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Archive for febbraio 2008

Riprendendo il discorso è spostando l’attenzione sulle fonti classiche il quadro non subisce particolari modifiche, mentre ne esce conferma sostanzialmente confermato quanto ricavabile dalle fonti orientali e non si ritrovano testimonianze decisive a favore del sacrificio di infanti.

Una prima analisi, anche superficiale, mostra come la maggioranza degli episodi citati non riguardi sacrifici sistematici ma uccisioni rituali praticate in situazioni specifiche e non comportanti necessariamente un destinatario sovrumano.

A questa categoria appartengono gran parte delle testimonianze, specie quelle fornite da autori più attendibili. Così Filone di Byblos, “C’era l’usanza presso gli antichi, nei casi di grave pericolo, che i capi della città o della popolazione votassero al sacrificio, per evitare la distruzione di tutti, i più cari dei loro figli”[EVSEBIVS, Paep. Ev., I, 10, 44.], Diodoro Siculo in relazione del sacrificio del figlio da parte di Amilcare durante l’assedio di Agrigento [XIII, 86. ]; Giustino a riguardo del sacrificio da parte di Malco del figlio, gran sacerdote di Melqart [XVIII 7]; Curzio Rufo sulla reintroduzione dei sacrifici umani a Tiro durante l’assedio portato alla città da Alessandro [IV 3.].

. Si tratta di offerte umane immolate in caso di necessità al di fuori di precisi rituali, le vittime non sono necessariamente infanti – e tali non sono ne il figlio giovinetto di Amilcare ne tanto meno quello di Malco, già sacerdote di Melqart al momento dell’immolazione, e soprattutto manca qualunque riferimento al fuoco il cui ruolo sembrerebbe centrale sia nella documentazione biblica sia in quella archeologica. Questi episodi rientrano nella categoria delle offerte straordinaria sacrificate in  momenti di speciale gravità documentate in tutto il mondo antico e di cui si può ancora trovare un riflesso nella devotio romana cui il rituale cartaginese può essere molto prossimo, come nell’episodio del suicidio-sacrificio di Amilcare dopo la disfatta di Imera [VII, 169.].

Il richiamo al fuoco compare in un ulteriore passo di Diodoro Siculo [XX, 14.], probabilmente mediato da Timeo, in cui si ricorda come, in occasione dell’assedio di Agatocle del 310 a.C., i cartaginesi reintrodussero la pratica di sacrificare a Kronos i fanciulli più nobili, cui si aggiunsero volontariamente circa tremila adulti. Il sacrificio venne compiuto davanti ad un’enorme statua bronzea dalle mani della quale le vittime scivolavano in un braciere ardente. Il passo di Diodoro introduce – seppur in maniera fantastica – l’elemento del fuoco ma ancora una volta appare estraneo rispetto ai presunti sacrifici del tophet in quanto legato ad una situazione di particolare gravità e riguardante ad un tempo bambini ed adulti.

Il racconto della statua di bronzo ad un tempo destinataria e strumento dei sacrifici era comparso per la prima volta in Clitarco: “I Fenici, e soprattutto i Cartaginesi, quando desiderano che accada loro qualcosa di importante, promettono che, se otterranno ciò che desiderano, sacrificheranno un bambino a Kronos. Infatti presso di loro c’è una statua bronzea del dio con le mani rivolte in alto e distese sopra un braciere, nel quale cade il bambino. Quando le fiamme avvolgono il corpo, le membra si contraggono e la bocca appare ghignante, finché il corpo contratto scivola nel braciere. Perciò questo riso ghignante è detto sardo, perché essi muoiono ridendo”[Sch. Plo. Rep., 337].

Uno scolio all’Odissea permette di far chiarezza su questi punti: “Dicono che Thalos, il guardiano costruito da Efesto e da Zeus a Europa, puniva in modo singolare gli stranieri che sbarcavano a Creta: saltava nel fuocoe, dopo essersi arroventato il petto, li abbracciava, e sogghignava mente essi bruciavano….Timeo dice che i Sardi conducono i vecchi genitori presso un precipizio e li gettano di sotto, e quelli ridono come se morissero felicemente. I Cartaginesi che abitano la Sardegna hanno un’usanza barbara, molto differente da quella dei Greci. Infatti sacrificano a Kronos, in giorni stabiliti, non solo alcuni dei prigionieri, ma anche i vecchi che hanno superato i settant’anni. Ai sacrificati il piangere sembra cosa turpe e vile, mentre il rallegrarsi e ridere sembra coraggioso e bello. Per questo il riso simulato nelle circostanze dolorose e detto sardo”[Sch. Plo. Rep., 337.].

Il brano fornisce un’eziologia al “riso sardo” citato da Clitarco e stabilisce un collegamento fra la presunta statua cartaginese di Kronos e il racconto mitico di Talos. I due racconti mostrano insuperabili discrepanze: il rito che in Clitarco presenta ancora tratti di eccezionalità diviene sistematico nel racconto dello scoliasta ma qui i sacrificati non sono più fanciulli ma vecchi e prigionieri di guerra. Ciò che traspare è una concezione alquanto confusa delle pratiche sacrificali fenicio-puniche, in cui si assommano ricordi storici più o meno modificati (le uccisioni rituali, probabilmente l’eco delle incinerazione infantili), elementi mitici (la statua di bronzo probabilmente modellata sul racconto mitico di Talos tanto più in mancanza di qualunque testimonianza di plastica monumentale in bronzo in contesto fenicio-punico), la presenza di forti elementi di propaganda ideologica anticartaginese riconducibili probabilmente allo stesso Timeo, fonte originaria delle testimonianze in nostro possesso.

La documentazione successiva non fa altro che ripetere, evidenziando in modo sempre maggiore gli elementi tragici e patetici, queste informazioni definendo un quadro assolutamente rigido e schematico non corrispondente affatto ad una pratica cultuale altrettanto rigida ed immutabile.  Viene a crearsi una sorta di topos retorico sulla crudeltà dei cartaginesi, ripetuto acriticamente nel corso dei secoli: Plutarco [De super., 13.], Dionigi di Alicarnasso [I 38], Sesto Empirico [Hyp. III, 208, 221.], Porfirio [De abst. II, 56.]. Il tema verrà ripreso in età tardoantica dai polemisti cristiani nei quali il topos classico della crudeltà cartaginese verrà integrato con il richiamo alla polemica biblica contro i culti cananei, così in Lattanzio [Inst. Div., I, 21. ], Tertulliano [Apolg.,  IX.], Agostino [De. Civ. Dei, VII, 19.]

In contrasto gli storici maggiori (Erodoto, Tucidice, Polibio, Livio), pur parlando dei Cartaginesi, non fanno accenno a sacrifici umani con l’esclusione del caso, molto particolare, della devotio di Amilcare dopo la battaglia di Imera. Silenzio tanto più colmo di significato se si considera la buono conoscenza che essi dovevano avere della realtà cartaginese.

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Comincio ad affrontare un tema che mi è molto caro e su cui tornerò anche in futuro vista la ricchezza e la complessità che lo caratterizza, in oltre si tratta di una tematica troppo a lungo affrontata in una chiave ideologica anvora oggi non totalmente abbondonata: la presunta abitudine di fenici e cartaginesi di immolare i propri figli. Comincio con la documentazione biblica tante volte portata a supporto di dette teoria ma che ad un’analisi appena approfondita, sembra testimoniare una realtà totalmente diversa rispetto a quanto si è troppo spesso sostenuto.

Sacrifici umani sono evocati solamente in testi tardi e di natura profetica, fortemente ideologicizzanti e miranti ad una netta opposizione fra la religione degli ebrei e le pratiche sanguinarie dei vicini, ormai assunte a generica metafora di crudeltà (Ez, 16, 21; 23, 37.) La valenza storica di dette testimonianze appare molto limitata.

Il limitato numero di testimonianze relative a sacrifici umani contrasta con quello, decisamente superiore, relativo a riti di passaggio per il fuoco e a più precisi riferimenti ad incinerazioni, senza però che questi contengano riferimenti a sacrifici umani.

La formula più generica “far passare per il fuoco il figlio e la figlia” (Dt. 18, 10-11; II R. 16, 3; 23, 10.) potrebbe riferirsi semplicemente a pratiche di natura iniziatica estranee alla tradizione ebraica e per questo condannate come blasfeme ma pare contraddetta da altre testimonianze dove con maggior precisione appare il riferimento a incinerazioni.

Sembra opportuno porre attenzione ad una serie di testimonianze sempre citate in relazione al problema ma per le quali pare possibile proporre una lettura alternativa: “mentre i Safarvaiti bruciavano i loro figli nel fuoco  ad Adrammelec e ad Anamelec, divinità di Sefarvaim”(II R., 17, 31.), “hanno eretto l’alto luogo di Tofet nella Valle di Ben-Innom per ardere nel fuoco i loro figli e le loro figlie”(Jr. 7, 31.), “Hanno edificato alti luoghi a Baal per bruciare nel fuoco i loro figli”( Jr. 19, 5.).

Nei citati brani appare evidente il riferimento ad incinerazioni di infanti – pur non indicata dobbiamo pare credibile pensare ad un’età molto bassa per quelli definiti semplicemente figli – ma non compare mai alcune preciso riferimento all’uccisione degli stessi, nemmeno nei passi di Geremia che per la loro funzione profetica sono sicuramente caratterizzati da una forte componente ideologico-propagandistica.

L’impossibilità di leggere i brani come riferiti a pratiche iniziatiche e la contemporanea assenza di ogni riferimento all’uccisione della vittime potrebbero indicare una diversa possibilità. Appare infatti possibile ipotizzare una sostanziale coincidenza fra queste testimonianze letterarie orientali e la documentazione archeologica occidentale in relazione a specifiche pratiche funeraria prevedenti l’incenerazione per i bambini nati morti o morti prematuramente. Questo non esclude che altri passaggi possano riferirsi a rituali iniziatici tanto più che la cremazione sembra acquisire in questo contesto la valenza di un’iniziazione post mortem.

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Un gruppo di donne provenienti da vari ambienti della società civile italiana ha lanciata questo appello. Condividendo pienamente la loro battaglia non mi sono limitato a firmare la petizione ma la inserisco in questa sede augurandomi che altre persone possano vederla e partecipare a questa grande battaglia in difesa della libertà.

Parte via web un appello ai leader della sinistra per dare una risposta all’offensiva clericale sull’aborto. Si può firmare a questo indirizzo.

Ecco il testo.
“Caro Veltroni, caro Bertinotti, cari dirigenti del centro-sinistra tutti, ora basta!
L’offensiva clericale contro le donne – spesso vera e propria crociata bigotta – ha raggiunto livelli intollerabili. Ma egualmente intollerabile appare la mancanza di reazione dello schieramento politico di centro-sinistra, che troppo spesso è addirittura condiscendenza.
Con l’oscena proposta di moratoria dell’aborto, che tratta le donne da assassine e boia, e la recente ingiunzione a rianimare i feti ultraprematuri anche contro la volontà della madre (malgrado la quasi certezza di menomazioni gravissime), i corpi delle donne sono tornati ad essere “cose”, terreno di scontro per il fanatismo religioso, oggetti sui quali esercitare potere.
Lo scorso 24 novembre centomila donne – completamente autorganizzate – hanno riempito le strade di Roma per denunciare la violenza sulle donne di una cultura patriarcale dura a morire. Queste aggressioni clericali e bigotte sono le ultime e più subdole forme della stessa violenza, mascherate dietro l’arroganza ipocrita di “difendere la vita”. Perciò non basta più, cari dirigenti del centro-sinistra, limitarsi a dire che la legge 194 non si tocca: essa è già nei fatti messa in discussione. Pretendiamo da voi una presa di posizione chiara e inequivocabile, che condanni senza mezzi termini tutti i tentativi – da qualunque pulpito provengano – di mettere a rischio l’autodeterminazione delle donne, faticosamente conquistata: il nostro diritto a dire la prima e l’ultima parola sul nostro corpo e sulle nostre gravidanze.
Esigiamo perciò che i vostri programmi (per essere anche nostri) siano espliciti: se di una revisione ha bisogno la 194 è quella di eliminare l’obiezione di coscienza, che sempre più spesso impedisce nei fatti di esercitare il nostro diritto; va resa immediatamente disponibile in tutta Italia la pillola abortiva (RU 486), perché a un dramma non debba aggiungersi una ormai evitabile sofferenza; va reso semplice e veloce l’accesso alla pillola del giorno dopo, insieme a serie campagne di contraccezione fin dalle scuole medie; va introdotto l’insegnamento dell’educazione sessuale fin dalle elementari; vanno realizzati programmi culturali e sociali di sostegno alle donne immigrate, e rafforzate le norme e i servizi a tutela della maternità (nel quadro di una politica capace di sradicare la piaga della precarietà del lavoro).

Questi sono per noi valori non negoziabili, sui quali non siamo più disposte a compromessi”.
Ecco le prime firmatarie: Simona Argentieri; Natalia Aspesi; Adriana Cavarero; Isabella Ferrari; Sabina Guzzanti; Margherita Hack; Fiorella Mannoia; Dacia Maraini; Alda Merini; Valeria Parrella; Lidia Ravera; Elisabetta Visalberghi

Fonte: Repubblica

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  Qualche hanno fa, fra Palermo e Selinunte, si discuteva con il professore che ci accompagnava di suggestioni wagneriane. Lui ricordo sensazioni analoghe sulla rupe di Pergamo, un’aspra montagna a picco, un tesoro rubato e nascosto a fondamento di un regno.
   Quelle suggestioni mi sono tornate alla mente durante la visita del Pergamonmuseum; lanciando dalla spianata d’accesso alla Telefia uno sguardo che superando le pareti museali cercava di vagare dalla rupe di Atena, verso la piana del Caico e oltre, al di la della storia e del tempo, nell’eterno remoto presente della Gigantomachia. Se la ragione è conscia del fatto che sia la storia di Telefo il cuore del monumento, il cuore si laciano coinvolgere dalla battaglia cosmica del fregio esterno, dal’implacabile scontro fra ordine e caos, in un mondo al di la della materia che è ad un tempo istante ed eternità, sole abbagliante ed immensa oscurità, profondità urania ed oceanica.
  Intorno il mondo intero in un inarrestabile turbine statico, dentro la storia, la splendida e terribile scoperta dell’umanità. L’immagine wagneriana del Ring torna alla mente. L’antemporalità mitica del "Reingold", la sconvolgente rivelazione umana di "Die Walkure", l’apoteosi eroica di "Siegfrid", la catarsi di un mondo nel "Gottendammerung". In qualche modo la storia di Pergamo e quella del ciclo wagneriano trovano inattesi punti di contatto. In quel momento mi balenò l’idea di una folle regia per la tetralogia (poi, quanto folle fra tante regie che oggi si vedono), sono conscio che viene in parte a saltare la consecutio temporum fra le varie parti, ma concedetemi qualche forzatura in una fantasia su un’altra fantasia qual’è in fondo il teatro.
  Il "Reingold" come tempo del mito, degli Dei e dei Titani, la "Walkure" al tempo degli eroi, di Telefo e di Hiera, la fanciulla che guidò la cavalleria Mysia contro i greci (l’idea della Valchiria appare immediata alla mente), l’eroismo storico di "Siegfrid" al tempo di Alessandro apoteosi dell’uomo che con le sue gesta supera gli eroi del mito, il "Gottendamerung" come crollo di un mondo, il tracollo della grecità e degli eroi di cartapesta dell’ellenismo sotto i colpi dei barbari (Mitridate, galati, quasi nuovi giganti all’assalto dell’Olimpo) fino alla catarsi finale, alba di un nuovo mondo sotto il segno dei nuovi Dei, della nuova Dea venuta d’occidente: Roma.
  Un delirio, quasi sicuramente si, ma nel titolo lo avevo anticipato.

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  Ho avuto la fortuna di assistere alla ripresa di "Die zauberflote" alla Staatsoper unter den Linden di Berlino con la regia di August Everding e le scene tratte dai bozzetti di Schinkel, il grande architetetto che riplasmò il volto della capitale prussiana dopo le guerre napoleoniche. Innegabile dire che l’attenzioneveniva a concentrarsi principalmente sulla parte scenica vista la rara occasione di godere di uno spettacolo concettualmente molto prossimo a quanto avrebbe potuto vedere lo stesso Mozart (le scene sono di pochi decenni posteriori alla morte del compositore risalendo al 1816).
  La principale differenza stava nella scoperta dell’autentica arte egiziana a seguito delle campagne napoleoniche la cui immagine era direttamente percepibile: il tempio di Sarastro posto su un isola in cui si riconosceva con facilità quella di File, gli interni dei templi direttamente modellati sulle incisioni di quei primi esploratori. Un Egitto fittizio, di conoscenza esclusivamente libresca ma di immenso fascino nel rendere lo sguardo incantato che seguì alla scoperta di quel mondo e che rende alla perfezione la stupita magia della fiaba, ma fondato allo stesso tempo su basi archeologiche sconosciute al tempo di Mozart.
  La regia è in linea, un flauto leggero, spigliato, senza sovrastrutture intellettualistiche, i cantanti dovevano godere di notevole libertà specie nei parlati con aggiunta di battue improvvisate – almeno stando alle sincere risate di un pubblico attento e partecipe in cui la presenza di bambini e giovani risultava percentualmente altissima specie rispetto alle medie italiane. Un aproccio forse non filologico alla lettera ma certo allo spirito originario del lavoro. Memorabili alcune trovate come l’apparizione degli Dei teriomorfi dell’Egitto danzanti al suono del flauto di Tamino o la resa del fuoco e dell’acqua nella scena dell’iniziazione.
  La Statskepelle Berlin diretta da Dan Ettinger accompagnava con assoluto mestiere. Dominatore della serata lo scatenato Papageno di Klaus Hager, ottimo cantante ed interprete indiavolato anche se vocalmente mi è parso emergere su tutti Christof Fischesser (Sarastro), voce di autentico basso profondo, morbida e tonante ad un tempo. Molto bene anche la Pamina della brasiliana Ana Queiroz, bella voce e ottima linea di linea, solo priva di quell’incantato stupore che le immense interpreti del ruolo: Imgaard Seefrid e Lucia Popp riuscivano ad esprimere naturalmente con il timbro. Ottime le prove di Peter Menzel (Monostatos) e Enas Massalha (Papagena) e dei tre Knaben.
  Il Tamino di Stephan Rugamer ha timbro anonimo ma compensa con l’ottima linea di canto. Più in difficoltà la Regina della Notte di Ana Durlovski, voce importante, drammatica, fin troppo per la parte. Il soprano appariva a disagio nelle astratte colorature dell’aria del primo atto mentre risultava decisamente più convincente nell’impeto di "der Holle Rache" decisamente più consona ad una vocalità più spinta. Gli va però riconosciuto l’onore di una prestazione più che dignitosa, tanto più considerando l’evidente stato di gravidanza in cui si trovava.
  Nel complesso uno spettacolo incantevole capace di coinvolgere e affascinare, di trascinare al suono del magico flauto nell’incantato mondo di Mozart e Schikaneder.  Trattandosi di uno spettacolo di repertorio consiglio a tutti, qualora avessero occasione, di recarsi a vederlo. Tre ore di autentica "flautata" magia.  
 
Zauberflote 1Zauberflote 2Zauberflote 3

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