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Archive for the ‘Società e politica’ Category

   Di colpo il mondo sembra essere ritornato indietro di secoli e i moderni mezzi di comunicazione non sembrano aver altro scopo che celebrare liturgie di sapore medioevale: prima un matrimonio principesco od ora la beatificazione a furor di popolo di un Pontefice.

   Se sul primo poco c’è da dire, fin troppo ovvio che il sapore fiabesco di certe storie accenda l’immaginazione collettiva, più interessante è dare un’occhiata al secondo evento sul quale si allungano ombre a tratti inquietanti.

   La beatificazione di Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla, riporta, infatti, l’attenzione su una figura quanto mai controversa e bifronte, caratterizzata da aspetti spesso tutt’altro che luminosi che la rapidità della beatificazione – e si prevede un’altrettanto rapida canonizzazione –ripropongono all’attenzione.

   Quella di Wojtyla è sicuramente una vicenda emblematica dell’attuale società globale costruita sulla comunicazione. L’avventura di uno straordinario animale da palcoscenico, un istrione geniale che sfoggiando con assoluta naturalezza la maschera della bonarietà ha irretito milioni di persone in tutto il mondo, un pifferaio magico capace di muovere folle oceaniche con il solo richiamo del suo innegabile carisma.

  Se però si evita di farsi sedurre dal personaggio e si prova a guardare appena sotto la superficie appaiono evidenti le contraddizioni profonde che lo hanno sempre caratterizzato. Wojtyla è stato l’uomo del ritorno all’ordine della Chiesa, la figura cui si è affidato il compito non facile di seppellire se non definitivamente di certo per lungo tempo le istanze di riforma emerse dal Concilio Vaticano II e le richieste sempre più pressanti provenienti dalla base del mondo cattolico in relazione alla necessità di riavvicinarela Chiesaalla realtà del secolo.

  Giovanni Paolo II asceso al trono pontificio in circostanze quanto meno misteriose e in ogni caso capaci di evocare il torbido clima del Papato rinascimentale (l’improvvisa e inspiegabile morte di Giovanni Paolo I) si è rivelato la carta vincente in questo progetto. L’intera esperienza wojtyliana si è retta su questa ipocrisia di fondo, sulla finzione di un’ apparente modernizzazione di natura sostanzialmente liturgica che non veniva a toccare i dogmi più spinosi lasciati aperti dal Concilio ma li nascondeva con la visibilità mediatica di una modernità esibita di abiti sgargianti e canzonette pop che calavano come una chiassosa pietra tombale sul rapporto fra Chiesa e modernità specie in quei settori verso i quali l’avversione del Pontefice era a stento mascherata dal gioco istrionico come il ruolo delle donne nella Chiesa e più latamente nella società o la funzione delle strutture conciliari nel governo della Chiesa uscite apparentemente rafforzate dal Concilio ma schiacchiate dalla concezione del potere portata avanti dal pontefice: quella di una monarchia pontificia assoluta di matrice neo-medioevale.

   Quella di Wojtyla fu una continua battaglia contro la modernità in tutti i suoi aspetti essenziali intesi come ostacolo al progetto di riorganizzazione del mondo intorno alla Chiesa cattolica e al suo principe-pastore. Ecco quindi la crociata anti-illuminista, sistematicamente riproposta nel corso di tutto il suo pontificato rispetto alla quale le altre battaglie appaiono come diretta conseguenza: la sostanziale opposizione al progresso medico-scientifico, l’autonomia delle coscienze in relazione ai temi cosiddetti “eticamente sensibili”; la necessità di una comprensione dei fenomeni culturali nella loro pluralità e quindi al relativismo culturale tutte ferocemente osteggiate.  

  Ovviamente Wojtyla non ha mai affrontato direttamente queste questioni sviluppando una strategia più subdola e per molti aspetti più efficacie finalizzata a sgretolare le fondamenta della modernità senza renderne esplicito il tentativo con posizioni troppo plateali che rischiavano di suscitare reazioni sdegnate e, qualora fosse necessario, lasciando spazio a figure secondarie che potevano esprimere con più chiarezza posizioni condivise anche dal Papa senza però compromettere la sua figura. Nella sua azione diretta si nota invece sempre una capacità di agire su piani differenti, una doppiezza celata dal bonario sorriso. Così nei confronti dell’omosessualità: ‎”L’attività omosessuale, da distinguersi dalla tendenza omosessuale, è moralmente malvagia.” dove la condanna è totale al di la dell’apparente intenzione conciliatoria oppure su un versante più strettamente politico come il tema a lui tanto caro del dialogo ecumenico, certo percorso come da nessun pontefice prima di lui ma sempre nel segno di una superiorità morale – e politica – spettante alla Chiesa cattolica che sembrava puntare più alla fagocitazione che al dialogo alla pari non solo nei confronti delle confessioni non cristiane (definite “forme deficitarie di fede”) ma anche nei confronti dei cristiani non cattolici come attestano le crescenti tensioni con le Chiese ortodosse e riformate.

  Se le questioni teologiche riguardano principalmentela Chiesa– ma non solo nel momento in cui si cerca di trasformarle in obblighi giuridici attraverso forze politiche conniventi – i rapporti politici hanno decisamente maggior rilevanza pubblica e in questi casi le scelte del pontefice hanno sempre mostrato un sostanziale appoggio alle posizioni più biecamente conservatrici. Al limite dell’imbarazzante l’incontro con il dittatore cileno Augusto Pinochet ormai riconosciuto universalmente come spietato macellaio ma sempre fraternamente accolto da Giovanni Paolo II.

   Ma molto spinoso appare tutto il rapporto con la realtà politica sudamericana che trovo la più chiara presa di posizione nei confronti della Teologia della Liberazione, l’insieme dei movimenti cattolici impegnati in America Latina contro lo spietato sfruttamento delle classi subalterne e contro le dittature militari che insanguinavano il continente. Per ben due volte Giovanni Paolo II (affiancato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger) condannò esplicitamente il movimento (“Libertatis nuntius” 1984 e “Libertatis Coscentia” 1986) in quando influenzato da postulati marxisti e quindi incompatibile con il Cattolicesimo. Inutile dire come tale condanna si presentasse come un neppur troppo celato appoggio ai regimi fascisti combattuti dai teologi della liberazione. Non casualmente Monsignor Oscar Romero venuto a Roma per chiedere aiuto già nel 1979 fu lasciato completamente solo nelle mani dei fascisti salvadoregni che lo assassinarono il 24 marzo 1980. Assassinio che non ha modificato le posizioni vaticane, Monsignor Romero è infatti commemorato come martire da anglicani, luterani e vetero-cattolici ma ancora indicizzato dal cattolicesimo romano.

   Pochi esempi fra i tanti che si potrebbero ricordare. Altro terreno in cui è più volte emersa la natura profondamente reazionaria di Karol Wojtyla è stato quelle delle canonizzazioni. Il Pontefice è stato come posseduto da una bulimia di santificazione ha spesso portato agli onori degli altari – o almeno cercato di portare – personaggi decisamente controversi. Si pensi ai tentativi di canonizzazione di Pio IX, l’ultima Papa-Re; e di Pio XII i cui rapporti con il nazifascismo restano una delle pagine più oscure e più controverse del novecento ma anche quella – riuscita – di Josè Maria Escrivà il franchista fondatore dell’Opus Dei.

   L’ultimo capitolo riguarda non direttamente il Pontefice ma il sistema vaticano nel suo complesso, ma rimane innegabile che nella sua attività accentratrice il Papa non poteva non sapere – e verosimilmente controllare e dirigere. Si entra qui in alcune delle pagine più oscure della storia recente, per molti aspetti ancora da chiarire anche sul piano giudiziario e non solo su quello storico ma tutte accomunate dal ruolo centrale delle autorità vaticane nell’insabbiamento, nel depistaggio, nella protezione dei colpevoli. Una parte consistente è legata al caso IOR, la banca vaticana, al suo ambiguo direttore il cardinal Paul Casimir Marcinkus e ai suoi rapporti con il faccendiere Michele Sindona (membro della loggia massonica deviata P2 e legato ad ambienti mafiosi). Marcinkus – già in contrasto con Albino Luciani – fin dal 1972 fu sempre protetto da Wojtyla, nominato arcivescovo nel 1981 e tenuto al riparo fra le mura leonine dalla giustizia internazionale che cominciava ad indagare sui loschi affari del vescovo faccendiere. La vicenda Marcinkus si lega per altro a doppio filo con altri misteri di quegli anni come l’omicidio del banchiere Roberto Calvi (anche lui legato alla P2) o la scomparsa di Emanuela Orlando.

   Sempre nell’ambito degli insabbiamenti e delle coperture vanno ricordati inoltre l’attività di protezione nei confronti di Marcial Maciel, il potente fondatore del movimento integralista “Legionari di Cristo” accusato di ripetuti abusi sessuali su minori e fedeli nonche conclamato poligamo e più generalmente la cortina fumogena sollevata sui casi di pedofilia che sempre più frequentemente hanno scossola Chiesacattolica.

   Quello che sorprende di fronte alla beatificazione così fulminea di un personaggio tanto complesso per il quale sarebbero stati necessari tempi più distesi di approfondimento è il generale entusiasmo che ha accompagnato l’evento non solo fra le masse dei fedeli. Un assordante silenzio ha come avvolto le voci di contestazione che avrebbero dovuto levarsi numerose non tanto da chi come il sottoscritto può guardare all’evento con il distacco di un interesse puramente storico e politico ma soprattutto dall’interno del mondo cattolico per chi l’atto ha sicuramente più forte pregnanza mentre la macchina della propaganda celebrativa rendeva inascoltate le poche voci che gridavano dal deserto fossero quella del più colto – e meno allineato – teologo dei nostri giorni Hans Küng o quelle di quei preti di frontiera che vivendo nella società si rendono conto di quanto la Chiesa– in gran parte per diretta responsabilità di Giovanni Paolo II – si sia chiusa sempre più in una turris eburnea priva di qualunque rapporto con il reale.

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  Ci ha lasciato Mario Monicelli. La mano stenta a scriverlo, la mente ad accettarlo, gli occhi ad asciugare le lacrime. Monicelli era per tutti una presenta quasi metafisica, la coscienza critica e sarcastica di un’Italia stracciona ed eroica ad un tempo che nessuno aveva saputo raccontare come lui.

  Viareggino, classe 1915, figlio di un giornalista, si forma negli anni Trenta fra la natia Viareggio e Milano dove stringe amicizia con Giacomo Forzano, figlio del commediografo e librettista Gioacchino, fondatore di alcuni studi cinematografici a Tirrenia. Nel 1934 gira il suo primo corto “Cuore rivelatore” e lo stesso anno debutta a Venezia con una trasposizione de “I ragazzi della via Paal”.

  I primi veri successi giungono dopo il secondo conflitto mondiale. Nel 1951 dirige insieme a Steno “Guardi e ladri” che segna anche l’inizio della collaborazione con Totò che resterà un assoluto riferimento per Monicelli. Il primo capolavoro è del 1958: “I soliti ignoti” non solo scrive una pagina fondamentale per la storia del cinema ma crea praticamente ex-novo quel genere detto “commedia all’italiana” che vedrà in Monicelli il maestro assoluto. Sceneggiatura folgorante di Age e Scarpelli, regia semplicemente perfetta, cast insuperabile ed esaltato al meglio con Monicelli che sfrutta Totò per un indimenticabile cameo, estrae un’inattesa vena comica da Vittorio Gassman, crea intorno a Tiberio Murgia l’indimenticabile figura di Ferribotte e rivela al mondo la bellezza di Claudia Cardinale.

  L’anno successivo è segnato da “La grande guerra” con Alberto Sordi e il prediletto Gassman, film che rappresenta l’idea stessa dell’italianità secondo Monicelli. Un popolo di piccoli, meschini, arrivisti e sostanzialmente codardi ma – messo alle strette da un Fato più grande di loro – capace del più estremo eroismo. In oltre Monicelli – coadiuvato dal preziosissimo aiuto della coppia Age e Scarpelli per la sceneggiatura – fonde con maestria assoluta comico e drammatico, farsa e tragedia fino a creare uno dei capolavori assoluti della cinematografica mondiale.

  Nel 1966 realizza “L’armata Brancaleone” – cui farà seguito nel 1979 “Brancaleone alle crociate” – virtuosistico capolavoro di invenzione mediovaleggiante dove una scalcagnata compagnia di mercenari in perenne marcia attraverso l’Italia dell’XI secolo diventa lo specchio degli splendori e miserie dell’italianità come categoria ontologica. Monicelli fonde alla perfezione la più sfrenata fantasia – l’improbabile volgare con cui si esprime l’altrettanto improbabile capitano Brancaleone (un Vittorio Gassman al vertice del suo talento istrionico) – citazioni coltissime – l’albero degli impiccati di Villon – e di altrettanto colte parodie – la rigida frontalità della corte bizantina; il parlare in versi dei nobili siciliani – riuscendo a cogliere forse come nessun altro regista lo spirito profondo del medioevo.

  I successi si susseguono negli anni – nel 1968 tre nomination all’Oscar per “La ragazza con la pistola” – e nel 1975 vede la luce il primo episodio della saga di “Amici miei” – il seguente nel 1982. Al medioevo immaginifico di Brancaleone si sostituisce qui la trasposizione ai tempi nostri dello spirito dei goliardi medievali, di quella toscanità che collega direttamente Monicelli a Boccaccio e l’indimenticabile quartetto Raffaello Mascetti (Ugo Tognazzi), Rambaldo Melandri (Gastone Moschin), Giorgio Perozzi (Philippe Noiret), Guido Necchi (Duilio del Prete) e Alfeo Sassaroli (Adolfo Celi) ai più riusciti personaggi del “Decameron”.

  Un momentaneo abbandono nella commedia è rappresentato da “Un borghese piccolo piccolo” (1977, dal romanzo di Vincenzo Cerami) che esprime il senso di tragicità degli anni di piombo.

  Il ritorno alla commedia storica si avrà nel 1981 con “Il marchese del Grillo” protagonista ancora Alberto Sordi dove su un canovaccio di evidente matrice scespiriana Monicelli tratteggia un impietoso e tragicomico affresco della Roma papalina nei convulsi momenti che ruotano attorno all’occupazione francese del 1808.

  Negli anni ottanta seguono alcune pellicole che con spietata ironia scoperchiano l’abisso di miseria che cova nelle famiglie apparentemente più normali – “Speriamo che sia femmina” (1987) e “Parenti serpenti” (1992). L’ultimo lavoro “Le rose del deserto” è stato realizzato nel 2006 a 91 anni.

  Negli ultimi anni si era distinto per lo sprone ripetutamente dato ai giovani a reagire contro le brutture del mondo e contro una società e una politica cui non nascondeva la sua profonda ostilità. Minato da un cancro alla prostata in fase terminale è uscito di scena con il suo stile inconfondibile scegliendo di essere padrone della propria vita fino all’ultimo istante e di fronte ad un destino irrevocabile ha reagito con il disperato eroismo di tanti suoi eroi. L’ultimo colpo del maestro ancora capace di sorprendere e spiazzare, costringendo tutti ad una profonda riflessione sul senso stesso della “vita” e della “libertà”.

  Grazie Mario per quello che ci hai dato in tanti anni, quanto avrebbe ancora bisogno di te questo povero paese che hai saputo leggere come nessun altro; questo paese di pezzenti senz’arte ne parte ma capace di trasformarsi in eroi.

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  L’Unione Euorpea è intervenuta sulla guerra russo-georgiana combattuta lo scorso anno nei territori dell’Ossezia Meridionale. Il documento è di estremo interesse ma non ha avuto nessuna diffusione in Occidente. La notizia è stata però ripotata da un’associazione umanitaria (www.aiutateciasalvareibambini.org ) cui dobbiamo la conoscenza del procedimento. Riporto il testo pubblicato da detto sito ritenendo meriti tutta la considerazione necessaria: 

 

La Commissione d’Inchiesta della UE ha dichiarato che la responsabilità della guerra in Ossezia del Sud ricade sul Presidente della Georgia Saakashvili

Il prossimo 8 agosto si commemorerà il primo anniversario della folle guerra causata dalla Georgia contro il popolo osseto. La nostra Associazione presente dal 2004 in Ossezia del Nord – Alania è subito intervenuta a sostegno della popolazione sfollata attraverso il nostro partner di Mosca ed in seguito consegnando una piccola parte della produzione del DVD interattivo per i bambini di Beslan anche alla popolazione dell’Ossezia del Sud.

Gli interventi umanitari sono esulano dal contesto politico che ha provocato le sofferenze e i drammi che, nel nostro piccolo, cerchiamo di alleviare. Per questo pubblichiamo la notizia esclusa dal circuito mediatico italiano per il solo amore della Verità.

L’amore per la verità che dovrebbe spingere ogni Uomo – ed soprattutto ogni giornalista che non prenda ordini da qualche potenza politica, magari straniera – a spiegare il significato delle cose affinché non accadano più. Affinchè l’Umanità si affranchi dalla guerra, violenza inutile soprattutto sulla popolazione civile indifesa. Come a Zchinvali …

Questa la notizia (www.osetia.ru):

18.06.2009 “La principale responsabilità per il conflitto in Ossezia del Sud nel mese di agosto dello scorso anno ricade sul Presidente georgiano Michail Saakashvili. Questa conclusione è contenuta nella documentazione dei membri della speciale Commissione istituita dall’Unione europea subito dopo la cessazione delle ostilità.
La notizia, non apparsa sulla stampa “libera” italiana al contrario è stata riportata dalla stampa estera in particolare dal giornale tedesco “Der Spiegel”

Uno dei commissari, un analista politico di rilievo da parte di Bruxelles, Bruno Koppieter ritiene che «l’attacco georgiano a Zhkinvali, è potuto accadere grazie al potente sostegno militare dato alla Georgia dalle potenze occidentali». «In questo modo l’Occidente è indirettamente responsabile dello scatenamento del conflitto», – ha sottolineato.

Dello stesso parere l’esperto tedesco in diritto internazionale Otto Luchterhandt, membro della Commissione UE. Lo stesso ha sostenuto che in questo conflitto la Russia ha svolto il diritto di difesa in virtù della Carta delle Nazioni Unite dopo il bombardamento da parte delle forze georgiane delle forze di pace russe in Ossezia del Sud.

La Commissione ha constatato che la mattina del 7 agosto, alla vigilia del conflitto, al confine con l’Ossezia del Sud la Georgia aveva dispiegato, su ordine di Saakashvili una forza composta da 75 carri armati e 12 mila soldati”

Già nel novembre del 2008 il New York Times aveva pubblicato un reportage oggettivo che smontava la versione occidentale dei fatti. Ora, sotto una cortina di ferro di silenzio omertoso, la libera e democratica stampa italiana tace la verità.”

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  La realtà italiana impone in alcuni casi di interessarsi a fatti che definire squallidi è dir poco ma che assumono importanza alla luce delle ricadute che possono avere sull’intero scenario nazionale. I recenti fatti che hanno riguardato il presidente del Consiglio rientrano in questa casistica. Più che i fatti in se, privi di particolare interesse per quanto mi riguarda, sono alcuni interessanti commenti alla vicenda, o meglio ai suoi possibili sviluppi, sui quali mi sembra opportuno riflettere.

  Particolarmente illuminante è stata in tal senso l’intervista rilasciata dal senatore Paolo Guzzanti – ex forzista ora nel ricostruendo Partito Liberale – su alcuni aspetti che molto chiariscono della mentalità dell’attuale capo del Governo e del suo modo di intendere la politica.

  Il problema non è certo la slavata biondina napoletana ne tanto meno il fatto della sua minore età, essa è solamente il riposo del guerriero o meglio “il divertimento dell’Imperatore” come definita da G. Barbaceto (Omnibus di questa mattina) credo citando le stesse parole della signora Lario (troppo facile sarebbe ironizzare sulle voci di rapporti esclusivamente orali, come già nel caso Carfagna, come se la natura esclusivamente passiva della fellatio si addicesse meglio ad un uomo la cui tanto decantata virilità sarebbe forse da discutere) perfettamente sostituibile con infinite altre candidate al ruolo di aspirante favorita quanto una più generale concezione del potere, quella che l’onorevole Guzzanti ha definito con geniale intuizione “mignottocrazia”.

  L’episodio è la punta di un iceberg di una concezione del potere che mischia sesso e politica spesso in modo decisamente imbarazzante – come nell’ultimo caso abruzzese riportato oggi da “La repubblica” – finalizzata ad un sovvertimento delle istituzioni democratiche.

Le recenti prese di posizione sul Referendum da parte del Premier non fanno che confermare i sospetti, eliminati da posizioni pericolose Fini e Casini credeva di aver eliminato i principali ostacoli alla sua ascesa al potere assoluto, invece ogni giorno appaiono sempre più evidenti le situazioni di fronda. L’attuale maggioranza – pur numericamente imponente e sostanzialmente coesa – non è vista come sufficientemente fedele. In primo luogo i rapporti con la Lega vanno sfilacciandosi ogni giorno ma anche all’interno del PDL le tensioni non mancano, la componente proveniente da AN appare sempre meno tollerante nei confronti del costituendo Sultanato (la definizione è di Giovanni Sartori) ma anche tra gli ex Forza Italia il malessere comincia a serpeggiare – Guzzanti è stato esplicito in tal senso.

  Probabilmente Berlusconi punta a sovvertire la situazione approfittando del Referendum – o di una riforma della legge elettorale – per creare una crisi di Governo pilotata e giungere a nuove elezioni con una formula tale da poter puntare ad una maggioranza assoluta priva dell’attualmente necessario appoggio della Lega e con una componente parlamentare totalmente devota priva di quelle personalità politiche di spicco che non possono accettare le prospettate derive. Sono quella “fauna berlusconiana nuova, trentenni che non hanno vissuto la prima Repubblica, per loro il 1994 è l’anno zero, Berlusconi una presenza assoluta” (Guzzanti). Il primo passo in tal senso si è visto nei recenti congressi con la vecchia classe politica allontanata dalle prime file e sostituita da stuoli plaudenti di “veline” e “velini” totalmente controllabile, la nuova arma che Berlusconi vuole utilizzare per i suoi scopi.

  Tutto questo si fonde inscindibilmente con l’ossessione giovanilistica e con il becero maschilismo che contraddistinguono l’uomo Berlusconi, il Latrin Lover come lo ha recentemente definito Marco Travaglio – misogino e sessuomane in una fusione di sesso e politica squallida e inestricabile in cui l’instancabile amatore si confonde con il despota di modello più sovietico o post-sovietico che fascista o meglio con una sorta di paradia d’avanspettacolo di alcune delle più controverse figure della storia in cui vengono a sommarsi il machismo mussoliniano e i deliri napoleonici con i discorsi sul predellino – involontaria e perfetta parodia del discorso di Lenin in “Ottobre” di Eisenstejn – e gli atteggiamenti da satrapo postsovietico dell’Asia Centrale. Dal “Piccolo Padre” a “Papi”.

  L’esasperata reazione della moglie ha creato un effetto domino che può rivelarsi pericolo per questa strategia di potere, non essendo facilmente smentibili le parole – ad un tempo dure e accorate – della compagna di tanti anni di vita. Non è un caso che l’unica difesa siano state pretestuose teorie di complotto dovute al ruolo nella vicenda di un quotidiano non certo amico del potere come “La repubblica”. Scelta per altro obbligato in un paese dove informazione e politica formano un blocco unitario sotto il controllo più o meno diretto di un’unica persona – appunto Silvio Berlusconi (al riguardo Maltese oggi sul già citato quotidiano).

  Intanto le Nazioni Unite pongono l’Italia al settantottesimo posto al mondo per Libertà di stampa considerandola “Paese Semilibero” (unico in Europa insieme alla Turchia) principalmente per l’irrisolto conflitto di interessi del premier e l’associazione della stampa europea premia Marco Trovaglio per il suo impegno per la libertà d’informazione in un paese a espressione limitata, prima di lui il premio era toccato ad Anna Politovskajia, segno evidente dell’inquietudine con cui il mondo occidentale guarda all’evolversi della situazione italiana. Forse dalla mignottocrazia alla dittatura il passo è più breve di quanto sembri.

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*       Non c’è, oggi, nulla da festeggiare. Né tantomeno da condividere. Sarebbe ipocrisia non dirlo. Dobbiamo ammetterlo. Con angoscia. Ma anche con quel po’ di rispetto che merita ancora la verità: il 25 aprile è diventato una “terra di nessuno”. Un luogo della nostra coscienza collettiva vuoto, se ognuno può invitarvi chi gli pare, anche i peggiori nemici della nostra democrazia e i più incalliti disprezzatori della nostra resistenza. E se ognuno può farvi e dirvi ciò che gli pare: usarlo come tribuna per proclamare l’equivalenza tra i partigiani che combatterono per la libertà e quelli della Repubblica di Salò che si battevano con i tedeschi per soffocarla, come va ripetendo l’attuale ministro della difesa. O per denunciarne – dopo averlo disertato per anni – l’ ”usurpazione” da parte delle sinistre che se ne sarebbero indebitamente appropriate, come l’attuale grottesco e tragico presidente del Consiglio. O ancora – in apparenza l’atteggiamento più nobile, in realtà il più ambiguo ma anche il più diffuso – per riproporre l’eterna retorica della “memoria condivisa”: quella che in nome di un’ Unità della Nazione spinta fino ai precordi dell’anima, all’interiore sentire, vorrebbe cancellare – anzi “rimuovere”, come accade nelle peggiori patologie psichiche – il fatto, “scandaloso”, che allora, in quel 25 aprile, ma anche nei durissimi decenni che lo precedettero e prepararono, si scontrarono due Italie, segnate da interessi e passioni contrastanti, da valori e disvalori contrapposti. Due modi radicalmente in conflitto tra loro, di considerarsi italiani. Un’Italia, da una parte, in origine spaventosamente minoritaria, sopravvissuta nei reparti di qualche fabbrica, nei quartieri operai delle grandi città, lungo i percorsi sofferti dell’esilio, nelle carceri e nelle isole del confino (quelle di cui il “premier” parla come di luoghi di vacanza): un’Italia quasi invisibile, fatta di inguaribili eretici, di testardi critici ad ogni costo, anche quando le folle plaudenti sembravano dar loro torto, di gente intenzionata a “non mollare” anche quando il “popolo” stava dalla parte del despota, di “disfattisti” contro la retorica di regime, anche quando le legioni marciavano sulle vie dell’Impero… L’Italia, insomma, dei “pochi pazzi” che, come disse Francesco Ruffini, uno dei pochissimi professori che non giurarono, deve in modo ricorrente rimediare agli errori fatali dei “troppi savi”… E dall’altra parte l’Italia, sempre plaudente dietro qualche padrone, delle folle oceaniche, degli inebriati dal mito della forza e del successo, dei fedeli del culto del capo. L’Italia “vecchissima, e sempre nuova dei furbi e dei servi contenti”, come scrisse Norberto Bobbio: quelli che considerano la critica un peccato contro lo spirito della Nazione, e la discussione un lusso superfluo. Vinse la prima: il 25 aprile sanziona appunto quella insperata, impossibile vittoria. E vincendo finì per riscattare tutti, permettendo persino, con quella sua sofferta vittoria, all’altra Italia di mascherarsi e di non fare i conti con se stessa. Sicuramente di non pagare, come avrebbe meritato, i propri crimini ed errori. Ma con ciò il dualismo non scomparve: rimase comunque un’Italia che si identificò con la Resistenza, e una che mal la sopportò e l’osteggiò. Una che si sforzò di continuare l’opera di bonifica contro quell’espressione dell’”autobiografia della nazione” che è stato il fascismo, e un’altra che, sotto traccia, in quell’autobiografia ha continuato a riconoscersi. Un’Italia che stava (fino a ieri pubblicamente) con i suoi partigiani, e un’altra che continuava (fino a ieri privatamente, o quasi) a diffidarne, se non addirittura a rimpiangere il proprio impresentabile passato. Ora quella “seconda Italia” (fino a ieri forzatamente in disparte, per lo meno nel giorno dell’anniversario) ha rialzato la testa. Si è dilatata nello spazio pubblico fino a occuparlo maggioritariamente. E ha rovesciato il rapporto. L’autobiografia della nazione è ritornata al potere. Non solo ha ripreso pubblicamente la parola, ma ha ricominciato a dettare l’ordine del discorso. A rifare il racconto pubblico sul nostro “noi”. Tutto il frusto dibattito di questi giorni sul nuovo significato del 25 aprile si svolge all’insegna di quella domanda di “ricomposizione” delle fratture, che nel fingere di “celebrare” le scelte di allora in realtà le neutralizza e offende. Di più: ne rovescia radicalmente il segno. Ci sta alle spalle un mese in cui abbiamo assistito a un clamoroso tentativo d’imporre, con la logica dell’emergenza, un clima asfissiante di rifiuto della critica e di esaltazione del culto del capo; in cui il sistema dell’informazione ha raggiunto vette di servilismo imbarazzanti; in cui l’opposizione, ridotta a fantasma, ha balbettato o si è adeguata. Come non vedere quanto l’appello alla “memoria condivisa”, in questo contesto, suoni sostegno a quella stessa domanda di unanimismo che sta dietro ogni logica di regime? Quanto essa risponda a quella sorda domanda di far tacere le differenze e le dissonanze che costituì il vero “male oscuro” delle nostre peggiori vicende nazionali? Per questo – per tutto questo – per la prima volta, nei sessantaquattro anni che ci separano dall’evento che si dovrebbe festeggiare, le piazze ci appaiono perdute. In esse non ci troviamo più a casa nostra, non tanto e non solo perché i nostri avversari hanno prevalso (questo accadde anche nel 1994, e il 25 aprile in piazza ci fummo, eccome!). Ma perché una delle due Italie, quella che aveva riempite quelle piazze come luoghi di una democrazia faticosamente presidiata, non c’è più. La sua voce si è affievolita, fin quasi al silenzio, per oblio delle proprie radici, incertezza sulle proprie ragioni, pigrizia mentale… Per insipienza degli uomini e fragilità del pensiero. Non andremo al mare, in questo giorno. Questo no. Ma in montagna forse sì, lì idealmente si dovrebbe ritornare, dove l’aria è più fine e favorisce la riflessione e il pensiero. Sul mondo nuovo che stentiamo a capire. E su di noi, che ci siamo smarriti. Ne abbiamo un impellente bisogno.

*       Marco Revelli

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   Il 2008 è stato è stato l’anno di un tragico anniversario totalmente ignorato dalla stampa ufficiale a causa della spinosa attualità che esso continua a rivestire. Quello della Nakba, la spaventosa pulizia etnica condotta dal nascente stato di Israele contro le comunità arabe di Palestina, senza distinzione di religione e rivolta con la stessa ferocia contro sunniti, sciiti e cristiani, accomunati dal fatto di essere arabi e non ebrei.

  A partire dal 15 maggio 1948 le milizie sioniste, espressione di quel mondo ebraico appena uscito dall’immane catastrofe della Shoa perpetrata in nome della follia nazista, trasformate da perseguitate in persecutrici attuarono il più sistematico progetto di espulsione di un popolo dalla propria terra che la storia recente ricordi. Prima della fine del 1948 ben 750.000 arabi palestinesi vengono espulsi dalle loro case, i loro beni requisiti, i lori villaggi distrutti (si calcola che almeno 530 insediamenti siano stati rasi al suolo), al termine di quell’anno circa il 60% della popolazione palestinese era stata espulsa dalla propria terra. L’espulsione di massa fu accompagnata da autentici pogrom come a Deir Yasim dove i circa 250 abitanti furono massacrati fino all’ultimo, compresi vecchi, donne e bambini.

 La Nakba non è stata solo una tragedia, ma l’inizio di un’ulteriore, interminabile tragedia, di cui ancor oggi è vittima il popolo palestinese. Gli anni seguenti hanno visto succedersi continue espulsioni (altri 350.000 solo nel 1967) e soprattutto il totale annullamento della stessa nazione palestinese la cui popolazione risulta in gran parte confinata in campi profughi di fatto posti sotto il controllo israeliano.

  Nel frattempo all’interno di Israele veniva pianificandosi una politica segregazionista, sostanzialmente analoga a quella praticata in Sud Africa durante l’Apartheid, nei confronti dei cittadini israeliani di origine araba.

  Tutto questo e molto altro è avvenuto (sistematiche violazioni delle risoluzioni delle Nazioni Unite; uso del terrorismo come arma politica nei confronti di leader stranieri ritenuti ostili; saccheggio sistematico del patrimonio storico culturale palestinese o distruzione delle testimonianze ritenute contrarie all’identità ebraica di Israele, ovvero quelle cristiane e islamiche; occupazione ripetuta di territori affidati in pieno diritto all’autorità palestinese, da ultimo con la costruzione del muro, totalmente edificato in territorio arabo; violazione sistematica dei più elementari diritti umani dall’uso della tortura agli attacchi contro istituti scolastici e ospedalieri) con il silenzio, se non con l’appoggio del resto del mondo. L’Europa incapace di superare le sue divisioni e suoi sensi di colpa fino al punto di permettere tragedie presenti per non ricordare quelle passate; gli stati arabi troppi interessati a mantenere buoni rapporti con l’occidente e a non danneggiare le proprie relazioni commerciali per compromettersi al fianco dei fratelli palestinesi; gli Stati Uniti schierati senza se e senza ma con Tel Aviv, a prescindere dal colore politico dell’inquilino della Casa Bianca, in ogni caso legato alle lobby finanziarie ebraiche il cui appoggio e fondamentale oltre oceano.

  L’esplodere delle violenze a Gaza a riportato l’attenzione sulla tragedia palestinese, anche se pur troppo ancora una volta la realtà appare piegata al condizionamento ideologico a cominciare dalla presunto violazione della tregua da parte di Hamas, violazione che non c’è mai stata in quanto la tregue scadeva il 15 dicembre ed è stata rispettata dal movimento palestinese fino a quel giorno nonostante le sistematiche violazioni da parte israeliana. Ancora una voltasi è deciso di voltare le spalle alla Palestina.

  Tragicamente la situazione attuale non sembra vedere una possibile soluzione. Considerando che l’immobilismo dell’Europa e del mondo arabo sembra difficilmente superabile le uniche possibilità potrebbero venire da un mutato atteggiamento di Washington, forse l’unico interlocutore capace di fare autentica pressione su Tel Aviv. Ma da quel fronte non sembrano giungere notizie confortanti per il prossimo futuro, la nomina da parte di Barack Obama di Emmanuel Rahm a capo di gabinetto non promette nulla di buono. Figlio di uno dei fondatori dell’IRGUM, la milizia terrorista ebraica fra le principali responsabili della pulizia etnica degli anni ’40 e noto per essere un falco pro Israele.

  La pace sulla martoriata terra di Canaan sembra ancora molto, troppo lontana.  

 

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Oggi sarà una giornata nazionale di mobilitazione dell’università e della scuola in generale. Anche l’Università di Torino si mobilita e… trasloca in strada! L’ Assemblea No-Gelmini, riunitasi ieri a Palazzo Nuovo e che ha visto la partecipazione propositiva e determinata di almeno cinquecento studenti, ha pensato in occasione di questa scadenza, in collaborazione con i docenti, di spostare alcune lezioni all’esterno delle solite aule dell’università, scegliendo di organizzarle in strada. Questo è solo uno dei modi scelti per esprimere la nostra contrarietà alla contro-riforma Gelmini, che coinvolge per intero il mondo dell’istruzione pubblica, dalle elementari alle scuole medie inferiori e superiori, all’università e al mondo della ricerca.
In particolare, per quanto riguarda l’università, ci opponiamo fermamente al taglio del fondo di finanziamento ordinario previsto all’articolo 66, comma 13 (1 miliardo e 441, 5 milioni di euro in meno di 5 anni) e alla limitazione del turn over al 20% per il personale docente e tecnico-amministrativo (ovvero, un nuovo assunto ogni cinque pensionamenti) sancita all’articolo 66 comma 7, limitazione che non consentirebbe il necessario ricambio del personale, la continuità di corsi di studio, di interi percorsi formativi e di branche dell’amministrazione, negando di fatto a molti lavoratori (precari) la possibilità di vedere il loro contratto rinnovato e negando l’ accesso per i ricercatori (anch’essi precari) alla carriera universitaria.
Con altrettanta determinazione ci opponiamo poi al contenuto dell’articolo 16 della legge 133 (Facoltà di trasformazione in fondazione delle università), il quale sancisce in maniera chiara e definitiva la distruzione dell’università pubblica, prevedendo la possibilità per il Senato Accademico di decidere, con semplice votazione a maggioranza assoluta, di trasformare ogni singolo Ateneo in una fondazione di diritto privato.
Noi non ci riconosciamo nel modello di università che questa legge (che è il risultato di una tendenza che da anni investe il mondo dell’università e dell’istruzione in generale) vuole cucirci addosso. Continuiamo a credere nella libertà e pubblicità della didattica e della ricerca. Dietro questi provvedimenti è infatti palese il tentativo di adeguare il nostro sistema universitario e di ricerca a quello anglo-sassone (e americano) dell’università-impresa. Sistema in cui sono gli sponsor a decretare il valore e le potenzialità di ogni università in base alle loro esigenze di produrre profitto (non certo formazione…) e a decidere nel contempo se e quali rami della ricerca finanziare; sistema in cui regna un principio di concorrenza tra gli stessi poli universitari e in cui le rette sono talmente alte da impedirne a moltissimi l’accesso. Noi questo sistema non lo vogliamo!
Le lezioni all’aperto rappresentano solo un primo momento di mobilitazione utile soprattutto alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica per la loro immediata visibilità e acquistano importanza anche per il significato forte di ri-appropriazione degli spazi cittadini.
Numerose iniziative si succederanno nei prossimi giorni, per culminare in una giornata di mobilitazione generale di tutto il mondo della scuola pubblica della nostra città il 28 ottobre, data in cui è prevista la presenza della Gelmini a Torino e poi nello sciopero generale della scuola convocato per il 30 ottobre. 
 
 

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