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Archive for febbraio 2016

Di tutte le grandi divinità Hekate e forse la meno presente nella tradizione iconografica ed una delle più difficili da identificare considerando i suoi legami con altre divinità iconograficamente meglio definite – come Artemide, Persefone o la trace Bendis – con cui tende a confondersi almeno fino al periodo tardo-classico quando ne verrà fissata definitivamente l’impostazione iconografica. Nonostante l’assoluta importanza teologica la divina fanciulla non è identificabile in nessun’opera di età arcaica probabilmente proprio per la mancanza di un’iconografia chiaramente leggibile.

Le immagini certe più antiche si trovano in ambiente attico e risalgono alla fine del VI a.C. o agli inizi del successivo così nella plastica con la statua ancora di gusto arcaico da Brauron e con una statuetta fittile ateniese tanto nella pittura vascolare fra la fine della ceramografia a figure nere (vaso con miti eleusini a Berlino) e le prime generazioni del vasi a figure rosse. L’iconografia la mostra come una giovinetta dalle vesti fluenti; nella bella lekytos del Pittore di Pan a Pietroburgo (500 a.C. circa) ha la preziosa acconciatura delle korai attiche con le lunghe trecce inanellate e porta una corona che si immagina arricchita da incrostazioni mentre nel cratere del Pittore di Persefone di poco successivo la figura si è fatta più sobria secondo il nuovo ideale estetico dello stile severo, chitone e himation sono più essenziali nel panneggio e meno decorativi, manca la corona e i capelli sono raccolti. Una versione e intermedia si trova in un’anfora del Pittore di Berlino intorno al 470 a.C. circa. In tutte queste immagini il tratta identificante sono le due fiaccole che ormai sono diventate l’attributo più caratteristico della Dea mentre i contesti mitici in cui appare sono quelli della tradizione eleusina e richiamano il ruolo svolto dalla stessa nell’Inno omerico a Demetra.

Probabilmente nel corso del V a.C. la sua iconografia fra proprio tratti più specifici di Artemide di cui adotta il costume amazzonico con chitone corto e stivaletti. Il tipo si ritrova alla fine del secolo in un’anfora del pittore di Suessola con gigantomachia dove Hekate armata di torce combatte contro il gigante Klitios. La Dea ha i capelli fermati da una corona vegetale e indossa un  chitone corto riccamente decorato a motivi geometrici che ricordano i motivi che tradizionalmente compaiono sulle vesti delle amazzoni. Questo modello godrà di grande fortuna nella ceramica figurata occidentale per tutto il IV a.C. come in un cratere apula al British Museum (intorno al 350 a.C.) dove Hekate apre la strada al carro nuziale di Hades e Persefone, qui la Dea ha il chitone corto fermato in vita da una cintura con due fasce che salgono sul petto incrociandosi fra i seni e una sorta di nimbo intorno al capo. In un cratere a volute a Monaco sempre di provenienza apula e leggermente più tardo (310 a.C. circa) la ritroviamo molto simile in una scena ultramondana; l’abito è analogo a quello sopra descritto con l’aggiunta di una pelle ferina avvolta sul braccio mentre i capelli sono legati  sul retro della nuca. Insolito il soggetto che ci mostra il palazzo di Hades – forse modellato su una scenografia teatrale – con la sua corte mentre la Dea sembra sbarrare la strada ad Eracle che cerca di trascinare Cerbero con una catena.

La più importante realizzazione plastica doveva essere quella di Mirone ad Egina ricordata da Pausania ma di cui nulla sappiamo se non che la Dea non aveva ancora l’aspetto triforme che le sarà proprio in seguito e appare possibile immaginarla simile come iconografia generale alla coeve immagini vascolari. Si data invece intorno al 400 a.C. il bel rilievo da Calcide con Ecate-Bendis associata a Pluto. La Dea ha l’abito amazzonico con una pelle ferina intorno alla vita e come attributi altre alla torcia ha un vaso per libagioni.

Punto di svolta nella storia iconografica della Dea è l’Hekate Epipyrgidia eretta da Alkamenes sull’Acropoli di Atene. Per quanto ci sfuggano i dettagli su quest’opera non si può non riconoscerne l’importanza in quanto per la prima volta appariva la divinità triforme che sarebbe divenuta canonica in età ellenistica e romana. Fra le numerose varianti di epoca romana è impossibile riconoscere quale sia più vicina all’originale. Meritano di essere ricordati il bronzetto dei Musei Capitolini per la particolare ricchezza di dettagli dove le tre ipostasi indossano corone diverse e attributi diversi nelle varie mani; il pilastro marmoreo del Museo Nazionale diLeida di un purissimo classicismo probabilmente molto vicino all’originale di Alkamenes; Una variante presenta un esemplare a Vienna dove intorno alla triplice Dea danzano le Cariti. La stessa soluzione si trova in quei casi in cui il gruppo sia ridotto ad erma tricefala mentre le Cariti sono raffigurate a bassorilievo sui lati del plinto (Venezia) o ad alto rilievo quasi figure autonome in un insieme pensato come gruppo unitario (Sidone al Louvre).

 Un ulteriore variante presenta un unico corpo con tre teste affiancate come in un esemplare ad Antalya. La mancanza di coerenza anatomica e l’appiattimento su un unico piano sono però estranee alla mentalità greca e l’opera appare un prodotto di botteghe provinciali di età romana quali sono attestate anche in altri ambiti nel centri indigeni dell’Asia Minore. L’appiattimento su una superfice bidimensionale porta verso il rilievo e frequenti sono le immagini della Dea in questa forma specie in età imperiale dove assumono l’aspetto di autentiche icone marmoree; se molte sono prodotti di modesto artigianato alcuni esemplari emergono come il bel naiskos del Museo nazionale di Praga di un raffinato classicismo adrianeo che riprende moduli attici del V a.C. con qualche tratto arcaicizzante.

Parlando di rilievi non si può tacere quella che della Dea è forse l’immagine più straordinaria ovvero quella che compare nel grande fregio di Pergamo. Lo schema triforme di Alkamenes è qui trasposto in una visione laterale con i tre volto disposti su diversi piani di rilievo, la Dea indossa l’ampio panneggio che accomuna molte delle divinità femminili del fregio pergameno e si protegge con un ampio scudo di tipo oplico. La torca usata come arma è impugnata orizzontale sopra il capo in uno schema che richiama ponderazioni di tipo severo – Poseidon dell’Artemision – in una citazione storicista che non doveva essere casuale nel raffinato gusto antiquario pergameno; al suo fianco un cane – altro abituale attributo – azzanna un gigante anguipede.

Numerose e importanti furono le statue della Dea realizzate in età tardo-classica ed ellenistica ma non resta altro che il ricordo delle fonti come le tre statue nel tempio di Eilethya ad Argo opere di Skopas, Naukydes e Policleto (Pausania II, 22, 7) il giovane o le due di Tharson (Strabone, XIV) e Menestratos (Plinio, XXXVI, 32) nell’Artemision di Efeso. Ricordata per l’abbagliante splendore del marmo la statua di Tharson è stata vista come archetipo di un diverso tipo iconografico di derivazione orientale in cui la Dea compare con tre teste e sei braccia attestato con frequenza nella statuaria minore e nella glittica di età romana. 

In questo naufragio acquistano ancor più importanza – nonostante la precarietà dello stato di conservazione – i fregi figurati dell’Hekateion di Lagina, fra i principali luoghi di culto della dea in età ellenistica e romana. Il tempio rappresenta una delle più riuscite realizzazioni della rinascita ionica del tardo ellenismo e richiama le innovazioni introdotte alla fine del II a.C. da Hermogenes nell’Artemision di Magnesia. Il tempio di cronologia ancora incerta non può pero uscire dall’intervallo fra il 133 a.C.  (Stratonicea entra nella provincia d’Asia come città libera) e l’88 a.C. (guerra mitridatica) e quindi appare più che verosimile datare i rilievi al primo decennio del I a.C.  I fregi mostravano soggetti mitologici e storici cui partecipava la Dea – nascita di Zeus con Hekate che aiuta Rea a nascondere il bambino da Kronos, gigantomachia – o posti sotto la protezione della stessa – alleanza tra Stratonicea e Roma, assemblea delle divinità più venerate in Caria. Stilisticamente l’opera appare un interessante prodotto del gusto ecclettico diffuso nelle città asiatiche del tardo ellenismo dove schemi di matrice pergamena si fondono con elementi stilisti rodi e con un modellato di sfumata morbidezza non ignoro di suggestioni attiche di gusto classicista. L’unità stilistica e concettuale fa intuire l’ideazione da parte di un unico maestro di tendenze eclettiche e di probabile origine rodia.

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Lekytos del Pittore di Pan. Hekate

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Cratere apulo con scene infere. Eracle, Cerbero ed Hekate

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Hekate triforme forse dall’originale di Alkamenes (Leyda)

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Hekate, dettaglio del fregio dell’altare di Zeus Soter ed Athena Polias a Pergamo

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