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Archive for gennaio 2010

Il cupo mare di Idomeneo

  “Idomeneo” è l’opera che segna  il raggiungimento della piena maturità del genio mozartiano, l’opera con cui il giovane salisburghese stravolge dall’interno la struttura dell’opera seria settecentesca aprendo squarci di inaudita modernità. Il libretto di Varesco molto bello in se – alcuni dei versi sono fra i più belli di tutta la storia del melodramma – era comunque molto ancorato alle convenzioni del genere, convenzioni che invece Mozart spazza via con l’irruenza di un libecciata primaverile.

  La ripresa torinese non ha dato però pienamente ragione alla statura dell’opera, in gran parte per colpa di una regia decisamente molto deludente. Davide Livermore ha sicuramente talento e in passato ha presentato sul palcoscenico torinese spettacoli di notevole interesse – il suo “Die Entführung aus dem Serail” resta fra le poche regie “moderne” veramente godibili viste in questi anni – ma questa volta lo spettacolo è stato totalmente mancato.

  La vicenda risultava chiusa in una spazio unitario, ampie pareti decorate da bolle d’acqua ad evocare l’elemento marino centrale nell’opera, peccato che l’effetto risultasse decisamente stancante e noioso, in oltre l’ambiente subacqueo con effetti da Sirenetta disneyana non pare molto in linea con l’universo mozartiano. Per il resto la scena era composta solo da scarni elementi destinati a descrivere un’umanità rovinata: una vecchia muscle-car americana con tanto di coda a pinne; il frontone di un tempio greco in rovina; una vecchia televisione; un letto a baldacchino scompaginato dal vento; un lampione stradale. Unica modifica della scena nel terzo atto quando gli stessi elementi apparivano stravolti dalla furia del mare scatenata da Nettuno. Una fissità in totale disaccordo con la volontà di drammatizzazione condotta da Mozart sul libretto. Il tutto in un ambiente molto cupo e opprimente, anche nei momenti dove la situazione teatrale e l’atmosfera musicale vanno in direzione diversa.

  La povertà delle scene era accompagnata da una scarsa efficacia della parte propriamente registica. Certo un’abile mano si riconosceva in alcuni elementi riusciti: l’identificazione fra Nettuno e Idomeneo metafora del Dio come creazione della follia umana; l’immagine del naufragio con Idomeneo sollevato in aria e intendo a muoversi come un naufrago fra le onde e ancor più suggestive le comparse di bianco vestite che Ilia tenta di abbracciare ma che sfuggivano al suo contatto, elegante rappresentazione dei fantasmi dei famigliari massacrati nel giorno fatale di Troia. Ma si trattava di scarsi elementi in una regia confusa, dibattuta fra la staticità e l’esagitazione, con movimenti mal definiti – molto modesta la gestione del coro sempre uguale quale fosse la situazione drammatica – e soluzioni poco convincenti. Deludenti e alquanto banalotte le  proiezioni come la mano di Nettuno che agita le acque per scatenare il maremoto. In passato Livermore aveva mostrato molto di meglio anche in questo ambito.

  Costumi anonimi per gli uomini – i soliti pastrani – unica particolarità i soprabiti in plexiglas chiamati a rafforzare la dimensione marina; più personalizzati quelle delle donne: Ilia vestita – giustamente – da principessa orientale mentre Elettra trasformata in una mangia uomini con lunga chioma tizianesca, abito rosso e spacco vertiginoso, una via di mezzo fra Jessica Rabbit e via Gradoli.

  Sul versante musicale le cose andavano decisamente meglio. Personalmente ho trovato di grande interesse il tenore americano Matthew Polenzani, voce di autentico tenore mozartiano, squillante e sonora, per nulla femminea, giustamente drammatica. Ottima la linea di canto – solo qualche minima difficoltà nelle colorature di “fuor dal mare” eseguita nella versione completa; recitativi scanditi con sicurezza, buona provincia italiana. Dobbiamo ringraziare il Regio di aver portato in Italia questa stella del Metropolitan in un titolo che trovo gli risulti molto congeniale.

  Altro punto di forza del cast si è rivelata la giovane rumena Ruxandra Donose. Mezzosoprano dal timbro chiaro, quasi sopranile, particolarmente congeniale al giovane principe cretese; ha sfoggiato una qualità di canto veramente considerevole. La linea vocale è sempre fluida, omogenea, di estrema pulizia; l’interprete è appassionata e convincente. L’unico limite sta in un volume abbastanza limitato, specie nelle note gravi. Bravissimo Alessandro Liberatore nella grande aria di Arbace nel terzo atto.

  Meno convincenti i soprani, ma in questo ambito bisogna considerare gli spostamenti di cast sopravvenuti al progetto originale. Eva Mei era potenzialmente una Ilia ideale, passata ad Elettra si trova ad affrontare un personaggio che gli è sicuramente meno congeniale. La Mei è cantante sensibile e il risultato è comunque molto soddisfacente, la scelta è stata quella di mettere in maggior evidenza la parti più liriche e cantabili – splendida al riguardo l’aria del secondo atto “Idol mio, se ritroso” culmine dell’interpretazione delle Mei – rispetto a quelli più scopertamente drammatici affrontati comunque in modo decisamente apprezzabile. Il personaggio era inoltre decisamente penalizzato dalla regia che lo affrontava in un’ottica apertamente ironica travisandolo totalmente, non si può ridurre Elettra ad una macchietta che prende a borsettate Arbace e appena può tenta di approfittare di Idamante.

  Decisamente debole invece la Ilia di Annick Massis. Voce troppo leggera per il ruolo, timbro spento, accento perennemente querulo. La parte di Ilia è forse la più compiuta dell’opera e dispiace un approccio così superficiale. Certo la Massis è subentrata in seconda battuta ma la prova è stata comunque deludente.

  Il giovane direttore ceco Tomáš Netopil ha guidato l’orchestra del Regio con sicurezza e ottimo passo teatrale seppur senza particolari colpi d’ala e come sempre molto buona la prova del coro diretto da Roberto Gabbiani.

 
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  La notte si allunga inquietante in uno scenario spettrale, foreste sempre più fitte impediscono agl’ultimi raggi di sole di penetrare fino al suolo; il riflesso verdognolo, spettrale delle muffe sembra trasformare i bianchi tronchi delle betulle in lemuri usciti dalle tombe; ove il bosco si apre è solo per lasciar spazio ad acquitrini torbidi, da cui si levano vapori di metano dall’aspetto tombale mentre i lontani ululati dei lupi risuonano per l’aria fra gli scrosci di una pioggia incessante.

  Se esiste un luogo al mondo in cui la paura si fa spazio fisico quello sono le foreste della Germania profonda, o almeno tali dovevano sembrare ai legionari di Lucio Quintilio Varo che le attraversano nella piovosa notte del 9 settembre del 9 d.C. dirette a reprimere una rivolta neppure ben chiara in qualche villaggio a nord. Un paesaggio di tregenda, una sorta di strada verso gli inferi e presto l’inferno avrebbe aperto davvero le sue porte scatenando sui soldati di Roma orde di demoni assetati di sangue.

  Forse in quelle ore un sospetto aleggiava nella mente di Varo, rendendo il tutto ancora più inquietante. Nulla si sapeva degli ausiliari germani di Arminio partiti in avanscoperta e come ingoiati dalle tenebre, forse gli risuonavano in mente le parole di molti capi germanici che lo avevano messo in guardia sul principe dei Cheruschi e sulla sua fedeltà alla causa romana.

  Le legioni avanzavano a stento impantanandosi nel fango ad ogni passo, allungando la colonna per diversi chilometri mentre i cavalli stentavano a reggersi in piedi e carriaggi e artiglieria si perdevano lungo il percorso nell’impossibilità di avanzare.

  All’improvviso un sibilo spaventose scosse l’aria umida e migliaia di giavellotti si abbatterono sulla colonna, forieri di morte per i legionari. In quel momento i peggiori incubi di Varo prendevano corpo e il tradimento di Vero di palesava in tutta la sua chiarezza; ma ormai non sembrava esserci modo di sfuggirvi se non avanzando pressato dalla colonna in marcia alle sue spalle. Alla fine il generale riuscì comunque a riorganizzarsi e sacrificate definitivamente le salmerie a forzare il passo e ad accamparsi su un altura.

  Il giorno seguente Varo si rimise in marcia con i suoi uomini cercando di procedere verso il Reno dove gli ausiliari di Asprenate, stanziati ai Castra Vetera, avrebbero potuto aiutarli. Consci ormai dal pericolo i romani cercavano di marciare in formazione compatta ma i continui attacchi dei germani e la pioggia costante rendevano quasi proibitivo mantenere l’ordine di battaglia. Fra foreste e paludi la superiorità delle legioni era annullata e i barbari sfruttavano le loro superiore conoscenza del territorio portando rapidi attacchi e scomparendo nelle foreste.

  Il calare della sera materializzava gli incubi peggiori, se di giorno almeno i nemici si vedevano comparire sui crinali e si poteva cercare riparo sotto gli scudi di notte anche questa minima difesa diveniva inutile. Spettri usciti dal tartaro gli skaduganganz seminavano morte senza neppure essere visti. Truppe scelte dei germani occidentali questi fanti leggeri combattevano praticamente nudi con il corpo e le armi dipinte di nero, solo il bianco degli occhi compariva fra le tenebre a segnalarne la presenza ma in genere troppo tardi per sfuggire alla morte.

  Ormai le legioni erano decimate, una parte significativa dei 20000 legionari e 5000 ausiliari partiti due giorni prima era rimasta uccisa durante la marcia mentre il vento e la pioggia sempre più forti impedivano perfino di erigere un campo per la notte. Con il passare delle ore anche la speranza abbandonava i soldati dell’impero.

  Il terzo giorno finalmente la foresta cominciava ad essere meno fitta e una radura apparve di fronte agli occhi dei legionari, ma si trattava di fallace speranze. Arminio aveva condotto i romani esattamente dove voleva, uno stretto pianoro sul fianco della collina di Kalkriese largo in certi punti non più di 80-120 m costeggiato da un lato da un crinale boscoso dove si era nascosto l’esercito germanico e dall’altro da impraticabili acquitrini. Ma le sorprese per i romani non erano finite, mentre l’esercito di Varo e probabilmente più che dimezzato quello di Arminio cresceva di ora in ora con il giungere di continui rinforzi dai villaggi vicini trascinati dalla speranza dell’imminente vittoria.

  All’improvviso l’implacabilità del destino di morte comparve di fronte a Varo e ai suoi uomini. Un muro di terra alto circa 3 m sbarrava la strada alle legioni; Arminio rivoltava contro i romani la loro stessa tecnologia bloccandoli con un fortificazione a lisca di pesce come quelle che difendevano i castra. La loro struttura imponeva di rompere i ranghi per scalarla ed inoltre permetteva di colpire i nemici da almeno due fronti.

  In quel momento 20000 guerrieri germanici assetati di sangue irrompevano dai boschi dando vita alla carneficina. Varo per evitare di venir fatto prigioniero si toglieva la vita con la propria spada, per gli altri il destino era segnato. I più fortunati incontravano la punta di una lancia o la lama di ascia per gli altri si apriva un cammino di orrori infiniti; ai prigionieri strapparono gli occhi, ad altri tagliarono le mani, di uno fu cucita la bocca dopo avergli tagliato la lingua.. (Floro, Epitome II 36-37)”, per fuggire ai supplizi un ufficiale romano Caldo Celio compì un gesto straordinario. Afferrate le catene che lo tenevano legato, se le diede sulla testa con tale violenza da morire velocemente per la fuoriuscita di copioso sangue e delle cervella… (Velleio Patercolo, II 120, 6)”.

  Solo a pochi prigionieri fu salvata la vita per essere scambiati con prigionieri germani, la gran parte vennero sacrificati agli Dei germanici. L’orrore di quel santuario di morte apparve con tutta la sua evidenza a Germanico che raggiunse quei luoghi nel 15 d.C. “nel mezzo del campo biancheggiavano le ossa ammucchiate e disperse… sparsi intorno… sui tronchi degli alberi erano conficcati teschi umani. Nei vicini boschi sacri si vedevano altari su cui i germani avevano sacrificato i tribuni ed i principali centurioni… (Tacito, Annales I, 61).

  Quel massacro era il trionfo di Armino e del suo genio militare che aveva permesso ad un’accozzaglia di bande tribali di Sigambri, Marsi, Camavi, Agrivari e Catti di sconfiggere l’esercito più perfetto di tutti i tempi. Quei giorni cambiarono inoltre la storia in modo permanente, Roma non tentò più di sottomettere le foreste della Germania e la linea del Reno rimase il confine di due mondi, fra due anime di quell’Europa che si sarebbe costruita nei secoli a venire.  

  

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   L’era mesozoica ha rappresentato il momento più incredibile di sviluppo della vita sulla terra, un trionfo apparentemente illogico di forme sempre più strane, probabilmente ancor più bizzarre se potessimo osservarle nella policromia originaria verosimilmente caratterizzata dalla brillantezza propria ancor oggi dei rettili.

  Un trionfo di corna, creste, artigli, spine che ha portato a lungo a vedere quel mondo come un immenso campo di battaglia dove una sorta di natura impazzita si sarebbe gettata in una corsa sfrenata agli armamenti fra prede e predatori. Uno scenario di certo molto “umano” ma forse non così convincente per quanto riguarda l’evoluzione biologica non riducibile all’alternanza uccidere – non essere uccisi. Forse qualche cosa va rivisto.

 Per altro un’attenta analisi mostra una serie di limiti alle presunte armi preistoriche che ne avrebbero limitato di molto l’efficacia. Le corna del triceratopo non sono messe nella posizione migliore per combattere in quanto una volta colpito il predatore cadrebbe proprio sulla testa dell’erbivoro creando non pochi problemi. Ancor meno efficaci appaiono le placche dello stegosauro, caratterizzate da un tessuto osseo molto fragile rivestito da uno strato di carne ricca di vasi sanguigni, più un gustoso stuzzichino per carnivori che un’arma di difesa. Inoltre ad altre specie l’evoluzione ha regalato forme non meno bizzarre ma prive di qualunque funzione “bellica”. Forse bisogna guardare in altra direzione.

  Un indizio ci viene offerto dai discendenti più diretti dei dinosauri, gli uccelli. Forse nessun’altra classe animale presenta colori e forme tanto varie ed evidenti ma nessuna di questw a funzioni di lotta; la natura li ha dotati dei loro fantastici apparati non per combattere ma per farsi notare, non per la guerra ma per l’amore. In natura i comportamenti e le forme più bizzarre hanno in genere un’unica spiegazione: l’esibizione. Questa ha un unico fine, mettersi in evidenza di fronte alle femmine per ottenere la possibilità di riprodursi e trasmettere il proprio corredo genetico. La battaglia per la vita si vince principalmente riproducendosi, non evitando di essere cacciati.

  Lo stesso principio si può applicare ai dinosauri? Considerando che le leggi dell’evoluzione valgono sempre verrebbe naturale rispondere di si. Ma esiste qualche traccia al riguardo? Ovviamente nessuno di noi ha mai visto un dinosauro però molti tratti di queste creature possono trovare confronti più o meno puntuali con gli animali attuali e quindi permettono di ricavare confronti per similitudine.

 Il primo confronto riguarda proprio il tricerapoto. Nei grandi mammiferi dotati di corna – ad esempio i cervidi – esse sono finalizzate principalmente per i combattimenti fra maschi nella stagione degli amori e solo in seconda battuta assumono funzione difensive. Certo, all’occasione possono servire a respingere l’attacco di un lupo o di un puma ma la loro funzione principale è un’altra. Anche fra i rettili odierni sono attestati comportamenti analoghi – ad esempio in alcune specie di camaleonti – e pare alquanto verosimile ipotizzare la stessa cosa per i ceratopsidi cui pare possibile affiancare un’ulteriore componente di richiamo, di natura visiva ed estetica, rappresentata dagli stessi palchi di corna come nel caso dello stiracosauro.

  Anche i crani dei pachicefalosauri, dotati di pareti ossee di impressionante spessore, dovevano servire per combattimenti fra maschi durante la stagione degli amori. Appare possibile immaginarsi sconti a colpi di violente testate come fanno oggi i buoi muschiati, per altro caratterizzati da crani presentanti una struttura ossea simile a quella dei pachicefalosauri.

  In altri animali l’evoluzione ha prodotto fenomeni altrettanto vistosi, anche se di carattere diverso. Particolarmente interessante il caso del parasaurofolo, un apatosauro caratterizzato da un lungo corno dietro la testa. Questo si presenta composto da numerosi condotti formanti un complesso sistema armonico. L’insolito animale era quindi in grado di modulare una grande quantità di suoni, alcuni a frequenza bassissima capaci di diffondersi per chilometri; un canto d’amore che si diffondeva nelle foreste del cretaceo. Inoltre questo sistema comunicativo rappresentava la miglior forma di difesa per questi animali ed appare verosimile che i maschi capaci di usare al meglio questa caratteristica fossero avvantaggiati nell’accoppiamento in quanto capaci di trasmettere alla prole tratti biologici vincenti.

  In questa luce molte delle stranezze preistoriche acquisiscono nuova logicità: la fortissima irrorazione sanguigna delle placche degli stegosauridi permettevano probabilmente di variare il colore durante i rituali di corteggiamento – funzione probabilmente affiancata da un ruolo termoregolatore; mentre tutta una serie di componenti apparentemente inutili – come la cresta dello spinosauro – acquisiscono un nuovo senso come strumenti di esibizione.

  Persino le braccine sottosviluppate del Tirannosauro trovano un senso in questa logica. Che quelle inutili braccia avessero un ruolo nel corteggiamento era già stato avanzato dai primi scopritori ottocenteschi ma la cosa era stata poi dimenticata nell’esaltazione per il grande predatore. Solo in anni recenti gli studiosi hanno riproposto questa lettura: le braccia – altrimenti inutili – sarebbero servite durante l’accoppiamento per accarezzare e ammansire la compagna, cosa alquanto utile quando questa era un predatore di 13 m pesante in media il 20-30% più del maschio.

  Anche nella preistoria l’amore prevaleva sulla guerra come sempre nelle leggi della Naturo, solo l’uomo sembra fare all’inverso.  

 

 

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