ai fondamentali della guerra. Gli restano ottanta elefanti – in cui il generale mai ha fidato troppo – e quindicimila veterani d’Italia; questi non sono più le fidate truppe iberiche con cui molti anni prima era partito nel suo folle tentativo ne tanto meno la falange sacra cartaginese che lo aveva accompagnato dall’Africa ma una composita accozzaglia di disertori e fuoriusciti italici ed italioti, all’inizio uniti solo dall’odio contro l’oppressore romano ma trasformati da lui nella miglior falange apparsa sui campi di battaglia dai tempi di Alessandro.

  Annibale può contare solo su di loro e sul suo talento. Scipione ha studiato una vita la tenaglia di Canne, la perfezionata, la resa autosufficiente dalla cavalleria, Annibale ha avuto pochi mesi per studiare la nuova morsa di Scipione e deve tentare di annullarla ma per far questo deve prendere in mano fin dal primo istante le redini della battaglia.

  Dopo giorni di studio in quell’ottobre dell’anno 552 dalla fondazione di Roma (616 da quella di Cartagine), l’allievo e il maestro giungono a confronto e Annibale contro ogni logica riesce nella sua azione di imporre a Scipione la strategia voluta. Per prima cosa lancia gli elefanti alla carica, questi travolgono le linee dei veliti ma non infliggono perdite alle legioni che si aprono per farli passare; Scipione respira ma Annibale gli ha imposto la sua linea, l’esercito romano non ha ancora la duttilità per cambiare strategia sul campo e la carica degli elefanti ha imposto ai romani una formazione a colonna, più stretta di quella a scacchiere e più adatta per l’idea che il Barcide si è fatto della battaglia. Ora va annullata la superiorità delle truppe montate romane, Annibale confida che Scipione si senta al sicuro e lasci liberi i suoi cavalieri come a fatto ai Campi Magni, le provocazioni hanno successo e le ali di Lelio e Massinissa caricano le forze montate puniche che al momento prestabilito si lanciano in ritirata facendosi inseguire e allontanando la cavalleria romana dal campo.

  A quel punto i celti assaltano le linee degli hastati che rapidamente hanno la meglio e li inseguono, seppur confusamente i galli si ritirano come voleva il cartaginese e gli hastati stanno per frangersi sul muro di lance dei veterani, Scipione con rapido gesta ferma i suoi uomini sventando il tranello di Annibale ma aprendo le linee. A quel punto sotto gli occhi sbigottiti del romano le forze cartaginesi si aprano a ventaglio e avanzano ad arco convesso verso i romani. Di colpo il tentativo di aggiramento delle legioni è stato annullato e Scipione rischia a sua volta di venir accerchiato; in pochi mesi il Barcide non solo ha capita la logica della manovra di Publio ma la rivoltata contro di lui.

  Scipione è costretto ad allargare al massimo le forze sacrificando la tenuta centrale per evitare l’aggiramento ed attendere che qualcosa succeda, che cali la notte ancora lontana o che Lelio e Massinissa rinuncino al folle inseguimento e rientrino in battaglia. Nella disperazione Publio è sostenuto dai suoi uomini, accerchiati e sotto continua pressione i legionari tengono le posizioni, si fanno massacrare minuto dopo minuto ma resistono. I reprobi delle Legiones Cannenses ricompensano con il proprio sacrificio la dignità che Scipione gli ha ridonato.

  Alla fine il miracolo si compie, proprio nel momento in cui il centro dello schieramento romano stava per cedere Lelio e Massinissa riappaiono all’orizzonte e lanciati alla carica travolgono i libici e i galli alle ali dello schieramento cartaginese. L’apparire della cavalleria da nuovo slancio alle legioni che travogono l’esercito punico costretto ad una rotta incontrollata.

  Solo al centro la pugna continuava ad infuriare, circondati da tutto l’esercito romano i veterani della falange resistono. Quell’accozzaglia di disertori lucani e locresi, sanniti e tarantini, osci e crotoniati, unito dall’odio contro Roma e dall’amore infinito verso per quel generale straniero, per quell’africano che gli aveva donato un sogno impossibile di libertà per loro e per i loro popoli, si votavano ad un sacrificio comune.

  Fermi come alberi scossi dal venti i veterani italici resistettero finche l’ultimo cade trafitto, il loro sacrificio sigla con il più puro eroismo quella giornata tragica e incredibile dove il genio del vinto aveva oscurato – e per Scipione questo fu rovello perenne – la stessa gloria del vincitore.

 
 
Annibale

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