Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Iranica arte’

L’importanza della Mesopotamia nel progetto politico di Alessandro è implicita nella volontà di fare di Babilonia la capitale del suo regno. Una scelta in parte confermata dai Seleucidi dopo la loro definitiva assegnazione dell’Oriente e la fine dei progetti unitaristici di Antigono Monoftalmo.

La linea politica di Seleuco Nicatore e dei suoi più immediati successori rappresenta quella più prossima alla volontà di Alesandro di creare un nuovo mondo multietnico e multiculturale in cui greci e barbari si sarebbero fusi per creare un nuovo, unico, popolo. Seleuco era stato fra i pochi generali di Alessandro a tenere al suo fianco, dopo la morte di quest’ultimo, la moglie persiana – Apame figlia di Spitamene di Battriana – e questa sarà la madre dell’erede al trono Antioco. Mentre nell’Egitto tolemaico la spaccatura fra macedoni e indigeni si acuiva sempre più i Seleucidi portavano avanti con rigore una politica di integrazione ponendo se stessi come eredi delle antiche monarchie orientali su cui essi si trovavano a regnare.

In Mesopotamia il cuore di questa politica divenne rapidamente Seleucia sul Tigri – al-sharruti (la dimora del Re secondo l’onomastica accadica) la nuovo colonia fondata per essere metropoli d’Asia a un tempo greca, iranica e semitica. Ma Seleucia è un contesto troppo grande e troppo particolare per essere trattato in questa sede, rimarrà per ora sullo sfondo, presente ma non approfondita mentre si porrà attenzione a come il nuovo potere macedone viene a intervenire su centri di millenaria tradizione.

La documentazione è purtroppo molto scarsa, gli scavi in Mesopotamia hanno cercato per anni le gloriose città dell’età del bronzo e del ferro considerando di scarso interesse – se non quasi un ingombro – le fasi ellenistiche e arsacidi, questo ha comportato un’enorme messe di informazione solo in parte confermata dalle fondi documentarie greche o accadiche.  Nella seguente analisi verrà considerato anche il periodo arsacide, almeno per i primi secoli, in quanto questo appare in piena continuità con le esperienze ellenistiche quando non momento di piena maturazione dei semi piantati al tempo dei seleucidi.

L’urbanistica e l’edilizia.

Il primo tratto che colpisce è la varietà delle soluzioni adottato ma in ogni caso con una prevalenza dei modelli indigeni. Praticamente la sola Seleucia – fondata ex-novo e con una significativa presenza di coloni greci – è impostata secondo un rigoroso schema ippodameo. Babilonia presenta una struttura pluristratificata, già durante il periodo neo-babilonese si era assistito a una razionalizzazione di vaste aree dell’impianto urbano che favorirono l’ulteriore opera di geometrizzazione degli ingegneri greci ma a fianco di questi spazi ne sorgevano altri caratterizzati da strette vie sviluppate in modo caotico e prive di pianificazione, l’eterna forma dei quartieri commerciali d’Oriente. I centri minori tanto al nord quanto al sud presentano in genere quartieri di questo tipo, con le sole aree monumentali ben definite all’interno del fitto tessuto urbano. Hatra con la sua pianta circolare e l’organizzazione del tessuto intorno al grande tempio di Shamash rappresenta un caso difficilmente definibile in cui a fianco di un modello urbano prettamente partico troviamo le particolarità di una città santuario oggetto di importanti flussi di pellegrinaggio.

Anche per quanto riguarda le abitazioni sembra prevalente il tipo indigeno. Il modello più diffuso è quello mesopotamico della casa a cortile che può raggiungere anche dimensioni di una certa monumentalità. Lo schema presenta un grande cortile centrale di forma prevalentemente quadrilatera dotato di strutture di servizio – sistemi di drenaggio, forni – intorno a cui si disponevano i vari ambienti della casa, le dimore più lussuose potevano disporre di magazzini e di un secondo cortile più piccolo intorno a cui si disponeva il cosiddetto gineceo. Questa è la casa più diffusa nella stessa Seleucia, dominante a Babilonia e quasi esclusiva altrove. Si tratta per altro di un tipo di abitazione che – pur con tutte le differenze del caso – non doveva sembrare così estraneo agli stessi coloni greci che potevano facilmente adattarsi ad essa. Abitazioni di tipo prettamente ellenistico con peristilio colonnato sono attestate a Seleucia e nel quartiere di Merkes a Babilonia, più raramente altrove.

Con la conquista partica si assiste a una progressiva trasformazione delle abitazioni, specie quelle più prestigiose, dovuta alla diffusione degli iwan di derivazione nomade che stravolgono la struttura tanto delle abitazioni di tipo ellenistico tanto di quelle alla greca.

Le città e i monumenti.

Babilonia. La ricchezza delle fonti – storiche e archivistiche – compensa in parte la sconfortante assenza di resti materiali. Già Alessandro aveva pensato a un restauro sistematico dell’Etemenanki, la colossale ziqquarat che un tempo dominava la città e che al momento dell’arrivo del macedone era già in rovina. Se l’ambizioso progetto non fu mai portato in porto numerose tracce di interventi attestano sgomberi di macerie e restauri conservativi in età seleucide. Se non ci sono dati su un utilizzo effettivo dell’Etemenanki sicuramente in funzione era l’Esagila, il santuario di Marduk nella città bassa oggetto di ricostruzioni in età ellenistica e il cui uso è attestato anche nel primo periodo partico.

A differenza delle altre città mesopotamiche Babilonia conobbe una ricca fioritura di edifici monumentali alla greca di cui le fonti epigrafiche ci danno testimonianza dell’esistenza di un’agorà alla greca, di un ginnasio e di un teatro, di quest’ultimo sono state rinvenute alcune tracce in mattone crudo ai margini della collina dell’Etemenanki e frammenti della decorazione in puro stile greco. Alcune murature adiacenti al teatro che definiscono un vasto spazio rettangolare sono forse da attribuire al ginnasio. Solo in età partica – ma nel più puro gusto ellenistico – la via sacra venne dotata di portici colonnati sul modello delle città siriane.

Da Babilonia provengono alcuni frammenti di capitelli corinzi in terracotta invetriata. Si tratta di una tipologia nota anche a Seleucia e ai confini opposti del mondo ellenistico orientale a Nysa-Mitridatkert la prima capitale degli Arsaici e ad Ai Khanoun in Battriana. Si tratta di capitelli composti da più frammenti uniti fra loro, con vetrinatura che copre i punti di raccordo. Come è evidente sono elementi puramente decorativi e priva di qualunque funzione statica. Non è forse importuno notare come se per i greci il legame fra funzione e forma fu sempre prioritario ed essenziale per i mondi “barbarici” ellenizzati questo era un concetto marginale mentre i singoli elementi degli ordini greci potevano essere presi e riusati a prescindere dalle ragioni statiche che ne avevano segnato la nascita. Da questo punto di vista il mondo partico e battriano non si comportano diversamente da quello punico o italico e dalla stessa arte romana che nei confronti degli ordini mostra spesso un atteggiamento altrettanto disinvolto.

Uruk. Il quadro è in qualche modo inverso rispetto a Babilonia, la documentazione storica e molto scarsa mentre ricche sono le tracce architettoniche. Città sostanzialmente sacra Uruk mantenne per tutto il periodo ellenistico il suo aspetto tradizionale mentre l’attività dei sovrani di esplicava in restauri e ampiamenti dei maggiori edifici cittadini sempre nel rispetto delle forme e del gusto decorativo locale.

Il Bit Resh, il grande santuario cittadino dedicato ad Anu e Antum viene totalmente ricostruito nel III a.C. a ridosso dell’antica ziqquarat in modo da ribadire in modo esplicito la volontà di richiamarsi alle tradizioni ancestrali della città. Il nuovo edificio si ricollega totalmente all’architettura tradizionale, la planimetria organizzata su una serie di cortili di diversa funzionalità si richiama alla più antica tradizione babilonese. Indigeni sono anche l’uso prevalente del mattone crudo così come lo sviluppo delle facciate con alte torri quadrangolari sormontate da merli scanalati di tipo achemenide, le pareti esterne erano rivestite di mattoni smaltati  e una processione di animali reali e fantastici correva subito sotto le merlature. Tutto sembra tradizionale ma alcuni dettagli planimetrici e decorativi così come i nuovi rapporti fra santuario e ziqqurrat con la prevalenza del primo indicano che sono in corso trasformazione anche in un contesto così conservativo. Di fronte al Bit Resh alla fine del III a.C. viene costruito l’Irigal dedicato a Ishtar e Nanna. Solo parzialmente scavato esso è realizzato in mattoni cotti e si organizza secondo moduli tradizionali. L’ultima testimonianza d’uso del templi è al 108 a.C., in seguito le fonti tacciono ed è verosimile che i complessi siano stati danneggiati  abbandonati nei convulsi decenni successivi, agli inizi del I d.C. l’area era rioccupata da un villaggio fortificato nei pressi del quale venne costruito un piccolo tempio di forme romanizzanti.

Molto più tardo e autonomo rispetto agli esempi citati il tempio di Gareus costruito alla periferia del città probabilmente nel II d.C. probabilmente su commissione di comunità mercantili provenienti dalla Mesopotamia settentrionale. Per quanto di epoca partico il tempio, con il suo sincretismo di elementi orientali e occidentali sembra portare a compimento le suggestioni diffuse nella regione dall’ellenismo. Posto in un vasto themenos il tempio presenta ancora la classica planimetria mesopotamica ma gli alzati non mancano di originalità, in fronte il tempio è preceduto da un portico di colonne laterizie su basi in pietra modanata mentre le pareti della cella sono caratterizzate da arconi ciechi in laterizio alternati da semicolonne ioniche che evocano inevitabilmente modelli romani. Il fregio che correva sopra la cella mantiene i classici soggetti animalistici lo stile non ha più nulla della tradizione mesopotamica, la pietra ha sostituito le terrecotte smaltate e i confronti più diretti li troviamo con i fregi partici di Hatra o con rilievi zoomorfi palmireni.

Altri centri della Mesopotamia meridionale:  Gli interventi seleucidi non sono mancati negli altri centri della regione ma la documentazione è più limitata e di difficile interpretazione. A Nippur la presenza seleucide è attestata in tutta la città da grandi quantità di materiali ceramici e da alcune sontuose abitazioni databili fra il periodo ellenistico e l’inizio di quello partico di tipo greco con peristilio colonnato. Sappiamo di restauri significativi nel tempio di Inanna mentre la ziqquarat appare quasi abbandonato e riutilizzata come fortificazione entro il I d.C. Intorno alla metà del II d.C. all’interno della ziqquarat sono scavati quattro iwan che attestano un uso forse cerimoniale dell’area.

A Susa la povertà dei resti architettonici contrasta con la ricchezza della documentazione sculturea (cui si rimanda alla seconda parte) e le testimonianze epigrafiche. L’esistenza di un ginnasio è documentata epigraficamente ma non si sono rinvenute tracce dell’edificio, archeologicamente significative invece le testimonianze dell’edilizia privata con abitazioni signorili di impostazione prevalentemente indigena ma con apparati decorativi alla greca. Limitate alla piccola plastica, alla ceramica e alla numismatica le testimonianze della frequentazione ellenistica a Ur e Borsippa.

Non vengono qui analizzati i centri della Mesopotamia settentrionale soggetti a vicende totalmente diverse, scarsamente interessati da interventi in età ellenistica vedono una grande fioritura nel pieno periodo partico secondo linee di sviluppo che ormai non sono più né mesopotamiche né greche ma pienamente inserite nella cultura architettonica dell’Iran partico e del rapporto fra questo e le suggestioni provenienti dal mondo romano.

Babilonia. Ricostruzione del quartiere del teatro.

 

Seleucia sul Tigri. Frammento di capitello di lesena in terracotta invetriata.

Uruk. Ricostruzione del Bit Resh

Uruk. Tempio di Gareus

Read Full Post »

L’Eracle di Seleucia

La Mesopotamia ellenistica rappresenta una sorta di vuoto fra le ricche testimonianze dell’area siriana e quelle dell’Asia Centrale e in parte dell’Iran, in questa mancanza di arte monumentale emerge però Eracle trovato a Seleucia sul Tigri e ora conservato al Museo archeologico di Bagdad. Nonostante le ridotte dimensioni – altezza circa 85 cm – l’opera non manca di monumentalità e riflette tanto sul piano tecnico quanto su quello iconografico una diretta derivazione ellenistica. Fusa a cera persa in varie sezioni – come di prassi nella statuaria monumentale – unite fra loro attraverso saldatura per colata – di cui resta qualche traccia. Gli occhi sono incrostati in materiale diverso ma anziché calcite od osso come si ritrova nella maggior parte dei casi documentati qui troviamo la sclera in avorio secondo una tecnica locale che suggerisce una produzione locale. L’iconografia appare come una variante ellenistica dell’Eracle in riposo di Lisippo – quello noto dai tipi Sulmona-Pitti – rispetto al quale si distingue per l’angolo della testa che porto lo sguarda a guardare dritto di fronte a se anziché abbassarsi in un ripiegamento riflessivo e la mano destra semplicemente appoggiata al fianco e non tenuta dietro alla schiena con i pomi delle Esperidi. Si tratta di una tipologia frequentemente attestata nell’Oriente ellenizzato sia nella coroplastica sia nella piccola bronzistica a cominciare dalle diffuse statuette fittili della Babilonia fino al noto bronzetto da Nigrai nel Gandhara in cui i modelli lisippei sono ancora riconoscibili nonostante certe esasperazioni di posa.

La datazione da all’Eracle un interesse di certo risalendo non oltre gli ultimi decenni del II a.C. se non più probabilmente al successivo quando il potere macedone sulla Babilonia cominciava a sgretolarsi sotto le spinte secessioniste delle popolazioni locali sulle quali si sarebbe sovrapposta l’ascesa imperiale dei Parthi Arsacidi. Sulle cosce della statua è incisa una lunga iscrizione in greco e partico che conferma di questa realtà. Essa ricorda infatti come la statua fosse conservata presso il cancello bronzeo del tempio di Apollo a Seleucia dove era stata predata dal re partico Vologase IV dopo la fallita rivolta in Mesene dell’usurpatore Mitridate. Il territorio della Mesene era controllato fin dal 125 a.C. dalla dinastia iranica degli Aspasini di cui Eracle era la divinità protettrice. Siamo quindi di fronte ad un’opera in stile assolutamente greco ma prodotta per una dinastia iranica che probabilmente raffigurava l’interpretazione greca di una divinità indigena, dall’Assiria all’India l’immagine di Eracle servi infatti per raffigurare un gran numero di figure divine locali – Nergal in Mesopotamia, Vajarapani in India – fino a servire da modello per la nascente scultura buddista e non è forse casuale che la stessa iscrizione riporti il nome di Eracle nella redazione greca e quello di Verethragna in quella partica dando ulteriori indizi sulla natura culturalmente composita dell’opera.

La Dea di Satala

La rarità dei ritrovamenti non deve però farci immaginare le città orientali povere di statue in bronzo, sul modello delle capitali dei diadochi i dinasti locali arricchivano i loro regni di un gran numero di opere in stile greco o grecizzante, fra questi regni un ruolo di spicco doveva avere l’Armenia che con la dinastia Artaxiatide si stava affermando come una significativa potenza regionale e che manteneva stretti legami tanto con l’Asia Minore quanto con la Siria. Tanto le fonti classiche quanto i cronisti armeni medioevali ci informano del gran numero di statue esistenti ma oggi praticamente non ne rimane più traccia. In questa perdita di massa ancora più importanti sono i frammenti di una statua colossale di divinità femminile ritrovato nel 1892 presso il castrum romano di Satala. Si conservano la testa e una mano, il volto mostra evidenti richiami prassitelici nella morbida pienezza delle superfici, le guance sono piene, le labbra socchiuse carnose e morbide, effetto che doveva essere dal rivestimento in lamina di rame. I capelli presentano una scriminatura centrale con due ciocche che formano una sorta di crescente sulla fronte.

Nonostante le somiglianze con opere del IV a.C. l’opera sembra doversi considerare – per dati tecnici ed un certo ecclettismo stilistico – alla produzione classicistica del I a.C. opera di un artista greco al servizio dei dinasti armeni. La zona del ritrovamento è collegata dalle fonti ad un importante culto dell’”Artemide persiana” per questo motivo Nersessian ha interpretato i resti come quelli della statua di culto del tempio locale distrutta dai cristiani nel 301 il che spiegherebbe lo stato fortemente frammentario. L’ipotesi è suggestiva ma purtroppo mancano certezze al riguardo. L’ipotesi che raffiguri Artemide-Anahita rimane a mio parere in ogni caso la più plausibile, i tentativi di negarla insistono sulla posa della mano simile a quella dell’Afrodite Cnidia di Prassitele e sulla carnalità del volto poco confacente alla giovanetta Artemide.

Si può però facilmente obbiettare che il dettaglio della mano non è dirimente vista la frequente tendenza a mischiare i dettagli iconografici del tardo ellenismo. Inoltre Anahita pur identificandosi anche con Artemide non ne fa proprio il carattere quasi adolescenziale mantenendo invece quei tratti di Dea della fecondità propri delle grandi madri orientali. Dea della vita e della guerra – in una tradizione che risale fino all’Inanna sumeica e all’Isthar babilonese – può far propri anche tratti di Afrodite. Per quanto molto più tarde le immagini della Dea di epoca sassanide ci danno l’immagine di una figura matronale e regale che non può essere trascurata. A favore dell’identificazione gioca poi lo strano effetto dell’acconciatura che sembra evocare un crescente lunare. Pare verosimile datare la statua al regno di Tigrane II (97-56 a.C.) in quel processo di affermazione internazionale del regno armeno in cui l’adozione dei modi espressivi delle monarchie ellenistiche era componente indispensabile.

Il principe di Shami

Shami è un piccolo centro dell’Iran sud-occidentale fra le montagne del Khuzistan nel cuore dell’antica Elymais. Qui in epoca parthica – ma la fondazione è verosimilmente seleucide – sorgeva un tempio di matrice dinastica che ha restituito alcune delle opere più interessanti dell’Oriente post-ellenistico. Il reperto più antico è la maschera facciale – fortemente danneggiata – della statua bronzea di un sovrano seleucide forse Antioco IV Epifane – ma non vi è certezza e si sono avanzati anche i nomi di Demetrio I, Demetrio II, Antioco VII.

L’opera più importante restituita dal sito è però la statua onoraria più grande del vero – 1,94 m – di un aristocratico parthico, verosimilmente un principe reale che rappresenta l’unica grande statua bronzea del tipo di epoca arsacide. L’iconografia è prettamente iranica, la figura è stante, rigidamente frontale, lo sguardo ieraticamente fisso di fronte a se. Sia il volto che l’abbigliamento rispettano la moda nord iranica. Il primo presenta una struttura volumetricamente marcata, e capelli fermati da una fascia in fronte, i baffi a punta spioventi. L’abito appare come una versione più antica e semplice di quelli ben conosciuti ad Hatra a Palmyra con corto kaftano incrociato stretto in vita da una cintura ed ampi gambali legati alla cintola che lasciano scoperta la parte superiore delle cosce e che ricadono mollemente in pieghe semicircolari.

La figura è quindi tipicamente orientale ma non è dimentica della lezione greca, la stessa capacità di resa dei dati etnici ed individuali è debitrice della tradizione ellenistica mentre sul piano tecnico siamo di fronte ad un affascinante incontro di culture. La testa è visibilmente più piccola del resto del corpo e qualitativamente molto più alta ed è con verosimiglianza stata realizzata altrove, probabilmente a Susa mentre la parte restante potrebbe essere stata fusa oltre che montata in loco. La testa è fusa con la tecnica della cera persa e la lega metallica è di altissima qualità, paragonabile ai migliori bronzi ellenistici del tempo. Qualità della lega che si ritrova anche nel corpo unità però al dettaglio prettamente orientale dell’anima di legno coperta di bitume sopra la quale sono applicate con piccoli chiodi foglie di bronzo. Sul piano cronologico l’opera va datata fra la fine del I a.C. e il I d.C. ed in ogni caso dopo le trasformazioni dell’immagine ufficiale dei re arsacidi portate avanti da Faarte III ( 70-57 a.C.) a favore di una modalità rappresentativa nazionale in alternativa alla semplice adozione dei modelli mediterranei quale compare ad esempio nei reperti di Nysa.

La scultura di Shami ci apre una finestra inattesa su quella che fu l’arte delle capitali ellenistiche dopo la conquista parthica, Susa continuava a godere notevole fama come centro culturale capace di fondere il portato ellenistico con le tradizioni locali e di adattare il proprio linguaggio ai nuovi contesti politici e culturali.

Gli eroti di Tamna

I riflessi della cultura ellenistica si sono diffusi e radicati ben oltre i confini dell’impero di Alessandro e non solo verso occidente con i casi fin troppo palesi di Roma e Cartagine. All’estremo confine meridionale della penisola arabica Tamna capitale del regno di Qataban ha restituito una preziosa testimonianza in tal senso. Due statue di eroti cavalcanti leoni rinvenute nel 1952 sul piano iconografico si inserisco pienamente nell’ampia di amorini su fiere – o di immagini di Dioniso fanciullo – onnipresenti in tutto il mondo ellenistico e romano. I bronzi di Tamna presentano però alcune particolarità, sulla cornice del piedestallo scorre un’iscrizione in alfabeto subarabico che recita: “Thuwayb e Akrab dhu-Muhasni hanno messo (queste immagini) a Yafash”, l’iscrizione ci attesta una committenza locale e la lingua e l’alfabeto usato escludono si tratti di opere importate. Dobbiamo quindi pensare all’esistenza di botteghe dell’Arabia meridionale capaciti di lavorare il bronzo secondo i moduli dei centri ellenistici mediterranei. I dati tecnici tenderebbe poi ad escludere l’ipotesi che siano opera di maestranze greco-romane trasferite nei centri commerciali della regione testimoniando stretti legami con le tradizioni locali. La fusione è a cera persa indiretta, tecnica di derivazione orientale – specie mesopotamica – diffusa nell’Arabia meridionale attraverso canali autonomi rispetto al mondo mediterraneo; di tradizione locale sono poi l’alto contenuto di piombo rarissimo nelle sculture mediterranee di quel periodo – metà I a-C. inizi I d.C. – tipica del mondo subarabico e diventata comune in quello mediterraneo solo nella piena età imperiale; il metodo di saldatura per colata autonomo rispetto a quello greco, l’uso della modellatura con filo di cera per le iscrizioni.

Siamo quindi in presenza di una significativa capacità delle maestranze locale di far propri i modelli della tradizione ellenistica e di ricrearli con all’interno delle proprie capacità tecniche all’interno di un continuo flusso di influenze culturali.

Erakles da Seleucia sul Tigri

Erakles da Seleucia sul Tigri

"La Dea" di Satala

“La Dea” di Satala

Il "principe" di Shami

Il “principe” di Shami

Erote su leone da Tamna

Erote su leone da Tamna

Read Full Post »