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Posts Tagged ‘Ninfe’

Il moderno villaggio di Pitsà subito ad occidente di Sicione corrisponde con buona probabilità alla Chelydorea ricordata da Pausania (VIII, 17 5) qui su una parete rocciosa si apre un’ampia grotta – circa 20 m di profondità – ha restituito le tracce di uno dei santuari rupestri meglio conservati della Grecia e – per le particolari condizioni ambientali – alcune delle più importanti testimonianze dell’arte arcaica che siano sopravvissute.
La grotta di Pitsà è stata frequentata per ragioni cultuali almeno dal VII a.C. – ma non mancano tracce risalenti fino ad età micenea – fino alla fine del II a.C. con più sporadiche presenze in età romana alla quale comunque rimandano le acconciature di alcune statuette. I culti dovevano essere molto complessi e differenziati e ancora restano alcuni dubbi sul complesso delle divinità venerate. La posizione dominante doveva essere svolta dalla Ninfe cui rimandano i documenti epigrafici ritrovati nella grotta, la ricchissima documentazione di fittili lascia comunque ipotizzare con buona attendibilità che ad esse fosse affiancato il culto di Dioniso secondo un modulo ben documentato dalle fonti (Strabone, Plutarco, Ateneo) ma anche quello di altre divinità ctonie a cominciare da Demetra e Persefone e forse di Ilizia come sembrerebbero suggerire alcune figure femminili gravide. Quest’ultima associazione non sarebbe insolita considerando che la Ninfe erano invocate anche come ϒενεθλιάδες.

Statuette
La piccola plastica fittile occupa la parte più consistente della documentazione è si estende per tutto il periodo di vita del santuario. Prevalgono figure femminili che negli esemplari più antichi hanno forme xoaniche di matrice dedalica di cui alcuni tratti vengono mantenuti fino agli inizi del V a.C. per verosimili specificità cultuali. A partire dalla metà del VI a.C. si fanno frequenti le immagino di Korai che risentono di influenze attiche e che evolvono da moduli stilisti prettamente arcaici fino ad altri ormai pienamente inseriti nelle correnti di stile severo.
Probabilmente al mondo tesmoforio vanno ricondotte le figure di divinità con alto polos che mantengono a lungo la pettinatura dedalica; allo stesso ambito culturale va ricondotta un’insolita figura databile agli inizi del IV a.C. con corona di fiori di papavero che ancora rimandano al mondo eleusino. In età ellenistica in tipi si avvicinano a quelli delle “tanagrine” con vesti colorate, pettinatura a melone e gioielli in evidenza. Più singolari alcune immagini con ampi copricapi – forse un’evoluzione del polos arcaico – decorati con elementi floreali a rilievo e evidentemente connotati in chiave cultuale (si può pensare a immagini delle stesse Ninfe). Alle figure femminili si possono avvicinare le belle sfingi con ali falcate e copricapo a polos che richiamano i migliori modelli della statuaria della fine del VI a.C.
L’insieme delle immagini femminili è completato da alcune tipologie più insolite raffiguranti donne – sia stanti sia sdraiate – con evidenti segni di gravidanza che fanno pensare ad una specificità del santuario nella protezione delle gestanti.
Più limitata la documentazione relativa a figure maschili, si tratta quasi esclusivamente di personaggi della sfera dionisiaca o di figuranti con maschere vivacemente colorate che attestano la presenza di un culto del Dio nella grotta.
Molte frequenti le immagini di animali di vario genere (galli, colombe, tartarughe, pesci, cicale, cavalli istrici, maiali) e di vegetali (frutti, pigne) per le quali non è sempre possibile stabilire specifici richiami e che dovevano avere funzione sostitutiva o di testimonianza di offerte sacrificali. Si è ritrovata la figura di un gallo in bronzo oltre agli esemplari in terracotta.
Il particolare microclima della grotta con abbondanti percolazioni di acqua fortemente calcarea che ha creato uno strato protettivo sugli oggetti si sono rinvenuti frammenti di una statuetta lignea – materiale che doveva essere diffusissimo nei santuari greci ma di cui non resta praticamente traccia – raffigurante una Dea in trono, Demetra o Persefone. La statuaria litica è attestata solo da una base in marmo provata quasi all’ingresso della grotta ma purtroppo priva della statua che sorreggeva.

Altri Materiali
Come sempre ricca nei santuari la documentazione ceramica seppur di livello nell’insieme corrente. Di straordinaria importanza storica i rari frammenti risalenti fino ad età micenea – Elladico Tardo III – che attestano una possibile valenza cultuale della grotta già nell’età del bronzo e prima dell’istallazione del santuario di età storica. Copiosi i vasi di età orientalizzante e arcaica con netta prevalenza di prodotti corinzi, mentre ormai alla fine del VI a.C. si datano alcune lekytoi attiche a fondo nero. Alcuni alabastra di tradizione fenicia potrebbero attestare la frequentazione da parti di levantini anche se può trattarsi semplicemente di materiali giunti attraverso il mercato corinzio.
Fra i materiali minori la documentazione dei metalli è abbondante ma non di particolare interesse archeologico e contante soprattutto monete – in specie di Corinto e Sicione – specchi e gioielli in bronzo di tipologia abbastanza corrente. Si fanno invece notare i frammenti di due pissidi lignee e un pezzo di stoffa tinto color porpora.

I pinakes.
La vera fama di Pitsà è però dovuta ai frammenti di pinakes, le uniche testimonianze esistenti di pittura arcaica non vascolare e miracolosamente conservati sotto di depositi cristallino-calcarei della grotta.
Pinax A
E’ il più grande e meglio conservato. Si tratta di una tavoletta di legna rivestita di una sostanza coprente bianca – gesso sciolto in una sostanza collosa – che fornisce il piano di disegno. Su questa le figure sono tracciate con precise linee di contorno nere e infine colorate con tinte piatte e neutre. Manca qualunque approfondimento prospettico o volumetrico salvo alcuni limitati tentativi di rendere le pieghe del panneggio.
Vi è raffigurato una piccola processione votiva di carattere famigliare. Sulla destra è un altare rettangolare su cui ardeva la fiamma – oggi visibile solo appositi strumenti ottici – verso cui avanza una sacrificante reggente gli oggetti sacri con la mano destra regge sulla testa un vassoio sui cui sono collocate una pisside cilindrica e due oinochoiai a collo lungo mentre nell’altra mano regge la proochos per le libagioni. Porta i capelli corti e veste con un peplo dorico azzurro stretto in vita e decorato da fasce bianche ai fianchi e allo scollo con al di sopra un himation rosso, con quest’abito appariranno tutte le figure femminili della tavoletta.
La ragazza è seguita da un attendente che accompagna un agnello destinato al sacrificio e da due musici con doppio flauto e lyra a sette corde, questi giovani hanno i capelli coronati di fronde e vestono con un semplice himation rosso (azzurro per il citaredo).
Seguono due ragazze vestite analogamente a quella che apre il corteo da cui si distinguono per i capelli lunghi sul tipo delle korai sui quali portano corone vegetali mentre in mano reggono rami di palma, da ultima si intravede una figura femminile ugualmente vestita ma di dimensioni decisamente maggiori, si può pensare alla madre delle ragazze. Tutte le figure sono accompagnate dal nome e sopra il gruppo era la dedica …ἀνέϑεκε ταῖς νύμϕαις preceduta dal nome della dedicante oggi perduto. Le iscrizioni sono in dialetto dorico in alfabeto corinzio.
Per ragioni stilistiche – trattamento dei panneggi con pieghe raddoppiate degli himatia, antiquari – forme dei vasi utilizzati nel rituale – la tavoletta può datarsi al 540-530 a.C.
Pinax B
Di conservazione più precaria, si riconosce la parte inferiore di tre figure femminili riccamente vestite. Esse indossano un chitone con fregio inferiore geometrico e sopra di esso un himation purpureo riccamente decorato. Esso presenta infatti un motivo a stelle diffuse sulla superficie della stoffa e a partire dall’orlo inferiore si sviluppa un motivo ad ampio semicerchio bordato a meandro. Su questo semicerchio si appoggiano le zampe posteriore di un animale rampante – dalla forma si può pensare ad un cervide o ad un capride. Non si conoscono nella pittura vascolare figure animali così monumentali nella decorazione dei vestiti per cui l’immagine di Pitsà resta un unicum anche se appare verosimile pensare ad un’influenza orientale. Figure di capridi rampanti sono frequenti nell’area scitica e non ignoti al mondo anatolico e persiano da cui il modulo iconografico può essere passato in Grecia. Si è ricostruita parte di una dedica alle Ninfe ἀν]έϑεκε ταῖς Νύν[ϕαις ). La tavoletta probabilmente coeva alla precedente.
Pinax C
Si conserva solo un piccolo frammento della parte inferiore di una figura femminile con himation rosso ornato da un fregio a meandro sotto il quale si intravede un chitone bianco. Le pieghe più ampie e ricche dell’himation portano ad una datazione verso la fine del VI secolo.
Pinax D
La tavoletta è integra ma la pittura conservata solo nella metà superiore destra. Vi comparivano tre gruppi di tre donne, uno ancora ben comprensibile – restano le teste e parte del busto – dell’altro solo parti delle teste in più precario stato di conservazione. I volti presentano tratti diversi rispetto ai precedenti, sono delineati con linee rosse anziché nere, la figura centrale ha i capelli biondi parzialmente coperti dall’himation sollevato, le altre li hanno corvini e legati con rami vegetali come nel pinax A. Le singole figure hanno abiti di colori differenti – chitone rosso o bianco associato ad himation azzurro o rosso – sopra ciascuna figura erano scritti i nomi oggi solo parzialmente leggibili.
Il disegno delle teste mobile ed aggraziato e il tentativo di rendere un senso di profondità e spazialità delle figure sembrano far datare il frammento agli inizi del V a.C.

Fig.1. Pitsa, Sicione.

Pinax A

001

Veduta della grotta di Pitsà

002

Statuette dal santuario.

 

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