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Posts Tagged ‘Hermes’

Turms o Turmus è il nome che Hermes assume in Etruria. L’iconografia e i contesti di rappresentazione non si allontanano dai modelli greci (vedi Hermes https://infernemland.wordpress.com/2016/10/25/imagines-deorum-hermes/). E’ un Dio giovanile, imberbe caratterizzato da petaso e dai calzari alati – in alcuni casi come nelle emissioni monetaria con la sola testa del Dio è il copricapo a portare le ali. La documentazione è ricca – ceramiche figurate, specchi, rilievi, statuette bronzee – o i temi sono quelli tradizionali: Turms reca il piccolo Phuphluns alle ninfe, consegna dell’uovo a Leda, giudizio di Paride, uccisione di Medusa. Sui sarcofagi (Tarquinia) e sulle stele funerarie (Bologna) ha funzione di psicopompo. A Tarquinia partecipa sdraiato su un triclinio a banchetto ultramondano affiancato da una figura femminile – una Parca? – mentre le stele bolognesi lo rappresentano intento ad accogliere i defunti negli inferi

Particolari gli assi liberali campani dove presenta tratti simili alle coeve immagini giovanili di Giano. Questo ha portato alcuni studiosi ad avvicinare al Dio la statuetta di Culsans da Cortona. Restano però ancora aperte le questioni dell’associazione fra questi e Turms come fra lo stesso Culsans e Ani che dovrebbe essere il corrispettivo etrusco di Giano.

L’immagine più celebre di Turms è sicuramente la splendida testa fittile di carattere ionizzante da Veio dove Turms assisteva alla contesa fra Hercle e Aplu; l’opera è fra i massimi esempi della coroplastica etrusca arcaica. La provenienza della regione veiente si collega alla diffusione del culto di Turms nel Latium e a Roma donde da origine al culto romano di Mercurius. I confini fra la sfera etrusca e quella latina sono a lungo alquanto incerti tanto che spesso è difficile propendere per il nome da assegnare alle immagini più antiche. Probabilmente agli inizi del III a.C. si data la testa fittile da Faleri Veteres – territorio etnicamente latino ma culturalmente impregnato di tradizione etrusca – imberbe e dal basso petaso forse parte di una decorazione frontonale come altri frammenti farebbero presupporre. Sempre da Faleri – area detta del “Tempio di Apollo” – proviene un’antefissa con testa di Mercurius-Turms.

I legami con il commercio e la mercatura forse già presenti in Etruria e sicuramente primari nel mondo italico – come suggerisce lo stesso nome del Dio – spiegano la grande fortuna che gode come soggetto di coni monetari nel mondo italico (Frentum, Alba Fucens, Signia) e poi nella Roma repubblicana (sesterzi di Antio Restitore del 49-45 a.C. con petaso alato e caduceo, sesterzi di Papio Celso con la sola testa del Dio con gli attributi canonici e sul rovescio la lira cui gli era attribuita l’invenzione. Quest’ultima lascia il posto alla tartaruga sui sesterzi del 43 a.C. di C. Vibio Pansa. E’ invece la sua natura di psicopompo – intesa non solo come guida della anime ma come colui capace di richiamare i defunti – che spiega la sua fortuna su amuleti e gemme apotropaiche fino a tutta l’età imperiale.

Mentre le immagini dell’arte ufficiale ripropongono – al più con varianti ecclettiche – i tipi canonici dell’Hermes greco la scultura minore e la pittura di taglio popolare presentano maggiori specificità. Tra il 143 e il 103 a.C. si data l’altare votivo dei Musei con il Dio – vestito con clamide e caduceo – accompagna un personaggio femminile sacrificante. Quest’ultima identificata con una Dea per il capo scoperto manca però di ogni sacrificio rendendo impossibile un’interpretazione più precisa.

I legami con il commercio spiegano l’enorme fortuna che Mercurio gode nella decorazione di insegne e botteghe. Le città vesuviane hanno restituito in tal senso copiosa testimonianza. Il Dio può apparire solo come in un affresco dalla Via dell’Abbondanza a Pompei dove compare all’interno di un’edicola a forma di tempietto distilo e agli attributi tradizionali assomma la borsa colma di monete, augurio particolarmente caro per un mercante. La stessa logica era sottintesa ad un altro affresco pompeiano oggi perduto in cui Mercurio era accompagnato da Fortuna con timone posato su un globo e cornucopia.

La grande fortuna del Dio nel culto privato trova testimonianza nella piccola plastica bronzea che già diffusa in ambito etrusco e medioitalico continua a crescere per tutto il periodo romano. Rari i pezzi di qualità eccezionali anche se alcuni emergono come lo straordinario Mercurio in riposo da Ercolano, nudo, con i calzari alati ai piedi, riposa dal rapido viaggio seduto su una roccia, copia qualitativamente altissima di un originale greco forse lisippeo. Più comuni i prodotti di semplice artigianato che non mancano però in alcuni casi di originalità. Al fianco della riproduzione più o meno dozzinale emergono prodotti di buona qualità come il Dio nudo, stante, dal ritmo chiastico con mantello sulla spalla destra e il petaso sormontato da ampie ali da Thalwil in Svizzera. In età augustea si diffondono immagini di Mercurio-Augusto  tanto nella piccola plastica quanto nei rilievi (Bologna) e negli stucchi (Villa della Farnesina). E’ invece dibattuta l’identificazione di Augusto con l’Hermes Logios firmato da Kleomenes e oggi al Louvre.

Questi ultimi esempi hanno indicato in alcuni casi provenienze galliche e il tema merita approfondimento per la straordinaria fortuna che il culto di Mercurio gode nel mondo gallo-romano e per gli stretti legami che esso intrattiene con le tradizioni religiose indigene. Non è ancora ben chiaro quale – o quali – divinità celtiche vengano reinterpretate come Mercurio dopo la conquista romana, l’ipotesi di Lugos è possibile ma copre forse solo una parte delle competenze del nuovo Dio, ed egualmente sono forse parziali le identificazioni con Teutates ed Esus. Mercurio sembra in Gallia una grande divinità polimorfa capace di coprire ambiti molto diversi. Questa prevalenza del Mercurio gallico  verosimilmente deve essersi estesa anche nel mondo germanico e questo spiegherebbe la particolare identificazione di Wotan/Odhin con Mercurio anziché con Giove come sarebbe parso più naturale.

La testimonianza più clamorosa della fortuna gallica di Mercurio è attestata da Plinio. In età neroniana gli Arverni commissionarono allo scultore greco Zenodoros una statua colossale di Mercurio inteso come Dio nazionale del loro popolo. Il Dio raffigurato seduto dominava il Pui-de-Dôme e doveva essere di dimensioni colossali se consideriamo i dieci anni necessari per costruirla e il costo di 40.000.000 di sesterzi (secondo l’interpretazione di Silvio Ferri). L’opera è stata ricostruita grazie a una copia in scala ridotta a Vienna (forse da Verona) e vede il Dio nudo, con solo il mantello sulle spalle, il petaso alato e i calzari seduto su una roccia variante dell’Hermes seduto di Corinto mentre figure di animali e personaggi minori sono raffigurate ai suoi piedi – a Vienna una capra e un eros cavalcante una fiera – e che possiamo immaginare riproducenti sculture minori che si collocavano sulla collina lungo il percorso che ascendeva al Dio, quasi un antecedente dei sacri monti medioevali che forse non casualmente trovano alcune delle più antiche attestazioni in Bretagna, la più celtica delle regioni francesi.

Un bronzetto da Sanit-Remy ne rappresenta una variante più locale, scompare il mantello, le ali sporgono direttamente dal capo anziché dal petaso mentre nella mano compare la borsa – attributo quasi d’ordinanza per il Mercurio gallico – mentre ai suoi piedi ritroviamo la capra affiancata da un gallo e da una tartaruga.

L’iconografia del Mercurio gallico è di norma quella tradizionale, un Dio giovane, di solito nudo o con il solo mantello, il petaso e i calzari alati, il caduceo e la borsa ma sono attestate anche associazioni con il cinghiale – il Mercurius Moccus dei Ligones – o con l’orso – Mercurius Artaius presso gli Allobrogi. Questi richiami evocano la possibilità – non dimostrata ma suggestiva – di riconoscerlo nel pilastro antropomorfo di Euffigneix nell’Alta Marna di taglio ancora tutto lateniano raffigurante un Dio imberbe con torques gallico al collo e gli emblemi del cinghiale e dell’occhio – non improprio per Mercurio – incisi sul corpo.

Di contro le infinite stele votive di età imperiale lo rappresentano secondo la tradizionale iconografia romana spesso fraintesa dalla mancanza di senso plastico e dalla tendenza lineare e meramente decorativa degli artigiani gallici. Fra i vari pezzi si distingue sia per la buona qualità artistica sia per gli stretti legami cultuali con il mondo indigeno una stele da Reims datata ancora al corso del I d.C. dove all’interno di un tempietto con frontone triangolare le immagini di Mercurio e Apollo – stanti e sostanzialmente corrispondenti all’iconografia classica – affiancano un Cermunnos in trono seduto alla maniera celtica e con un pesante torques al collo.

Paredra abituale del Mercurio gallico è Rosmerta, Dea indigena solo superficialmente romanizzata. La sua immagine alterna forme classiche – può acquisire l’aspetto di Maia o di Fortuna – ad altre più chiaramente indigene dove appare come una giovane – più compagna o sposa che madre del Dio – con lunga veste e mantello di tipo celtico, il capo può essere velato o presentare un’acconciature con due bande lisce bipartite in fronte; i suoi attributi sono la borsa e il caduceo di Mercurio ma può far propri anche la cornucopia o la patera sacrificale. La gran parte delle testimonianze sono stele di taglio fortemente popolare e di difficile datazione provenienti soprattutto dalla Lugdunensis, dalla Belgica e dalla Germania Superior di norma raffiguranti i die personaggi divini stanti, frontali, rivolti verso lo spettatore. Fra le eccezioni un rilievo da Wiesbaden con Rosmerta semisdraiata su un seggio ad alto schienale ed Eros posto fra lei e Mercurio o due stele della regione di Reims in cui una volta Rosmeta appare a scostare il mantello mostrando il corpo nudo mentre l’altra con Mercurio insolitamente barbato e vestito con un pesante mantello. Rosmerta compare anche – e con qualità artistica decisamente maggiore – sulla colonna eretta in età neroniana a Magonza in onore di Giove Capitolino dove purtroppo quasi totalmente perduta è la figura di Mercurio di cui resta solo un frammento con la borsa.

Testa di Turms da Veio

Mercurio a riposo da Ercolano.

Mercurio seduto da St.Remy. Forse ispirato all'opera di Zenodoros.

 

 

 

Stele da Reims con Cermunnos seduto fra Apollo e Mercurio.

 

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Hermes, figlio di Zeus e Maia, nato sul monte Cillene, protettore dei viandanti e dei ladri, Dio della velocità, dell’intelligenza, del talento comunque applicato, maestro della parola e cavalcatore dei venti compare nel pantheon greco fin dall’età più antica. Le tavolette di Pylos già attestano il suo culto in età micenea e grande importanza gode nella tradizione omerica, antichità di culto che non sorprende se si considera che esso incarna alcuni degli aspetti più specifici del sentire greco, egli è il Dio del multiforme ingegno – per trasporre in ambito divino l’espressione omerica per definire Ulisse – il simbolo di quelle capacità della mente e della parola che sono profondamente connaturate nell’essenza della grecità.

Sfuggente e multiforme il Dio tenderebbe a essere difficilmente identificabile se non fosse per i tanti attributi che lo identificano fin dall’età più antica: la lira, il gallo, la tartaruga, la borsa, l’ariete, la spada falcata, il cappello – sia il petaso a tesa larga sia quello a punta della tradizione pastorale – e soprattutto il caduceo, la verga degli ambasciatori con avvinti attorno i serpenti e i calzari alati del corridore dei cieli.

In origine le rappresentazioni del Dio dovevano essere aniconiche, probabilmente in primo tempo simili a betili con l’indicazione del sesso e forse un accenno di definizione della testa, poi con questa resa sempre in modo più preciso fino a giungere al tipo classico dell’erma, il pilastro sormontato dalla testa del Dio – spesso con accenno delle spalle – e il fallo apotropaico ancora evidenziato quale ritroviamo dell’Hermes Propylaios di Alkamenes. E per quanto l’erma si stata usata anche per raffigurare altre divinità il suo legame con il Dio Cillenio non è mai andato perduto.

Fin da età arcaica però il tipo dell’erma è stato affiancato a immagini più naturalistiche. Le più antiche testimonianze al riguardo si datano al VI a.C., sulle lamine bronzee di Olimpia compare nudo con in mano il caduceo mentre uno schema simile ma panneggiato con corta veste compare su un aryballos corinzio e su un deinos attico di Sophilos. Tipicamente arcaica è l’iconografia del kriophoros – una variante è il moskophoros – il pastore che reca l’agnello sulle spalle, è uno schema di antica origine orientale usato in Grecia con frequenza per rappresentare Hermes nella sua funzione di Dio pastorale, in mancanza però di precise identificazione epigrafiche è quasi impossibile riconoscere il Dio da semplici offerenti.

A partire dalla fine del VI a.C. l’iconografia si arricchisce soprattutto nel campo della pittura vascolare. Il Dio è solitamente barbuto e veste con un breve chitone, porto dalla clamide – nel Vaso Francois di Exekias indossa le sontuose vesti cerimoniali comuni a tutte le divinità. Il cappello è solitamente il petaso, in alcuni caso che evidenti ali, di solito con la falda posteriore ripiegata, in alcuni casi sono evidenziati i legacci che lo fermano sotto il collo; altrove è sostituito dal berretto pastorale a punta o da un cappello a calotta ogivale di solito decorata con ampie ali (anfora del pittore di Berlino con Hermes e Dioniso intorno al 500-480 a.C.) forse una variante del petaso. Una grande varietà presentano anche i calzari, in alcuni casi palesemente alati – come in un’anfora panatenaica del Vaticano – altre volte privi di ali e caratterizzati da una linguetta ricadente sul davanti. Particolare evidenza è data alle ali – sia sul cappello sia sui calzari – nei pinakes locresi dove compare come psicopompo in relazione ai miti di Persefone.

Se il tipo barbato è il più diffuso l’arcaismo conosce già anche l’immagine più giovanile e priva di barba, una delle prime attestazioni si avrebbe nel kriophoros del Museo Barracco – sempre non si tratti di un pastiche ellenistico – ma lo ritroviamo in età severa nella già citata anfora del Pittore di Berlino o nel cratere eponimo del Pittore di Persefone dove compare in un’insolita veduta frontale.

Praticamente tutte le storie mitiche del Dio compaiono sulla ceramica attica di età arcaica e classica ed è quasi impossibile in così poco spazio proporre un quadro anche solo sintetico, ritroviamo il suo ruolo di guida delle Ore e delle Cariti, il furto infantile delle mandrie di Apollo, l’invenzione della lyra, l’uccisione di Argo (Anfora della cerchia di Eukarides), pargolo fra le braccia di Iris (Pittore di Kleophrades), l’anados di Persefone, è sempre presente al giudizio di Paride, nelle gigantomachie, nelle nozze di Teti e Peleo, nell’uccisione della Gorgone da parte di Perso, spesso assiste insieme ad Atena alle fatiche di Eracle oppure reca fra le braccia l’eroe infante (anfora attica già intorno al 550 a.C.), uno Stamnos del Pittore di Berlino lo mostra mollemente sdraiato su un ariete mentre da segnalare per la sua unicità è l’immagine di una kylix a Vienna dove è raffigurato mentre conduce al sacrificio un cane travestito da maiale, mito totalmente sconosciuto e documentato solo da questa immagine. Ormai intorno al 440-435 a.C. si data il cratere a fondo bianco vaticano del Pittore di Boston qui un Hermes sbarbato e dai capelli a piccole trecce indossa un chitone pieghettato bianco e un himation rosso, sul capo porta un cappello a calotta dorato – un elmo metallico? – con ampie ali così come alati sono i calzari. Fra le braccia regge il piccolo Dioniso avvolto in un drappo di porpora porgendolo al Papposileno seduto su una roccia. Sempre all’ambito dello stesso pittore si può ricondurre la straordinaria lekytos del Museo di Monaco dove il Dio, questa volta barbuto e vestito di un velo trasparente, è seduto su una roccia attendendo la defunta per svolgere il suo ruolo di psicopompo.

Queste opere più recenti sono successive a quel momento di svolta iconografica che anche per Hermes è rappresentato dal cantiere partenonico dove – stando ai frammenti conservati  – appariva nudo e imberbe. La statuaria precedente è pochissimo nota e restano sporadiche testimonianze spesso più artigianali che prettamente artistiche – come i numerosi bronzetti votivi consacrati nei santuari.

Nulla possiamo dire dell’immagine lignea ricordata da Pausania ad Argo (V, 27, 8)  o delle opere di Kalamis (IX, 22, 1), Onatas e Kalliteles (V, 27, 8) sempre ricordate dal Periegeta anche se dobbiamo immaginare prevalente l’immagine matura del Dio. L’Hermes Propylaios di Alkamenes rappresenta un unicum per il richiamo quasi archeologico a modelli arcaici, non solo la ripresa del tipo dell’erma ma la stessa testa del Dio con la lunga barba definita in superficie e la chioma a lumachella recupera forme proprie del pieno VI a.C.

L’affermarsi del tipo giovanile precede le esperienze fidiache anche se saranno queste a codificarlo definitivamente. Lo abbiamo già visto nella ceramica figurata del pieno stile severo e viene ricondotto a questa tipologia l’Hermes Agoraios ricordato da Luciano e ricostruito come una figura giovanile, nuda in corsa. Pienamente inserito nella nuova temperie è invece l’Hermes Ludovisi, stante, nudo, in posa da oratore con il mantello arrotolato al braccio, da alcuni ritenuto copia di un modello di stile severo ma forse più probabilmente da ascrivere agli anni appena successivi al cantiere partenonico.

Il IV secolo continua questa tradizione evidenziando sempre più i tratti giovali ed efebici del Dio, è il caso delle statue gemelle del Vaticano e dei Musei Capitolini dove compare nudo con petaso e in quella dell’Ermitage con le ali unite direttamente al capo dettaglio che si ritrova anche in una bellissima testa a Berlino di un rigore ancora tutto fidiaco seppur addolcito da una malinconia di gusto già prassitelico. E proprio a Prassitele si deve la più compiuta versione del Dio nell’ultimo secolo della classicità. La statua di Olimpia è attribuita dal periegeta al maestro ma al momento della scoperta ha suscita vivaci perplessità. Questo Dio giovane ma atletico, per nulla efebico ma di una struttura quasi policletea che regge con un braccio Dioniso fanciullo a visto a lungo negata la propria paternità, attribuito ad ambito policleteo o a un Prassitele ellenistico con cui si sarebbe confuso Pausania non presenta in realtà nessun elemento che ne impedisca la cronologia al IV a.C. e l’altissima qualità impone attribuirlo a un artista di sommo livello. Personalmente ritengo che nulla vada apertamente contro l’identificazione proposta a Pausania e che questo possa essere l’unico originale marmoreo sopravvissuto di Prassitele.

Sempre al IV secolo si datano l’Hermes di Adrano, quello di Atalante e il cosiddetto Antinoo del Belvedere che riprende lo schema dell’Hermes oratore già visto nel tipo Ludovisi ma che qui risente di echi lisippei nelle proporzioni, simile per impostazione un bronzo del Museo Nazionale di Atene. Echi lisippei si ritrovano anche nell’Hermes in riposo, nudo, seduco su una roccia che conosciamo dalla copia bronzea in scala ridotta ma di altissima qualità dalla Villa Ercolanense dei Pisoni mentre alla fine del secolo o agli inizi del successivo si data il prototipo del tipo Lansdowne intento ad allacciarsi un sandalo così come il tipo Merida seduto con al fianco una grande lyra appoggiata a terra.

La ceramica figurata del tardo classicismo non si allontana da queste linee. La produzione attica della fine del V a.C. lo vede in genere nudo con petaso, mantello e caduceo come attributi, è così nella pelike con consesso di Divinità del Pittore Eleusinio all’Hermitage o nel cratere con la consegna di Erittonio opera del Pittore di Cadmo. La produzione apula continua questa tradizione aumentando al più la caratterizzazione atletica della muscolatura del Dio come nel cratere del Pittore della nascita di Dioniso a Taranto dove già ritroviamo la ponderazione con gamba sollevata e piede poggiato su una roccia che abbiamo visto l’Hermes Lansdowne mentre in un cratere del pittore di Python appare solo il tronco con il capo coronato dall’alloro e il caduceo posato su una spalla. La corona vegetale non è così eccezionale in Occidente e la si ritrova in altri prodotti apuli o lucani come il cratere de Louvre del Pittore Affettato o l’anfora con gigantomachia del Pittore di Suessola.

L’ellenismo non introduce particolari novità iconografiche ma rielabora principalmente i modelli di età tardo-classica. L’Hermes che compare in una base dell’Artemision di Efeso con storie di Alcesti è molto prossimo come concezione a quello di Olimpia ma ancora in piena età imperiale ritroviamo i modelli precedentemente descritti, su un mosaico del III d.C. da Antiochia con giudizio di Paride Hermes compare nella stessa posizione del già citato cratere tarantino. In un mosaico di recentissima scoperta da Amfipoli appare con petaso e mantello mentre precede la quadriga con Hades e Persefone.

 Fra le poche varianti si riscontra il ritorno a immagini panneggiate – si veda quello quasi femmine con leggerissimo chitone e lyra al fianco in un rilevo del Museo Nazionale di Napoli con liberazione di Alcesti – che godranno particolare fortuna fino alla fine dell’antichità come attestano alcuni tessuti egiziani del IV-V d.C. mentre fenomeno passeggero è stata la ripresa di modelli arcaici nei rilevi neoattici di età giulio-claudia (si può citare al riguardo il frammento del Metropolitan Museum).

Viste le specificità la parte italico-romano e provinciale occidentale sarà trattata appositamente alla voce Mercurius/Turms.

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Kulyx con Hermes che conduce al sacrificio un cane travestito da maiale (Vienne, Kunshitorichesmuseum)

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Pittore di Boston. Hermes consegna a Papposileno il piccolo Dioniso (Musei Vaticani)

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Copia adrianea dell’Hermes Propylaios di Alkamenes da Villa Adriana

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Hermes con in braccio il piccolo Dioniso da Olimpia

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Hermes seduto dalla Villa dei Pisono di Ercolano (Napoli, Museo archeologico nazionale)

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