Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Scienza e natura’ Category

   Per millenni le grotte hanno suscitato nell’uomo una sorta di timore reverenziale, spazio limitaneo fra il nostro mondo e un mondo altero – quello degli spiriti, dei mostri, degli Dei inferi – sono rimaste fra i luoghi meno conosciuti del pianeta, sfruttate solo nei loro tratti iniziali per molteplici scopi senza mai spingersi oltre agli spazi in qualche modo illuminati dalla luce del giorno verso quel regno di buoi e mistero che si apriva alle loro spalle. Pochi sono i casi di esplorazioni più all’interno tanto nell’antichità quanto nel medioevo e nella prima età moderna ed in genere sempre strettamente legate ad attività metallurgiche o alla raccolta di oggetti spersi dai millenni come nella Germania del XVI secolo quanto alcuni intrepidi si avventuravano in quei recessi alla ricerca delle ossa del mitico unicorno, in realtà ossa fossili di ursus spaeleus o di altri animali della megalofauna glaciale.

   Le cose cambiarono solo con il progredire della rivoluzione scientifica nel XVII secolo. Il padre di questa nuova è un chirurgo del Somerset John Beaumont. Nel 1674 un gruppo di minatori intenti in scavi alla ricerca di piombo intercettarono una grotta sulle pendici del Mendip Hills. Il medico chiamato per controllare convinse alcuni minatori a seguirlo – probabilmente dove avergli promesso un buon compenso in denaro – questi dopo aver strisciato per alcuni stretti cunicoli giunsero ad un pozzo, Beaumont si fece legare e calare nell’apertura scoprendo una grande sala contenente ricche vene di piombo. L’impresa del medico inglese ebbe però pochissima eco e nonostante questi continuasse a visitare diverse grotte nella regione solo i possibili ritorni minerari attrassero qualche interessamento.

   La nascita un più vasto e diffuso interesse per queste formazioni non sarebbe infatti avvenuta in Inghilterra ma sul continente, in una delle aree più ricche di queste strutture naturali, le montagne del carso fra Friuli e Slovenia, allora parte integrante dell’Impero asburgico.

  Protagonista di quest’avventura è una figura originale e decisamente fuori da ogni schema, Johan Valvasor, un barone sloveno che risiedeva in un castello sulle pendici del Carso a circa 80 km da Trieste. A partire dal 1670 Valvasor fu preso da un’autentica smania per le grotte visitando e documentando oltre 70 cavità della regione carsica e pubblicando i risultati delle sue esplorazioni in quattro ponderosi volumi – per un totale di oltre 2800 pagine – arricchiti di piante e illustrazioni. Le descrizioni di Valvasor sono spesso fantasiose e il barone ha un’evidente tendenza ad esaltare le proprie imprese ingigantendo dimensioni e pericoli mentre le illustrazioni rinunciano ad ogni verosimiglianza cedendo al gusto barocco della meraviglia e trasformando le concrezioni in grovigli di mostri e gargouille ma questo non deve far passare sotto silenzio i meriti dello stesso in cui la vastità dei complessi esplorati si unisce allo studio, all’epoca assolutamente originale dei corsi d’acqua sotterranei; all’intuizione dell’esistenza di collegamenti fra i vari complessi fino alla scoperta di numerosi specie animali totalmente sconosciute alla scienza come quella di un piccolo animaletto cieco dall’aspetto rettiliforme, privo di occhi e dal colore rosato che Valvasor descrive con minuzia di dettagli e che – rifacendosi alle leggende locali che attribuivano ad un drago vivente nelle profondità le periodiche intermittenze del fiume Bella – interpretò come un cucciolo di drago. In realtà si trattava del Proteus anginus, una salamandra cieca perfettamente adattata alle condizioni della vita in grotta. Il nuovo animale suscito un vivace interesse nella cultura europea del tempo tanto che l’arciduca Giovanni d’Austria si fece costruire una grotta artificiale per poterne allevare alcuni esemplari.

  L’esperienza di Valvasor fu ripresa nel secolo seguente questa volta all’interno di un grande progetto pubblico e alla luce delle nuove aperture della cultura illuminista. Nel 1746 il giovane matematico viennese Joseph Nagel ricevette da Maria Teresa l’incarico di esplorare e cartografare le principali grotte dell’Impero. Accompagnato dal pittore italiano Carlo Beduzzi incaricato delle illustrazioni Nagel segui sul Carso le indicazioni di Valvasor arricchendole però con la scoperta di un gran numero di cavità ed inoltre per la prima volta esplorò analoghi complessi in Boemia e Moravia nei quali nessuno si era mai avventurato. Tanto sul piano scientifico quanto su quello della rappresentazione il lavoro di Nagel e Beduzzi segna una netta evoluzione rispetto alla pubblicazione di Valvasor, i due misurano e documentano con attenzione ogni grotta e le illustrazioni rinunciano ad ogni carattere fantastico e fiabesco per cercare di rendere nel modo più reale possibile quanto effettivamente visto nelle singole grotte. Purtroppo i risultati non vennero mai dati alle stampe e Nagel si dimostrò più interessato a sfruttare i propri successi per crearsi una posizione a corte che a sistemare l’opera per la pubblicazione. riuscendo per altro brillantemente nel proprio scopo fino ad ottenere incarichi di grande prestigio: primo matematico di corte, poi curatore delle raccolte scientifiche imperiali e infine direttore del dipartimento di Scienze fisiche dell’Università imperiale di Vienna.

   Fra le grotte studiate prima da Valvasor e poi da Nagel vi era l’Aldesberger sul carso sloveno, poi grotta di Pustumia quando la regione entrò a far parte del regno d’Italia ed infine Pastojma Jama con la nascita della Jugoslavia. Questa grotta aveva sempre goduto di uno stato particolare, posta sulla principale strada di collegamento fra Trieste e Vienna e caratterizzata da un ingresso ampio e luminoso era sempre stata sempre frequentata diventando fin dal medioevo spazio di intrattenimento per i nobili locali. Nel 1818 venne organizzata una visita dell’Imperatore Francesco I e per l’occasione si procedette a lavori di risistemazione, durante questi interventi venne scoperto un passaggio che conduceva a nuove stanze molto più grandi di quelle conosciute fino a quel momento e coperte di splendide incrostazioni.

  Un funzionario locale Josip Jeršinovič si incarico di organizzare i primi percorsi di visita. La grotta – prima al mondo – fu dotata di passerelle per essere visitata in tranquillità mentre i visitatori venivano dotati di torce durante la visita cui fece seguito l’istallazione di lampadari in cristallo con lampade ad olio il cui fumo risultava meno fastidioso di quelle delle torce. Per proteggere la grotta da ladri e vandali questa fu chiusa con un cancello nelle ore notturne e venne introdotto il pagamento di un biglietto per chi fosse interessato a visitarla. I tempi erano maturi, la nascente borghesia cominciava a viaggiare per diporto e le nuove generazioni di europei che facevano propria la sensibilità romantica non potevano che farsi sedurre da questo mondo misterioso e oscuro dove la natura rivaleggiava con l’arte più raffinata come creatrice di bellezza. Straordinaria documentazione di quegli anni gli acquerelli di Alois Schaffenrath ci testimoniano le suggestive atmosfere di quelle visite.

   Negli anni seguenti la grotta fu ripetutamente esplorata e venne scoperte nuove sezioni – in particolare con le ricerche di Adolf Schmidl a partire dal 1850 e la costruzione della ferrovia nel 18957 trasformò Postumia in una delle principali attrazioni turistiche dell’Impero austro-ungarico mentre altrove altre grotte venivano esplorate e aperte al pubblico ma questo appartiene ad un’altra storia rispetto a quella che qui si voleva ora raccontare.

Immagine di grotta dall'opera di Johan Valvasor 1670

Alois Schaffenrath: Veduta delle grotte di Postumia

Annunci

Read Full Post »

  Fra gli animali meno conosciuti al mondo – nonostante la loro ampia diffusione – vi sono i tardigradi. Queste strane creature furono casualmente scoperte solo nel 1773 dal tedesco Johann August Ephraim Goeze che li battezzò “kleine Wasser Bär” ovvero “Orsetti d’acqua”; il nome definitivo di tardigradi “lenti camminatori” fu dato loro da Lazzaro Spallanzani nel 1776.

   I tardigradi sono animali di piccolissime dimensioni (in media 0,1 – 1 mm con dimensioni massime di 1,2 mm) alquanto isolati nel panorama classificatorio. Essi rappresentano infatti un pylum autonomo che pur derivando dagli anellidi ha seguito uno sviluppo parallelo e indipendente a quello degli artropodi. Pur presentando tratti in comune con gli onicofori non possono essere omologati ad essi.

  I tardigradi hanno un aspetto bizzarro – simile ad un giocattolo o ad un essere alieno. Piccole creature di norma ad otto zampe, rivestite da una cuticola trasparente e colorata – spesso rosata ma anche gialla e grigia o addirittura viola – non composta di chitina ma da uno strato di proteine permeabili e rigonfiabili che in alcune specie è protetta da piastre sclerotizzate (come nel Echiniscus scrofa). Il corpo è organizzato in quattro metameri ciascuno portante una coppia di zampe dotate di robuste unghie con cui i tardigradi si attaccano ai fili d’erba.

   L’apertura orale è formata da un sifone dotato di stiletti con cui i tardigradi perforano le cellule vegetali per aspirarne il contenuto. Anche se la maggior parte delle specie si ciba di prodotti vegetali alcune specie sono saprofaghe e si nutrono di fluidi organici aspirati dai cadaveri di altri tardigradi, nematodi e rotiferi. Altre specie sono in fine predatrici e si cibano principalmente di rotiferi vivi.

  I sistemi respiratorio e circolatorio sono fortemente semplificati a causa delle piccole dimensioni mentre quello nervoso ricalca quello tipico degli anelli pur in dimensioni molto ridotte. I tardigradi sono a sessi separati e l’accoppiamento si realizza durante la muta della femmina, le uova di dimensioni pulviscolari possono essere sparse dal vento in ogni angolo del globo, come attesta la presenza di tardigradi anche nelle regioni polari.

  I tardigradi vivono principalmente nelle zone litoranee di mari, fiumi e laghi ma anche nelle pozze d’acqua che si formano temporaneamente sui cuscini di muschi che coprono sassi o muri. In questi contesti la presenza del’acqua è però di breve durata e i tardigradi possono essere costretti a sopportare lunghi periodi di siccità ma qui i nostri piccoli eroi si trasformano da animaletti apparentemente poco significativi in autentici super-animali.

   Fra le proprietà dei tardigradi vi è infatti quella di contrarsi in tempi relativamente brevi raggiungendo uno stadio di quiescenza che permette loro di superare lunghissimi periodi di siccità senza disidratarsi. Questo stato di vita latente è caratterizzato da una pressione osmotico così alta che impedisce loro di gelare o evaporare rendendo i tardigradi di fatto indistruttibili. Esperimenti condotti sulla varietà Macrobiotus hufelandi hanno mostrato capacità di sopportazione impossibili per qualunque altro essere vivente. Tardigradi di questa specie si sono tranquillamente risvegliati senza presentare danni dopo essere stati tenuti per oltre venti mesi in un contenitore ad aria liquida con temperatura di -200°; altri animali della stessa specie non hanno subito danni se esposti a temperature prossime a +100° o sottoposti a bombardamenti di radiazioni UV-A e UV-B. Se a questo si aggiunge il fatto che sono in grado di vivere in completa assenza di ossigeno per oltre 10 giorni e addirittura nel vuoto assoluto (come attestano alcuni esperimenti compiuti inviando tardigradi nello spazio) appare evidente che questi simpatici orsetti d’acqua hanno doti da autentico super-animale.

  Quando ci capita di guardare distrattamente una macchia di muschio umido dovremmo pensare con rispetto ai suoi piccoli e indistruttibili abitanti. 

Read Full Post »

   L’era mesozoica ha rappresentato il momento più incredibile di sviluppo della vita sulla terra, un trionfo apparentemente illogico di forme sempre più strane, probabilmente ancor più bizzarre se potessimo osservarle nella policromia originaria verosimilmente caratterizzata dalla brillantezza propria ancor oggi dei rettili.

  Un trionfo di corna, creste, artigli, spine che ha portato a lungo a vedere quel mondo come un immenso campo di battaglia dove una sorta di natura impazzita si sarebbe gettata in una corsa sfrenata agli armamenti fra prede e predatori. Uno scenario di certo molto “umano” ma forse non così convincente per quanto riguarda l’evoluzione biologica non riducibile all’alternanza uccidere – non essere uccisi. Forse qualche cosa va rivisto.

 Per altro un’attenta analisi mostra una serie di limiti alle presunte armi preistoriche che ne avrebbero limitato di molto l’efficacia. Le corna del triceratopo non sono messe nella posizione migliore per combattere in quanto una volta colpito il predatore cadrebbe proprio sulla testa dell’erbivoro creando non pochi problemi. Ancor meno efficaci appaiono le placche dello stegosauro, caratterizzate da un tessuto osseo molto fragile rivestito da uno strato di carne ricca di vasi sanguigni, più un gustoso stuzzichino per carnivori che un’arma di difesa. Inoltre ad altre specie l’evoluzione ha regalato forme non meno bizzarre ma prive di qualunque funzione “bellica”. Forse bisogna guardare in altra direzione.

  Un indizio ci viene offerto dai discendenti più diretti dei dinosauri, gli uccelli. Forse nessun’altra classe animale presenta colori e forme tanto varie ed evidenti ma nessuna di questw a funzioni di lotta; la natura li ha dotati dei loro fantastici apparati non per combattere ma per farsi notare, non per la guerra ma per l’amore. In natura i comportamenti e le forme più bizzarre hanno in genere un’unica spiegazione: l’esibizione. Questa ha un unico fine, mettersi in evidenza di fronte alle femmine per ottenere la possibilità di riprodursi e trasmettere il proprio corredo genetico. La battaglia per la vita si vince principalmente riproducendosi, non evitando di essere cacciati.

  Lo stesso principio si può applicare ai dinosauri? Considerando che le leggi dell’evoluzione valgono sempre verrebbe naturale rispondere di si. Ma esiste qualche traccia al riguardo? Ovviamente nessuno di noi ha mai visto un dinosauro però molti tratti di queste creature possono trovare confronti più o meno puntuali con gli animali attuali e quindi permettono di ricavare confronti per similitudine.

 Il primo confronto riguarda proprio il tricerapoto. Nei grandi mammiferi dotati di corna – ad esempio i cervidi – esse sono finalizzate principalmente per i combattimenti fra maschi nella stagione degli amori e solo in seconda battuta assumono funzione difensive. Certo, all’occasione possono servire a respingere l’attacco di un lupo o di un puma ma la loro funzione principale è un’altra. Anche fra i rettili odierni sono attestati comportamenti analoghi – ad esempio in alcune specie di camaleonti – e pare alquanto verosimile ipotizzare la stessa cosa per i ceratopsidi cui pare possibile affiancare un’ulteriore componente di richiamo, di natura visiva ed estetica, rappresentata dagli stessi palchi di corna come nel caso dello stiracosauro.

  Anche i crani dei pachicefalosauri, dotati di pareti ossee di impressionante spessore, dovevano servire per combattimenti fra maschi durante la stagione degli amori. Appare possibile immaginarsi sconti a colpi di violente testate come fanno oggi i buoi muschiati, per altro caratterizzati da crani presentanti una struttura ossea simile a quella dei pachicefalosauri.

  In altri animali l’evoluzione ha prodotto fenomeni altrettanto vistosi, anche se di carattere diverso. Particolarmente interessante il caso del parasaurofolo, un apatosauro caratterizzato da un lungo corno dietro la testa. Questo si presenta composto da numerosi condotti formanti un complesso sistema armonico. L’insolito animale era quindi in grado di modulare una grande quantità di suoni, alcuni a frequenza bassissima capaci di diffondersi per chilometri; un canto d’amore che si diffondeva nelle foreste del cretaceo. Inoltre questo sistema comunicativo rappresentava la miglior forma di difesa per questi animali ed appare verosimile che i maschi capaci di usare al meglio questa caratteristica fossero avvantaggiati nell’accoppiamento in quanto capaci di trasmettere alla prole tratti biologici vincenti.

  In questa luce molte delle stranezze preistoriche acquisiscono nuova logicità: la fortissima irrorazione sanguigna delle placche degli stegosauridi permettevano probabilmente di variare il colore durante i rituali di corteggiamento – funzione probabilmente affiancata da un ruolo termoregolatore; mentre tutta una serie di componenti apparentemente inutili – come la cresta dello spinosauro – acquisiscono un nuovo senso come strumenti di esibizione.

  Persino le braccine sottosviluppate del Tirannosauro trovano un senso in questa logica. Che quelle inutili braccia avessero un ruolo nel corteggiamento era già stato avanzato dai primi scopritori ottocenteschi ma la cosa era stata poi dimenticata nell’esaltazione per il grande predatore. Solo in anni recenti gli studiosi hanno riproposto questa lettura: le braccia – altrimenti inutili – sarebbero servite durante l’accoppiamento per accarezzare e ammansire la compagna, cosa alquanto utile quando questa era un predatore di 13 m pesante in media il 20-30% più del maschio.

  Anche nella preistoria l’amore prevaleva sulla guerra come sempre nelle leggi della Naturo, solo l’uomo sembra fare all’inverso.  

 

 

Read Full Post »

  Immaginiamo di trovarci proiettati di colpo in luogo lontano e inospitale, lontano nello spazio e nel tempo quali dovevano apparire le foreste e le praterie dell’America del Nord in un momento compreso fra i 10.000 e gli 8.000 anni dal nostro tempo.

  All’epoca i vasti territori americani erano coperti da savane erbose alternate da macchie di foresta, ambiente ideale per una straordinaria fioritura di viva di forme e dimensioni bizzarre. I mammiferi, ormai signori di quel mondo, si erano sviluppati in forme colossali. Le vaste praterie erano lo spazio naturale per i grandi mammiferi, le mandrie di bisonti arcaici correvano in quel mare d’erba al fianco di bizzarre e imponenti creature, mammuth e matodonti, antenati dei moderni elefanti trovavano in quell’ambiente le condizioni ideali per prosperare mentre, dove la savana cedeva spazio alla boscaglia, a dominare erano giganteschi bradipi alti oltre 4 m e dotati di artigli affilati come sciabole.

 Una simile abbondanza di prede potenziali – oltre ai giganti ricordati quelle pianure brulicavano di cavalli e cammelli – attirava ovviamente un’altrettanto significativa presenza di predatori, alcuni dei quali sono fra i più impressionanti cacciatori mai comparsi sulla terra. Il Canis dirus, un antenato del lupo lungo oltre 1.5 m e pesante fino a 80 kg e lo smilodon, il grande felino dai denti a sciabola. Ma persino la tigre dai denti a sciabola scompariva di fronte al signore indiscusso di quelle lande, l’orso gigante dal muso corto, il più colossale carnivoro comparso sulla terra dai tempi dell’estinzione dei dinosauri, un gigante alto oltre 1,80 m al garrese, quasi 4 m quando si alzava sulle zampe posteriori, pesante oltre mezza tonnellata.

  Quest’equilibrio di giganti comincia a scricchiolare pericolosamente intorno a 10.000 anni da oggi, quanto un nuovo predatore attraversa lo stretto di Bering e si diffonde nel continente. E’ piccolo, debole, privo di denti affilati e di artigli, ma la sua presenza sconvolgerà quel mondo fino a distruggerlo, quel predatore è l’uomo. Le comunità di Clovis – come gli antropologi chiamano gli antenati paleolitici dei nativi americani dal nome del principale luogo di ritrovamento – si inseriscono rapidamente nel nuovo ambiente, mutandone irreparabilmente la sostanza. Cacciatori precisi e implacabili cominciato a decimare le prede con una capacità omicida sconosciuta ai predatori naturali ed estesa anche a specie – come i mammuth o i bradipi giganti – che le dimensioni avevano posto al riparo da potenziali attacchi. La riduzione degli erbivori venne ovviamente a riflettersi sui predatori cui venivano a ridursi le prede – in oltre è verosimile che essi stessi fossero oggetto di caccia da parte degli umani – e la riduzione dei carnivori risultava fatale per i saprofagi cui bisogna verosimilmente ascrivere l’orso gigante dal muso corto.

  La conseguenza di questa situazione fu la scomparsa, nel lasso di poche migliaia di anni, di quasi tutta la macrofauna del continente. Certo l’uomo non fu verosimilmente la sola causa del massacro, allo stesso orizzonte cronologico risalgono tracce di una ripresa dei fenomeni glaciali e conseguentemente di modifiche climatico-ambientali che sicuramente si sono riversate sulla popolazione animale. Ma rimane il fatto che altre crisi climatiche si erano susseguite nei millenni e nessuna aveva portato ad estinzioni di massa analoghe.

  Pare quanto meno molto verosimile attribuire quest’ultima all’azione dell’uomo che agendo su una fauna messa già in crisi dalle trasformazioni climatiche ne ha decretato la quasi sistematica estinzione. A conferma di questo sembrano venire le tracce archeologiche successive alla grande crisi ambientale che testimoniano una profonda trasformazione del comportamento umano che si riflette in forme meno predatorie rispetto a quelle dei Clovis con attività di caccia più mirate e sfruttamento più sistematico di ogni singolo animale. Le grandi estinzioni hanno probabilmente messo in discussione la stessa sopravvivenza delle comunità umane che hanno sviluppato forme più sostenibili di sfruttamento delle risorse ancora disponibili, limitate quasi al solo bisonte. Ma ormai la catastrofe era in gran parte compiuta, i grandi erbivori erano scomparsi con la sola esclusione dei bovini mentre il ruolo di predatori dominanti veniva a trasferirsi su specie più adattabili come il lupo grigio o il grizzly, pallido riflesso dei loro predecessori.

  L’esempio americano non è per altro il solo ad attestare la sostanziale contemporaneità fra la comparsa dell’uomo ed estinzioni di massa della macrofauna.

 Una catastrofe analoga a quella conosciuta dall’America del Nord era già stata vissuta dall’Australia, dove gruppi umani si erano diffusi fra i 50.000 e i 40.000 anni fa provenendo dall’Asia tramite le isole delle Sonda. Anche qui un’estinzione di massa accompagnò l’affermarsi della presenza umana. Per quanto ancora ignote ne siano le dinamiche appare evidente come i due fenomeni siano correlati, caccia indiscriminata e trasformazione dell’ambiente naturale hanno distrutto anche qui – nel giro di poche migliaia di anni – la macrofauna del continente. A farne le spese sono stati il megalania -varano gigante australiano – una lucertola lunga fino a 10 m, sicuramente la creatura più simile ad un dinosauro mai incontrata da un essere umano nonché un numero ancora non precisato di marsupiali giganti sia erbivori – canguri alti oltre 3 m – sia carnivori, come il “leone marsupiale”.

  Le recenti scoperte del paleontologo Gavin Prideaux nelle grotte del deserto di Nullarbor hanno per altro dimostrato come il clima australiano non abbia subito significative evoluzioni negli ultimi 50.000 anni, impedendo di attribuire le estinzioni a mutamenti climatici.

  Come in America anche in Australia si riscontrano profonde trasformazione nel comportamento dei gruppi umani dopo la grande estinzione ancor più necessarie in un ambiente come quello australiano ancor più povero di risorse. L’evolversi dell’organizzazione socio-economica in forme più sostenibili – quelle che hanno poi caratterizzato a lungo le culture aborigene – appare come un necessario strumento di sopravvivenza in un mondo in cui si erano rapidamente depauperate le risorse a seguito di una condotta eccessivamente predatoria da parte degli stessi gruppi.

  Più recente e per questo meglio ricostruibile il caso della Nuova Zelanda conferma l’andamento generale fin qui descritto. Le isole neozelandesi sono state forse l’ultima parte del globo ad essere conquistata dalla specie umana, in un orizzonte cronologico compreso fra il 1000 e il 1300 d.C. quando l’arcipelago fu oggetto di stanziamento da parte di gruppi di origine polinesiana.

  Fino a quel momento quell’angolo di mondo si era sviluppato in totale isolatamente sviluppando caratteri unici, i mammiferi era qui rimasti in posizione marginale mentre gli uccelli dominavano indisturbati. Due possenti creature si contendevano il dominio di quella terra, il Moa uno struzzo gigante alto fino a 3.70 m, pesante oltre 200 kg  e l’aquila di Haast, il più grande rapace mai esistito con un’apertura alare di oltre 3 m.

 L’arrivo dell’uomo in questo ambiente ha comportato la totale catastrofe, gli antenati dei maori hanno iniziato una sistematica caccia ai Moa, decimandoli in poco tempo, in oltre i ratti introdotti dagli umani hanno completato l’opera di distruzione predando le uova nei nidi. In ogni caso entra la fine del XV o gli inizi del XVI secolo i grandi struzzi era definitivamente estinti, la scomparsa dei Moa – unita alla caccia di cui erano anch’esse vittima – porto alla contemporanea estinzione delle aquila di Haast. Nel breve lasso di circa due secoli l’uomo aveva annientato un ecosistema che sopravviveva in perfetta equilibrio da milioni di anni; il crollo fu tanto repentino da portare sull’orlo della scomparsa le stesse comunità umane, l’istituzione delle aree sacre sottoposte a tabu nei luoghi di nidificazione delle specie superstiti come il kiwi va probabilmente visto come un tentativo di impedire la totale scomparsa di tutte le risorse alimentari.

  Australia, America, Nuova Zelanda, ovunque lo stesso scenario di distruzione e molto probabilmente non sono che esempi fra i tanti. Certo il quadro è più difficile per il vecchio mondo, dove l’ominazione è fenomeno antico e stratificato ma anche in Europa appaiono tracce che sembrano collegare la comparsa dell’uomo moderno all’estinzione sia della macrofauna quaternaria (Mammuth, Ursus speleus, rinoceronte lanoso, megaloceri) tanto delle specie proto umane presenti (homo neanderthalensis).

  Agli occhi di molti lo smilodon, il megalania o l’ aquila di Haast potrebbero sembrare dei mostri, eppure non hanno saputo opporre nessuna resistenza ad un invasore inarrestabile. Eppure un mostro si muove sulla superficie della terra, lasciando dietro alle sue orme scie di morti e distruzioni. Quel mostro è l’uomo, non solo responsabile delle estinzioni passate ma impegnato in un progetto demoniaco seppur inconscio di cancellare ogni forma di vita esistente sul pianeta. Una sola differenza separa il comportamento dell’uomo di oggi da quello del passato, le culture preistoriche si sono in qualche modo rese conto delle catastrofi causate e hanno in qualche modo cercato di frenarle mentre i moderni si gettano in una corsa irrefrenabile nell’abisso più profondo.

 Forse dovremmo aver paura di noi stessi.

 

 

Read Full Post »